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Francis Bacon

Francis Bacon, un viaggio nei mille volti dell’uomo moderno.

Tale è il titolo assegnato all’esposizione trevigiana in sede Ca’ dei Carraresi di opere prodotte da questo artista dai tratti che immediatamente appaiono enigmatici.

La mostra sarà visitabile sino al 5 maggio prossimo.

La modernità del suo essere artefice e uomo appare quale locuzione indossata da Bacon e non semplicemente per quanto sia vissuto nel XX secolo, percorrendolo pressoché per intero, dal 1909, anno di nascita, sino alla morte avvenuta nel 1992.

L’attualità del suo spazio descrittivo, che dopo aver suscitato un primo turbamento appare all’osservatore del tutto rischiarato, è l’omologismo della società di oggi, di lui innanzitutto, le cui esperienze, pur interiori, son ben percepibili poiché nulla oramai può essere celato.

Sotto questa fisionomica, dunque, la sua vasta opera appare soddisfare pienamente l’universalità.

Bacon riesce finanche a fomentare l’antica diatriba tra coloro che insistono nel garantire che non occorra conoscere la vita dell’autore per comprenderne le opere, o volerla apprendere attraverso queste, e tra coloro invece che asseriscono sistematicamente il contrario.

Certamente è di tutto rispetto la valutazione di un’opera d’arte senza ambire a esplorare la vita dell’autore poiché essa, la critica, assumerebbe esclusivamente un valore tecnico, scolastico, accademico.

L’analisi o esegesi, come si vuole definirla, appartiene invero alla grande sfera della cultura storica dell’uomo; senza i graffiti delle caverne e delle iconografie vascolari, non avremmo mai potuto accedere nella sua quotidianità, nelle avventure.

Al cospetto di Bacon, d’altro canto, non si è semplice osservatore ma, come accade solo di fronte alle imprese di autentici artisti, non è possibile non esserne fruitore.

E il fruitore è colui che, ovviamente al cospetto dell’opera, percepisce l’identica emozione che l’autore aveva provato innanzi alla fonte ispiratoria, una emozione che lo aveva condotto alla realizzazione.

Di nascita irlandese, il giovane Francis affronta immediatamente le avversità esistenziali con la sofferenza dell’asma e il sentirsi omosessuale.

Tutto ciò è aggravato dalle vicende belliche che costringono la famiglia a rifugiarsi in un paese straniero, l’Inghilterra, dove però l‘attrito col genitore si acuisce a causa della propria tendenza e pertanto sceglie di fuggire a Berlino e poi a Parigi alla ricerca vana di un equilibrio.

Il bere, il giocare e l’indebitarsi, inoltre, contribuiscono verosimilmente a inficiargli le condizioni fisiche e psicologiche.

Ma è a Londra, rincasato nel’29, che riceve il battesimo artistico proponendo nel ‘33 “Crucifixion”, il primo dipinto da autodidatta.

Un’immagine eterea in odore di minimalismo, ma che racchiude sorprendentemente l’immagine della sua anima reclusa, tale da eccitare il critico Herbert Head il quale lo pubblica sulla nota rivista Art Now.

Bacon però aveva esordito affidandosi al designer – vedi “Paravento” del ‘29 - e la nota rivista “Studio” gli aveva dedicato pagine che proponevano mobili e interni da lui progettati.

Il risvolto pittorico, tuttavia - vedi Painting” del ‘30 - è travagliato dalle inquietudini e molte opere iniziali, in odore di surrealismo, sono da lui stesso distrutte.

Poi, dal 1934 al ‘44, la scenografia si interrompe e Francis Bacon appare scomparso, verosimilmente rassegnatosi a mettersi da parte, scontrandosi con il surrealismo che vede nel Museo d’Arte Moderna di New York un grande successo, donde presto si irradia in Europa.

Nel ‘44 ritorna con “Three Studies for Figures at the Base of a Crucifixion” il quale è pubblicamente mostrato in compagnia di F. Hodgkins, H. Moore, M. Smith e Sutherland.

L’arte del Nostro è così riconosciuta slegata da qualsiasi corrente e tendenza, intravedendo in essa il rinnovamento della tradizione pittorica.

Ed è allora dal ‘45 al ‘54 che la sua produzione si concretizza in quel genio che conosciamo.

Dai Crucifixion ai Pope il travaso pittorico appare emblematico di una qualsivoglia ideologia d’autore ma non è così.

Bacon, infatti, ispirandosi al “Ritratto di papa Innocenzo X” del seicentesco Velasquez, forgia “tecnicamente” una serie ritrattistica di venticinque “grotteschi” papi, che senza dubbio diventano la simbologia più ricorrente della sua produzione.

La partecipazione alla Biennale di Venezia del ‘54 vale in rappresentanza ufficiale della Gran Bretagna con L. Freud e B. Nicholson, indiscussi artisti nell’arte contemporanea.

Ha inizio così la notorietà universale di Francis Bacon.

Il linguaggio pittorico, già covante nelle immagini dei papi, assume ora la forza di una peculiare ossessione nella doviziosa collezione di ritratti, dove in quelle deturpazioni fisiche l’artista non intende la tropologia, come si potrebbe credere, esistenziale del suo prossimo, anche quando ritrae Picasso o Van Gogh, ma indiscutibilmente vi omologa, come sopraccitato, il proprio essere.

Nel 1988, primo artista occidentale, è invitato ad esporre a Mosca; tre anni dopo muore a Madrid.
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