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I Bronzi di Riace, un presidio

Reggio Calabria. Museo della Magna Grecia
ph a cura di FG (in foto)

Reggio Calabria, una tessera odorosa dei grandi trascorsi italici ma che palpita di tutto quel modernismo che incalza nella nostra società.

Ѐ vero che nelle strade e piazze, o a vista dei monumenti storici - vedi il Castello Aragonese - la presenza delle forze dell’ordine e di sicurezza non celano che la città sia presidiata e se, da un canto, tutto ciò irradia sensazioni di protezione nella comunità, d’altro canto non si abrade nella stessa la sapidità di un disagio.

Gli esercizi, a sera, serrano forse un po’ troppo presto per una località che in ogni stagione non può non essere turistica.

Merito tuttavia dei giovani, che affollano i loro locali preferiti, e delle famigliole, che passeggiano sul lungomare, questo tra i più suggestivi e scenografici e che sovente pare si snodi a toccare la costa siciliana, il capoluogo calabro reagisce contro una amara realtà, forse, diciamolo pure, troppo amplificata, quando non falsamente additata.

Reggio Calabria possiede un ben diverso presidio, a tutela del buon nome della città e della regione, orgoglio non solo della comunità ma ricercata meta di ininterrotti flussi turistici.

Si intende il magnifico Museo della Magna Grecia, in cui occorrono almeno quattro ore per visitarlo, sede di una doviziosa collezione e che ostenta i favolosi, mitici Bronzi di Riace.

Il visitatore, dopo un breve lasso di tempo di permanenza nel vano adibito a una sorta di sterilizzazione, accede in gruppetto nella specifica sala e qui egli s’ammutolisce e così indugia per tutto il tempo concessogli.

Al suo cospetto si erigono due giganti in bronzo modellati dal genio di un artista, del quale forse mai si saprà con certezza il nome; non ha importanza se l’osservatore sia uomo o donna, la perfezione e la bellezza uniche di quei corpi lo rendono stupefatto come non mai, interdetto nell’immaginare che essi appartengano alla sua stessa specie umana.

L’uno s’innalza per 2,05 metri e l’altro per 1,98 con uno spessore bronzeo rispettivamente di 8,5 millimetri e di 7,5; entrambi reggevano elmo, scudo e lancia andati perduti.

Erano sicuramente allocati in una dignitosa sede greca ma che i romani, quivi conquistatori tra il II e I secolo a C, non avevano perso tempo a depredarla e trasferire a Roma il bottino, per i loro palazzi e templi “a immagine e somiglianza” greche.

Il legno che li trasportava in rotta verso la capitale latina sarebbe naufragata al largo di Riace, durante il cabotaggio lungo il territorio dei Bruttii o Bruzi, la futura Calabria.

Per inciso, la Calabria identificava allora la penisola salentina mentre l’Apulia il nord dell’attuale Puglia, meglio correntemente la Daunia.

Il loro ritrovamento è datato 16 agosto 1972 grazie a Stefano Mariottini, subacqueo in vacanza, il quale fu attratto da una sorta di braccio umano che sortiva dalla sabbia; fortuna ha voluto che i bronzi giacessero a poca profondità dalla sabbia, adagiati su un letto di una antica ghiaia fluviale.

Alcuni studiosi ritengono, per alcuni dettagli, che l’equipaggio abbia volutamente gettato in acque le statue per tentare il salvataggio a seguito di un nubifragio e che qualcuno, in tempi più prossimi a noi, scoprendoli, ne abbia trafugato l’armamentario.

A seconda dei ricercatori, il bronzo maggiore sarebbe opera di Mirone o di Agelada il Giovane, maestro di Fidia, e l’altro di Alcamene il Vecchio, ambedue databili intorno al 450 a C e rappresenterebbero Euthymos di Locri, campione olimpionico, l’uno in versione cosiddetta laica e l’altro quale simulacro da culto.

Da altri, con l’attribuzione al bronzista Onatas, però, i bronzi raffigurerebbero gli achei innanzi alle mura di Ilio (Troia).

Diversa scuola, infine, scorge nella statua più alta l’effige di Milziade, il vincitore della battaglia di Maratona svoltasi nel 490 a C e questo metterebbe in incertezza l’anno di elaborazione, e nella meno uno dei dieci eponimi dell’Attica.

L’ipotesi misterica è che i Bronzi siano la fonte d’incigno per il culto dei Dioscuri (la postura delle braccia fa intendere che reggessero delle redini) omologatosi con l’avvento del cristianesimo in quello dei Santi Cosma e Damiano.

Tutto questo, comunque sia andata, si snoda in una miscellanea di mitologia, storia e religione ma resta imperitura e inamovibile la loro bellezza e perfezione, una magnitudo artistica di un uomo che inconsapevolmente ha creato un’opera che secoli e secoli dopo avrebbe ripagato una terra dalle tristi vicissitudini che incombono su di essa.

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