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I Nabis
Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia

Rovigo
Palazzo Roverella
sino al 14 gennaio 2017

Rovigo, nel suo centralissimo palazzo Roverella, continua a esporre una efficiente potenzialità di qualificato espressionismo artistico.

Nel 2013 aveva proposto “De Nittis. Il successo italiano a Parigi negli anni dell’Impressionismo: la Maison Goupil” e nel 2014 presentò L’ossessione nordica - Bocklin, Klimt, Munch e la pittura italiana.

Quest’anno è la volta de’ I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia.

Nel percorso si contano cinque sezioni e si apre nella “Bretagna di fine Ottocento” per proseguire con “Alle origini del Sintetismo: Emile Bernard e Paul Gauguin”, “Profeti e pellegrini: La poetica dei Nabis, “Burano-Bretagna e ritorno”, L’estetica della semplicità tra seduzioni borghesi e intimità domestiche”.

Si accede quindi subito nella Bretagna dove Gauguin è alla ricognizione di nuovi stimoli.

Li ritrova sorprendentemente nel concepire un tecnicismo in apparenza semplice ma che invece racchiude una maniera tutta innovativa nella pittura, vedi “Bretagna”.

Nel frattempo, c’era stato l’incontro con Van Gogh ad Arles, dove era esplosa quella drammatica diatriba con l’olandese, il quale avrebbe poi scelto di restare in Provenza.

Un alterco alimentato dalla follia di Van Gogh che vedeva nell’amico un grande rivale nell’arte, tale però da osannarlo, ma che invece era Gauguin a prenderne le distanze e a considerare lui un genio.

Da questo conflitto psicotico sortì la feroce incomprensione tra due infelici individui che ancora non recepivano la loro grande arte e che trascorrevano le giornate in una sorta di reciproca dipendenza, alimentata dal demone dell’alcol.

Nelle due tele delle sedie vuote, l’olandese vi ha impresso l’omologismo artistico della sua ricaduta nel pentimento dell’essere rimasto solo, senza il suo amico, un rimorso tale da procurarsi una menomazione: la recisione del padiglione auricolare che ostenterà nel 1889 con l’autoritratto dell’orecchio bendato.

Dallo scontro così degenerato, Gauguin fu condotto ad abbandonare il connubio giusto la viglia di Natale del 1988, per tornare a Parigi dove il francese avrebbe lanciato quelle forme e quei colori che si sintetizzano in un ambiente immobile e silenzioso, vedi i lavori di Emile Bernard.

Il sintetismo non basta più ed ecco che a Parigi si fa strada l’avanguardia dei “profeti” ovvero dei “Nabis”, termine dall’ebraico antico, che rifuggono dal naturalismo e dall’omologazione sulle tele della realtà, vedi Amiet, Bernard, Denis, Felix, Ranson e Vallotton.

Il loro è l’auspicio di preannunciare l’avvento di una nuova rivelazione artistica.

L’essenzialismo non viene affatto rinnegato, anzi risorge nei colori vivi e nei contorni ben evidenziati.

Paul Serusier entra allora nel novero collocandovi “Giovane donna bretone con brocca” del 1892 a cui fa seguito nel ‘94 “La donna con i fichi” di Gauguin

Il percorso verso la stagione del cosiddetto Sintetismo raggiunge l’apice in un’epoca di forti tensioni intellettuali e non poteva essere diversamente.

La rivoluzione industriale con il conseguente calo dell’occupazione sul lavoro manuale, se da una parte accelera l’urbanizzazione, causa l’abbandono delle campagne, dall’altra costringe le masse a emigrare.

Si fa strada una nuova ideologia, che trascina antichi e nuovi ceti verso il disordine di un aspro confronto non solo culturale, dove la laicizzazione della società è uno degli effetti evidenti.

Anni tumultuosi in cui due geni, quali Gauguin e Gino Rossi, il primo da Tahiti e il secondo da Treviso, concorrono a ricercare con l’arte la limpidezza primordiale della semplicità, manifestazione questa di un innocente pensiero filosofico, vedi Gauguin in ”Donne di Tahiti” del ‘91 e Rossi in “Bruto” del 1913, l’immagine in cui è il veneto ad omologarvi il proprio disgraziato animo ma che va a coinvolgere tutta la collettività.

A questi fanno eco in mostra Jan Verkade con “Le sette principesse...” (progetto per un sipario) del ‘92 e Charles Filiger con “Paesaggio di Le Pouldu” stesso anno.

Gauguin andrà a morire di sifilide in Hiva a Tahiti il 1909 non prima di percorrere il simbolismo e Gino Rossi nel 1947 a Treviso nel manicomio di Sant’Artemio non prima d’essersi innamorato del Liberty e del Cubismo.

Merito di questi artisti, la semplicità pittorica possiede il suo fascino, che però, a detta di alcuni critici, essa si imborghesisce, violando l’intimità domestica, ed è questa la chiave per accedere nell’ultima sezione “Estetica della semplicità tra seduzioni borghesi e intimità domestiche”.

Le immagini di gentili seduzioni qui avvincono l’osservatore al cospetto di Felix Vallotton che nel 1897 esibisce “Due nude che giocano a dama” e di Oscar Ghiglia che nel 1906 s’impone con “Riposo”, due tele che racchiudono la “belle epoque” degli abbienti.

Nel 1922, però, dopo la Grande Guerra, riappare Ghiglia con “Nudo”, una visione di femmina priva di reticenza, con le braccia dietro la schiena, e che pare colta da tristezza per trascorse pene e per le conseguenze belliche ancora vive.

Sono giorni entro i quali si rincorre la ricerca della naturale quotidianità e appare Cagnaccio di San Pietro che nel ‘27 presenta la sua donna “Allo specchio” in un suggestivo gioco riflettente l’immagine a seno nudo.

Nel ‘28, però, è lo stesso artista che in “Primo denaro” ostenta una prostituta – forse disgraziata vittima non più della guerra ma di un comportamento sociale - distesa tutta nuda, in una postura non comune che non può far tacere una intimo sommovimento psicologico e relazionale, supina su un manto blu ma con le cosce piegate l’una sull’altra e con le braccia adagiate sopra la folta capigliatura; al suo fianco in dettagliata evidenza il piatto col denaro verosimilmente del primo amplesso, col quale potrà ancora barcamenarsi.

Nella nuova era, intrisa di tolleranza maschile, non vuol certo mancare Felice Casorati che nel 1934 espone “Nudo di donna”.

Le intimità domestiche, tuttavia, al di fuori delle sensualità, irradiano le loro amabili suggestioni; incomparabili le tele di Vallotton nel 1901 con “Donna con scialle rosa che cuce sotto la lampada”, e nel 1909 con “Ritratto di signora con scialle giallo”.

Ancora, Ghiglia “Allo specchio” del 1907 e “Donna che si pettina (in camicia bianca)” del 1909, e Felice Casorati con “Bambina che gioca su un tappeto rosso” del 1912.

Non è allora un risvolto borghesistico poiché gli artisti, con tale tropologia, intendono non rinnegare la propria duplice entità cromosomica, così come la natura ha imposto che sia; e occorre accettarlo.

In “Piccolo interno” del ‘20, in “Giulietta appoggiata al tavolo” del ‘22, entrambi di Mario Cavaglieri, l’osservatore già avverte in queste opere neo-impressionistiche odore di tempi innovativi.

Complici i simbolisti che, pur affidandosi alle rappresentazioni neo-impressionistiche, aspirano a superarne la scientificità, che pur aveva risolto l’impressione visiva suggerita dai padri dell’impressionismo.

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