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La bottega del caffè di Vittorio Bressanin da Musile di Piave, olio su tela 136x204, 1941 (dal catalogo dell’esposizione sandonatese a cura della Silvana Editoriale) L’esposizione implica un’iconografia concernente la natura morta, purché edibile, evidenziandone la sottigliezza scenografica dei pasti consumati in convivialità. Il settore statico delle “Nature morte”, queste anche in lettura semantica, è prerogativa di Francesco Malacrea (diciotto opere tra certe e attribuibili) e del suo allievo Enrico Hohenberger (cinque tele), artisti della Trieste asburgica, ai quali sono stati aggiunti il romano Angelo Martinetti, il trevigiano Emo Mazzetti, il veneziano Vittore Zanetti Zilla, il vicentino Angelo Pavan e David de Noter di Gand storico capoluogo delle Fiandre, noto per il patto di rappacificazione tra cattolici e protestanti del 1576. L’interpretazione allegorica di natura morta, invece, nasce dallo scorrere persistente delle crude immagini di pesca e selvaggina, che neppure la bellezza dei fiori, della frutta, delle verdure e del fogliame riesce a distrarre il visitatore pervaso da una vena d’animalismo. Angelo Pavan, addirittura, nella tela “Sogno di un pollo” tocca il grottesco nel raccontare del gallinaceo già spennato che evade di gran corsa dai vapori della pentola sul fuoco; un’identica connotazione, che induce a conati emozionali, prorompe dall’insanguinato pesce razza nell’ancora sua “Natura morta”, entrambe del 1915. Verosimile tropologia, inconscia o corticale che sia, dell’incombente deflagrazione mondiale, ma che una generazione d’artisti aveva raffigurato essere in bilico fra il dramma e l’ironia, oltremodo la seconda nei confronti del nemico; invece sarebbe stata immane tragedia, per tutti. Opera che contiene impressi i caratteri di una sorta di post-divisionismo, per cui le piccole macchie raggiungono la ricomposizione unitaria già in visione ravvicinata. L’artista si esibì dal 1920 attraverso l’associazione vicentina “Il Manipolo”, nella quale fondò amicizia con Achille Beltrame. Angelo Martinetti, nell’allegorizzare inconsciamente o no gli eventi risorgimentali, nella baroccheggiante “Natura morta” del 1870 si espone con maggiore esplicitazione; dalla zampa libera di un gallo ammazzato e appeso col capo all’ingiù, è ben visibile un cartoncino a mo’ di biglietto da visita, che riporta nome e indirizzo dell’autore. L’idea richiama il cadavere dell’austriaco ucciso in un agguato e appeso con il cartellino “crucco”. Artefice della pregevole tela “Ritratto di ignoto” e merito dell’eco suscitata, ottenne spazi espositivi accertati a Trieste, Torino e Roma. Il settore scenografico delle “Scene conviviali” è dovizioso di autori: il friulano di Palmanova ma di famiglia veneta Giuseppe Bernardino Bison, i veronesi Domenico Scattola e Vincenzo De Stefani, i veneziani Giulio Carlini e Alessandro Milesi, Noè Bordignon di Castelfranco Veneto, conterraneo del Giorgione, l’indimenticabile Achille Beltrame di Arzignano, Vittorio Emanuele Bressanin da Musile di Piave, i goriziani Antonio Rotta e Italico Brass, il ferrarese Giovanni Pagliarini e i triestini Umberto Veruda, Claudio Cambon. Tempi di ordinaria miseria i cui fotogrammi pittorici, che avrebbero dovuto educare i padroni, sono invece monofore su una società che considera naturale e pertanto imprescindibile un’indigenza popolare. In essa, il simbolo di status è il focolare acceso e gli artisti lo pongono doverosamente in protagonismo, vuoi nell’intimità vuoi nelle scarne locande. G.B. Bison, già decoratore di scuola d’ornato e pur vedutista di bella immaginativa e di spiritosa esecuzione, con “Intorno al focolare” ostenta invece un ambiente desolante che il misero fogo non può che intiepidire. Noè Bordignon, di ascendenza macchiaiola e di passione per la decorazione, si abbandona al realismo liturgico-rurale della sua gente. Con “La pappa al fogo”, infatti, narra l’inverosimile di una giovane donna la quale, intenta a infilare l’ago, pensa di poter ancora rammendare quell’abito sdrucito adagiato sulle ginocchia, osservata dalla figlia in attesa del cibo, della cui veste gli squarci mettono a nudo porzioni di pelle. Antonio Scattola con “La sorella maggiore che fa le veci della madre”; la ragazza, come vestita e pettinata, se non ci fosse il titolo a chiarirlo, appare in verità quale la madre del bimbo imboccato e la riflessione corre agli oscuri casolari sperduti tra i campi, dove la promiscuità disputa con la morale. Che cosa può esserci nella pentola se non fagioli o patate. Giovanni Pagliarini con “Il mangiatore di pasta e fagioli” elabora un ritratto straordinario. Nell’effige del giovane mangiatore, che irradia un accattivante sorriso nell’atto di offrire garbatamente una cucchiaiata all’interlocutore fuori campo, questo verosimilmente rappresentato dall’osservatore dell’opera, l’autore riscatta la propria deformità fisica e la fama di malalingua. Ecco “La cuciniera” del verista Achille Beltrame, artista dal nome echeggiato ai giorni nostri per essere stato l’illustratore storico della “Domenica del Corriere” (1899/1944); qui, con il capo leggermente reclinato e lo sguardo sperduto nelle meditazioni, la massaia, nell’atto di pelare le patate, induce a credere che per davvero quelle donne, nonostante le ristrettezze, possano nutrire mistica cognizione dell’appartenenza a un imperativo ruolo famigliare e sociale. E c’è gente che non può permettersi quotidianamente fagioli o patate, tantomeno attizzare un fuoco per riscaldarsi; Antonio Rotta, il pittore della storia, allievo d’amore dell’arte del Canova, con “La carità in gondola (L’elemosina”) narra di una famigliola errante sul canale, dove mamma e i due figlioletti partecipano alle suppliche del papà rivolte ai passanti delle fondamenta, che tirino una monetina nel suo berretto proteso a mo’ di piattino. Il fenomeno della Pop Art, ossia Arte popolare, presenta immagini note in dimensione popolare, ispirata al flusso ripetitivo in una società metropolitana e industriale, insomma alla società dei consumi sovente vista in dimensione ironica e dissacratoria. Tale fenomeno post-neorealistico, naturalmente, è d’appartenenza alle generazioni future, nato allo scandire degli anni Sessanta del Novecento, dopo due catastrofi belliche e in piena guerra fredda tra capitalismo e comunismo. Chi però visita questa esposizione di prelievo ottocentesco, crepuscolare in certi toni, non può sfuggire alla sensazione d’essere al cospetto di artisti illuminati da una sorta d’avanguardia pop-artistica; non può quindi eludere il rincorrere la “Costoletta” di Roy Lichtenstein del 1962 e “Campbell’s Soup” di Andy Warhol del 1964. Le finestre dell’Ottocento veneto, infine, si spalancano per scoprire l’altra quotidianità, quella godereccia e ben pasciuta, e qui l’artista si vota retoricamente all’ironia. Un’accusa diretta agli abbienti contemporanei è azzardata; allora ripiega nel tradizionalismo settecentesco, uno stratagemma temporale abbracciato da artisti d’ogni tempo. Il palcoscenico muta drasticamente, gli affollati Caffè si sostituiscono ai desolati interni e alle scarne locande. Vittorio Emanuele Bressanin da Musile di Piave (1860/1941), espone La bottega del caffè, una vera panoramica in cui ogni sior e paron manifesta una propria intimistica attraverso la straordinaria mimica e gestualità impresse. Alessandro Miles, di scuola pittorialistica, con “Il caffè Florian nel Settecento” mostra viepiù i tratti vezzosi degli attori, dimentichi dell’afflizione in seno a un popolo ognora al loro servizio. Il pittoresco e i sogni sono le cariatidi del romanticismo universale e d’ogni tempo, che in epoca contemporanea affonda le radici nel Settecento. Glauco Cambon, rampollo dell’alta borghesia, ne è persuaso e, già avvinto dal Simbolismo, approda nel Ritrattismo, attraversando l’Impressionismo e l’Art nouveau con caratteri che già si richiamano al divisionismo. Qualità e passaggi questi che si ritrovano nella geniale configurazione ellittica della romanticamente stupefacente tela “Al chiaro di luna”, opera che potrebbe essere considerata sigillo di convalida al valore artistico di tale vetrina sandonatese. Vittorio Emanuele Bressanin, però, era ben altro: di tendenza affreschista, cinque anni prima, nella torre di S. Martino della Battaglia, in aurea risorgimentale, aveva impresso “La Difesa del forte di Sant’Antonio” e i “Quattro episodi della vita di Vittorio Emanuele II”. Nel 1911, Cinquantenario dell’Unità italiana, è all’Esposizione Nazionale di Roma con tre tele a decorare il padiglione veneto. Artista, quindi, di ardenti sentimenti italiani che manifesta nell’arte e che conserva sino alla fine. Antonio Rotta, infine, qui ritrattista, avvinto da sentimenti romantici, propone personaggi familiari in estensione popolare, sia “La vivandiera dei garibaldini” sia “Il Garibaldino”. |
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