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Illegio magistrale

“Scuola materna” olio 1898 di H. J. Jean Geoffroy
(Paris. Centre Nazional des Arts Plastiques)

Ritornata puntualmente a Illegio, parvo borgo suggestivo in quel di Tolmezzo, come ogni anno dalla primavera agli inizi dell’autunno, la sempre attesa mostra internazionale di capolavori della pittura, curata da Don Alessio Geretti affiancato dall’entusiasmo artistico giovanile.

L’edizione 2019, come nelle precedenti, accompagna i visitatori nella Casa delle Esposizioni e lungo un percorso la cui straordinarietà è nella scelta della chiave; questa volta apre la percezione di come i Maestri d’ogni tempo abbiano contribuito, con religiosa dedizione a veicolare con raffinata bellezza i fotogrammi di un passato dovizioso di meraviglia e le oniriche visioni dei credenti.

Il sentiero da seguire, qui in una sintesi, illustrato in loco da giovani, esperti guide, si articola attraverso le Vie della Bellezza, del Bene, della Verità e di Dio, prima di toccare l’epilogo; un viaggio che non è affatto tropologico ma ben aderente alle pure sensazioni ed emozioni dei presenti, i quali ne sortiscano riscattati dai luoghi comuni e dalle ordinarietà quotidiane.

Lungo la Via della Bellezza, appare immediatamente il colossale Mosè di Michelangelo, copia in gesso dal Museo Carrara, il cui originale è a San Pietro in Vincoli a Roma, quale monumento funebre per papa Giulio II; vi è infatti accostato l’olio su tela dal Musée di Montpellier “Michelangelo nel suo studio riceve la visita di Giulio II” di Alexandre Cabanel. Il pontefice, scortato da prelati tutti in rosso, che pare voglia rendersi conto personalmente del lavoro, solca l’ingresso dello studio alle spalle dell’artista, questi colto seduto e con il braccio sinistro adagiato sul tavolo, in entrambe le mani regge gli strumenti per scolpire, mentre osserva assorto la sua opera, la statua del Mosè in via di elaborazione.

Qui il pittore, in una scenografia da laboratorio, ha voluto imprimere nel volto e nella postura del Maestro, tra il turbamento e la melanconia, adottandone una tramandata diceria, l’amara consapevolezza di non poter essere umanamente capace di darle animazione; l’esteta, l’artista, eccelso quanto sia, ci insegna Cabanel in questa tela, è quindi limitato nel voler creare la perfezione assoluta, l’alito divino.

Paul Jourdy, con la tela dall’École di Parigi “Omero che canta i suoi versi”, ne è convinto: gli antichi maestri erano i nomadi dell’insegnamento nell’addurre in seno alle contrade, nelle genti, le proprie conoscenze ed esperienze. Ecco allora Omero attorniato da figure di adolescenti, seduti sul terreno assorti per voler imprimere nella loro memoria il canto del poeta, per imparare, assieme a un uomo, un soldato, una coppia, una donna, un invalido, insomma uomini di strada tutti attenti ad ascoltare parole e storie d’altri spazi e d’altri tempi; i filosofi sarebbero apparsi più avanti.

Dall’antichità al medioevo i maestri mutano l’abito e diventano monaci che impartiscono lezione di pittura, il cui fotogramma è nella tela, dal museo di Beauvais, di Auguste Félix Bauer “Una lezione di chiaroscuro”.

L’incontro verosimile di due grandi maestri contemporanei è la visione misterica degli artisti e così Leopoldo Toniolo imprime nella tela, dagli Eremitani di Padova, “Dante visita Giotto nella Cappella degli Scrovegni” e Gaetano Sabatelli nella sua, dagli Uffizi di Firenze, “Cimabue e Giotto”; una immagine quest’ultima ben nota, che ci riporta ai nostri anni di scuola poiché era la “copertina” di una confezione di pastelli: Cimabue osserva, con curiosità stupefatta, il giovane Giotto che ritrae magnificamente una pecora su una lastra di pietra posta in verticale a mo’ di tela.

Nella via della bellezza non potevano mancare Raffaello Sanzio e Michelangelo Merisi alias Caravaggio. Il primo, al quale è attribuita, si autoritrae nella tela dall’Accademia di Roma “San Luca che dipinge la Vergine”, ponendosi alle spalle del santo protettore dei pittori, con uno sguardo di grande riverenza che accomuna l’evangelista e la sua elaborazione al cospetto della Vergine col Bambino. Il secondo aveva già creato su tela “La Buona Ventura”, oggi al Louvre, e questa in mostra a Illegio, da una collezione privata senese, sottoposta a diversi e dettagliati esami diagnostici, non cela che si stato lo stesso Caravaggio a farne copia, da appaiare alla terza situata nei Musei Capitolini di Roma; l’immagine mostra una zingara che nel leggere la mano a un glabro cavaliere compiacente gli sottrae furtivamente l’anello nel mentre lo affascina con un seducente sorriso, d’altronde ben ricambiato dall’ignara vittima. Il titolo ne ha tutte la peculiarità tropologiche.

Nell’intraprendere la Via del Bene, i curatori hanno inteso proporre le differenti scuole, pur tutte parimenti portatori di bene alle nuove generazioni.

Ludwig Deutsch, con l’emblematico olio dalla Galleria di Touchstones Rochdale “Un maestro arabo”, mostra come l’insegnamento sia inalienabile dovere universale, sebbene l’aspetto dissestato e decadente dell’ambiente possa far considerare la dedizione meglio da esprimere in altre priorità esistenziali.

Gli fa eco l’olio “La sua prima lezione” di Eugenio Zampighi, dalla galleria a Stoke-on-Trent, un delicato quadretto famigliare, in cui una nonna spiega alla nipotina la tecnica del lavoro a maglia; l’opera, infatti, rende solennemente merito alle nonne, prime maestre in assoluto, consapevoli del bisogno di conoscenza e preoccupate di elargirla, pur nei limiti delle loro esperienze; Pierre Jacques Dierckx insiste con “La lezione di ricamo” - en plein air - dalla galleria di Touchstones Rochdale.

La preoccupazione di lasciare poco o nulla al caso e alla strada riemerge nella tela “Scuola materna” di Henry Jules Jean Geoffroy, alias Géo, da Parigi, e in quella di Giuseppe Costantini dal museo di Calderdale “La scuola di villaggio”. La prima, logo della mostra, riproduce visibilmente un’ambientazione ordinata e pulita, esteticamente borghese, la seconda porta a replicare la riflessione manifestata nel precedente scenario adottato dal Deutsch e qui l’origine campano dell’autore non può evitare di considerarlo frutto del suo microcosmo.

Luigi Busi fa di più e tocca l’eccelso con la tela, dalla pinacoteca bolognese, “Torquato Tasso e il cardinale Cinzio Aldobrandini nel convento di Sant’Onofrio a Roma”. Il poeta aveva scelto gli Eremitani, reduce da un mese trascorso quale ospite dagli amici Manso nel castello irpino di Bisaccia; gli occorreva serenità dopo le ribattenti polemiche letterarie e cattoliche contro la “Gerusalemme liberata”, complici certamente nell’aggravargli quelle insicure condizioni di salute ed economiche, che lo avrebbero accompagnato alla morte in tre anni.

Imparare include sacrifici e punizioni, così come lo si affermava, ma ai tempi di Harold Copping sorge ormai la coscienza che il bene non può sfuggire dal donare attraverso gli studi un equilibrio, sia in termini fisici sia morali, una sorta di neo-illuminismo artistico; la sua tela “L’asino” del 1886, dal Museo di Bournemouth, appare così come una cruda denuncia al sistema correzionale, esibendovi un ragazzo seduto sulla panca a capo chino, avvilito, umiliato per le vergate sul dorso della mano, lasciando che sia il pavimento a raccogliere i suoi libri.

La Via della Verità non può non accompagnarci a rivisitare i grandi filosofi della storia, i cui pensieri continuano a infondere nelle generazioni future il seme della verità.

Jusepe De Ribera, alias Spagnoletto, presenta “Platone”, tela della collezione privata di Sgarbi.

Cosroe Dusi con “Alcibiade tra le etère”, dal triestino museo Revolterra, incalza facendo spalancare la porta a Socrate, sorprendendo il suo allievo Alcibiade, il futuro oratore e politico di gran talento, a spassarsela in un locale equivoco con le etère; il suo autoritario redarguire è la prova di quanto fosse temuta e ubbidita la verità dei maestri.

Maestri che anche in punto di morte esprimono un’inguaribile curiosità del sapere oltre il trapasso e Illegio 2019 ne fa una trilogia: Luca Giordano propone “La Morte di Seneca”, tela dal museo di Bolton, in cui il filosofo non cessa la propria oratoria al cospetto degli affranti allievi e lo si scorge dalla movenza delle dita sinistre, Jean-Baptiste Alizard, con “La morte di Socrate” dall’École di Parigi, ne riproduce una scena simile, qui con i giovani fortemente addolorati, non trascurandovi l’identico gesto delle dita sempre della mano sinistra, Jacques-Philip-Joseph De Saint Quentin, infine, con l’olio “La morte di Socrate”, dall’École di Parigi, è oltremodo dettagliato nel ritrarre la disperazione degli allievi d’ogni strato sociale, respinta dal maestro con l’estensione del braccio destro a dita spalancate.

La Via della Verità si spalanca ad ampio respiro con l’olio copia da Raffello “La scuola di Atene” di Giuseppe Bezzuoli, dai Civici Musei di Brescia; un quadro coreografico in cui i sommi maestri dell’arte, dell’oratoria, i matematici, i geografi, gli astronomi, s’incontrano idealmente quale forza umana che vuole attingere alle regole della bellezza cerebrale e ordinativa della creazione.

Si giunge allora nella Via di Dio, dal cui alito pervengono la bellezza e l’ordine, potenti messaggi per l’uomo.

Appare così al visitatore la “Sommità della vetrata occidentale della cattedrale di Notre-Dame di Chartres con L’albero di Jesse”, quali copie sviluppate dal rodigino Sandro Tomanin.

La prima, opera inimitabile di tecnica e cromia, dalla quale traspaiono in maniera sorprendente i raggi solari, è la metafora della luce divina, portatrice di quanto detto; il secondo rappresenta il cosiddetto germoglio del profeta Isaia, sbocciato dal padre Jesse, divenuto albero genealogico con gli antenati di Giuseppe e Maria.

L’esposizione può concludersi con “L’animatore” di Vittorio Bonatti, tela dall’Accademia di Brera, una suggestiva, quasi miracolosa apparizione agli occhi del visitatore, dopo attimi di raccoglimento a scrutare il quadro, del crocifisso predominante la scena in cui Gesù, colorato di veste rossa, è in testa a una folla di credenti; le ombre di quest’ultimi si stagliano seguendo lo stesso fenomeno ottico.

Ecco allora che divinità e artista s’incontrano ad avvalorare ordine del creato e bellezza; in epilogo, emblematica è la tela di Diego Velázquez “Las Meninas” o “El cuadro de la familia real” dal museo Prado di Madrid.

Un incanto di forme, tonalità e luce, dove la giovanissima principessa Margherita, luminosa in primo piano, racchiude la divina compiutezza delle creature umane e la terrena perfezione artistica.

Tre secoli dopo Pablo Picasso ne afferra l’essenza e, come voler riaffermarne quel legame cosmico, di cui Illegio è divenuta una scuola, ne riproduce l’iconografia e, inquieto, ne replica addirittura decine tra versioni e ispirazioni; qui è esposto l’olio “Las Meninas MPB 70-446” dal museo Picasso di Barcellona. FG

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