Servizi
Contatti

Eventi


Joan Mirò
materialità e metamorfosi

mostra a cura di Robert Lubar Messeri

Padova Palazzo Zabarella
sino al 22 luglio 2018

L’Oiseau blessé (L’Uccello ferito) 1970
Gouache, inchiostro di china, pastello a cera su carta di giornale
ph di FG by catalogo

“La materia, lo strumento - affermava Mirò - mi impongono la tecnica, un mezzo per dar vita a una cosa”.

In effetti, Joan Mirò non ha mai negato, in tutta la sua lunga esistenza artistica di ben settant’anni, la materialità quale inalienabile valore di mezzo e di tecnicismo.

L’utilizzo di variegati materiali, poi, dimostra i suoi molteplici stati d’animo con i quali si accingeva a creare.

Una raccolta preparatoria di Celotex (Il canto degli uccelli in autunno 1937), carta da parati (Donna seduta-II 1939), tela (Donna nella notte 1944), carta giapponese (Senza titolo-12 1966), carta di giornali (Uccello ferito 1970), sacchi (Sobreteixim-sacco-4 1973), legno (Sobreteixim-sacco-14 1973), masonite (Dopo le costellazioni 1976), cartone (Personaggio, stella 1978), ma c’è dell’altro come il bronzo per una rara scultura (Personaggio 1967), gli arazzi appositamente fatti tessere da Josep Royo (Sobreteixim-12 e 14 1973) e ancora alluminio, carta catramata, carta vetrata, rame, sughero, tele consumate dall’uso e vetro.

Un tutto che lascia sfuggire la riflessione d’essere al cospetto di una Poor Art.

Questo movimento ufficializzato nel ‘69, infatti, fa ricorso a materiali “poveri” di natura ferrosa, lignea e plastica ma anche a scarti industriali, stracci e terra, nel voler ribadire il linguaggio naturale, spontaneo dell’uomo.

La novità di tale tecnicismo è il ricorso alle installazioni, ovvero alle multiformi configurazioni artistiche montate, e l’esposizione di Berna del 1969 ne divulgò in mappa internazionale le opere e gli artisti quali Boetti,Calzolari, Kounellis, Merz, Pascali, Pistoletto, Prini e Zorio.

La diversità di Mirò è certamente nel suo abituale diniego delle installazioni, preferendo essenzialmente la visione parietale dei quadri tradizionali, utilizzando il materiale “povero” semplicemente come supporto.

D’altro canto, ciò che l’artista vuole dirci per il tramite delle proprie opere lo esprime adagiandovi i tratti creativi con matita di grafite (Senza titolo-Ballerina 1924), acquerello (Segni e figure 1935), pastelli acquerellabili (Senza titolo VII 1963), pastelli di cera (Testa-III 1974), olio (Olio e uccelli 1968), gouache e inchiostro di china (L’uccello ferito 1970), fili di lana e acrilico (Sobreteixim-4 1972), feltro (Sobreteixim-12 1973) e altro ancora, vedi il collage (Testa1973).

Tali discontinue predilezioni di supporti e di strumenti fa sì che l’artista si evolva attraverso il dovizioso tempo concessogli, imprimendo delle metamorfosi alle opere, rendendole portatrici di una osmosi tra segni e idee strettamente legati alla sua indole.

La mostra al Zabarella di Padova ne è una straordinaria deduzione con le ottantacinque opere esposte, dove il visitatore si trova al cospetto di arazzi, collage, disegni, quadri e sculture, in una sorta di opera omnia che pone in chiara interpretazione il linguaggio di Mirò.

Note descrittive e riflessioni critiche di Ferruccio Gemmellaro

rubrica


Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza