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I meandri della bellezza italiana

La Rocca Sanvitale e il Parmigianino.

La Rocca di Fontanellato

Il borgo di Fontanellato, in territorio parmense, deve il proprio toponimo ai fontanili, naturali sorgive di pianura.

Non è ricorrente che una famiglia storicamente aristocratica mantenga la propria magione dal Medioevo sino alla metà del XX secolo.

Ė accaduto ai Sanvitale, che dal XIV secolo, con Antonio, sono stati in possesso della Rocca di Fontanellato sino al 1948 con Giovanni.

Una casata amante della cultura e dell’arte, con le quali aspirava al rimodernamento della società adottando idee e canoni illuministici.

La stessa costruzione pare voglia indicarne l’indole con una struttura a perimetro quadrato e merlatura ghibellina, che pur circondata dal tradizionale fossato mostra l’assenza di accorgimenti per le posizioni di armi da difesa.

Si sostiene che il gene comune in seno a una famiglia ne conserva tra i discendenti una sorta di peculiarità fisiognomica e intellettualistica, la quale può sortire nel tempo; prova ne è che oggi, nel nuovo millennio, vive e opera in Abruzzo Giuliana Sanvitale, rinomata scrittrice[fg1].

La dinastia s’imparentò con gli Asburgo, tramite il matrimonio del conte Luigi Sanvitale nel 1833 con Albertina, figlia questa di Maria Luigia d’Austria, Granduchessa di Parma, Piacenza e Guastalla, già consorte di Napoleone dal quale aveva avuto il figlio l’Aiglon, incoronato re di Roma. Albertina, assieme a fratello Guglielmo nacquero dall’unione passionale della granduchessa col generale Adam Neipperg, una sorta di emissario speciale dell’imperatore, poiché avrebbe dovuto invece vigilarla a scanso di trame politiche con l’esiliato Napoleone ex consorte.

La parte centrale del complesso architettonico, questo da considerare meglio quale residenza monumentale del casato, è oggi adibita a sede municipale e, ciò che più conta, sito di uno straordinario museo; affacciata sulla piazzetta, oggi Matteotti, si erige la torretta con l’orologio seicentesco.

I visitatori, nell’accedervi, possono subito ammirare i blasoni di Carlo V, Francesco I e del papa Clemente VII, oltre a quelli che identificano le nobiltà imparentate o che abbiano avuto importanti relazioni con i Sanvitale, quali i Gonzaga e i Farnese.

Nell’incamminarsi lungo l’itinerario preposto, appaiono i due affreschi di Felice Boselli del 1687 circa – due putti reggenti una ghirlanda di verzura – già appartenenti al teatro fatto costruire da Felice Sanvitale ma andato distrutto; la loro simbologia racchiude la predisposizione all’ospitalità e ai buoni auspici.

Si entra così nei locali nobili, dove nella Sala delle armi il soffitto è del tutto affrescato con lo stemma del re di Francia, affiancato dalla “Temperanza” e dalla “Fama”, e con quello dei Sanvitale inserito in una insiemistica con i blasoni dei Gonzaga e dei Lupi, a ostentarvi la parentela.

Lo sguardo scorre verso altre rappresentazioni mitologiche e ritratti di famiglia, per sostare infine nel Loggiato sugli affreschi di Cesare Baglione (XVI secolo).

Nella Sala da pranzo, decorata con gli stemmi delle casate imparentate, è da ammirare il caminetto del Cinquecento con una coppia di magnifiche, grandi “Nature morte con pesci” elaborate da Felice Boselli nel secolo successivo; dello stesso autore, nella Sala del biliardo si ritrovano ancora due “Nature morte” che ne completano la serie, assieme alla “Battaglia di cavalieri” di Pier Ilario Spolverini (1657-1734).

In un salottino sono esposti alcuni ricordi di Maria Luigia, sovente ospite nella rocca in qualità di illustre suocera del conte Luigi Sanvitale, tra i quali la “Mano con fiore al polso” opera del Canova e i calchi funebri del volto di lei e del conte Neipperg

Nella Sala del ricevimento, c’è ancora un Boselli con i grifi alati, l’animale araldico dei Sanvitale e i ritratti delle famiglie Sanvitale e Gonzaga, “Giovanni Francesco” e “Dorotea Sofia” opere di Giovanni Maria delle Piane, detto il Molinaretto (1660-1745). Da aggiungere allo sguardo l‘ottocentesca “Veduta della piazza e della Rocca” di Giuseppe Alinovi (1811-1848).

Ed ecco la Camera nuziale con un monumentale soffitto, attribuito già appartenente a un edificio sacro andato distrutto, e con i dipinti “Madonna orante” (1673) di Tommaso del Villani, “Donna Marta Tana Santana Gonzaga madre di San Luigi” di scuola veneta cinquecentesca e “Barbara Sanseverino Sanvitale” la nobildonna fatta decapitare sulla pubblica piazza nel 1612 dal duca Ranuccio Farnese II per una presupposta connivenza di alto tradimento da congiura di palazzo, ordita da personaggi feudatari partigiani dei Sanvitale, tutti giustiziati. Torquato Tasso dedicò all’aristocratica, rinomata per la sua bellezza, il sonetto “In lode de’ capelli di D. Barbara Sanseverini Contessa di Sala”.

L’itinerario discende a pianterreno, dove è situato il dovizioso nucleo museale e pinacoteca. Qui, nelle due sale iniziali, sono in esposizione i ritratti dei Sanvitale e dei Farnese, opere tra altri di Giuseppe Baldrighi e del Molinaretto e nelle successive, in tema religioso, opere di Jeans Sons, Michelangelo Anselmi (attribuzione), Bartolomeo Schedoni con una “Ultima cena” e di Francesco Lorenzelli.

Da soffermarsi nella terza sala per ammirare “Le tre Virtù teologali e le quattro Virtù cardinali” di Carlo Preda (XVIII secolo) già attribuita a Carlo Francesco Nuvoloni (1609-1662).

Non tralasciare, poi, la Sala delle grottesche, la Saletta degli amorini, la Sala del teatrino delle marionette di lavorazione viennese, la Sala delle mappe e la Camera ottica (oscura), questa un sistema filtrante la luce attraverso lenti e prismi, atta a scorgere la visione esterna, uno strumento tecnico-scientifico, che si affida al valore matematico della prospettiva, adottato pur dal Canaletto per le sue vedute veneziane.

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L’escursione nella Rocca assume infine tutti i canoni di un indimenticabile estetismo, grazie all’estro e al tecnicismo di Francesco Mazzola detto Il Parmigianino (1503-1540), che ha reso stupefacente un intero vano, denominato così “Saletta di Diana e Atteone”.

Ovidio ci racconta del cacciatore Atteone che nel bosco, attorniato dai suoi cani, s’imbatte senza prevederlo in Diana, la quale è intenta al bagno in una sorgente, denudata assieme alle ninfe. La dea, indignata d’essere stata violata nell’intimità, trasforma il giovane in un cervo, animale che immediatamente viene sbranato dalla ignara muta.

L’opera fu commissionata al Parmigianino da Paola Gonzaga, consorte di Galeazzo Sanvitale, in memoria dell’amato figlio morto. L’artista s’ispirò al mito poiché Diana, oltre a essere dea della caccia era la protettrice della maternità e, pertanto, Atteone il cacciatore, vittima innocente per mano di chi avrebbe dovuto invece proteggerlo, si raffigura nel bimbo deceduto per mancanza di protezione divina.

Il ritratto di Galeazzo Sanvitale, dipinto dal Parmigianino nel 1534 è esposto nel museo di Capodimonte, mentre l’immagine presunta di Paola Gonzaga è stata impressa dall’artista nell’immagine di Diana, che nel dipinto ha voluto rappresentarla come Ecate, la notturna dea della Luna, simbolo della morte.

Questa leggenda, che assume l’aspetto di una macabra storia nelle narrazioni, si ricompone, tramite la pittura del Parmigianino, in una panoramica totalizzante, dove il colore, le immagini umane, gli animali, la metamorfosi, la tragedia, racchiudono per incanto un’allegoria armoniosa soverchiante il raccapriccio.

La scomparsa del figlioletto, si trasfigura così in una dolcezza figurativa agli occhi e nella mente della madre.

L’opera, che già aveva suscitato diatribe critiche tra cattolici e luterani, tra fatalisti e indomiti, non cessa, ancor oggi, di produrre ogni riadattabile retorica possibile, non trascurando il sociale e la politica.

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