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Salvino Marsura: un minimalista in fucina

Il canto del cigno Il maestro e le sue creature Salvino Marsura
Roncade di Treviso: Scorcio dell'esposizione

Fu alla stazione ferroviaria di Treviso, agli inizi degli anni Settanta, che m’imbattei per la prima volta con il maestro Salvino Marsura, scultore del ferro. Opere minimaliste, le sue, e di grande prestigio, plasmate per arredamenti interni ed esterni.

Avevo toccato terra veneta per ragioni professionali, ma con il proposito di starci due o tre anni al massimo.

Non potei allora intuire che la vista delle realizzazioni di Marsura, esposte in vetrinetta nell’atrio della stazione, racchiudeva in realtà la tropologia, o meglio il presagio che il Veneto sarebbe divenuto la mia patria adottiva; e non potevo allora immaginare che l’autore di quelle sculture in ferro si sarebbe rivelato uno dei miei più cari amici, compagni d’arte e cultura.

L’abbrivo decisivo all’incontro dal vivo, mi fu dato da un mio conoscente addirittura delle Puglie, da Manfredonia, che risalì negli anni Ottanta la penisola intenzionato, tra l’altro, a procurarsi un’opera di Marsura per la propria abitazione.

Seppi così che l’opìfex trevisano era già rinomato in altre regioni.

Per quanto riguarda gli acquirenti del meridione, mi confidava, sovente col suo indelebile sorriso, questo indice di umanità e di puro altruismo, che li amava per la loro innata capacità nel saper scegliere le opere d’arte.

Nell’atelier, appena fuori Treviso, sulla Pontebbana, la via che dal 1928 conduce in Austria da Venezia, ebbe inizio la mia devozione per questo esteta dotato di proprietà accattivante nell’essere uomo, giusto come i suoi lavori partoriti a seguito di gestazione fuori del comune, ovvero, un essere in risonanza tra uomo e artista, entrambi in una straordinaria reciprocità, la constatazione dell’omologismo che pulsava in lui.

Se è credibile che i luoghi comuni brucino il cervello, il talento del Nostro ne è la terapia.

Un’armonia di pulsione libera che il facitore Marsura intonava alla perfezione, oltremodo con incessanti proposte d’arredamento, che affascinava i mobilieri alla ricerca di una vincente connubio.

La ventura della vita ha voluto che entrambi, in assoluta autonomia, lasciassimo le vecchie residenze per scegliere un diverso luogo in cui dare briglia al nostro rispettivo espressionismo, egli col metallo ed io con la carta, e ci ritrovammo in contrade limitrofe, per suggestionarci a vicenda.

Marsura viveva e operava a Vallio di Roncade (Tv), dove aveva aperto in permanenza una doviziosa esposizione personale, ai confini con la città metropolitana di Venezia.

Nella sua officina di Meolo nacquero opere come l’aristocratico cigno, tipica opera marsuriana partecipe di un gigantismo nelle collezioni ideate per risanare i grandi spazi, per rappresentarne la funzione esclusivamente a beneficio dell’uomo, del proprio habitat.

Il logo, questo, di una intelligente disseminazione di opere che incantano, ora con un minimalismo antropomorfo o di fede cristiana, ora con una sorta di “barocco minimale”, un ossimoro che non può temere d’eguale, ora la nobiltà della cromia che pare vada di là delle tonalità iridate.

In epifonema, concludo nel sostenere che gli esiti in ferro di Salvino Marsura, riconoscibili nella mappa artistica per il loro pregevole apporto di Minimal e Land Art, valorizzano sia gli spazi interni sia le grandi aree, suscitando nel fruitore l’emozione dell’irrinunciabile dialogo con l’Arte, quella vera.

° ° °

Salvino se n’è andato all’improvviso, in silenzio, al cospetto della moglie Antonietta, la sua onnipresente compagna nella quotidianità e nella raffinata sua attività.

Resta, lo speriamo tutti, inamovibile a suo perenne ricordo, un monumentale Gallo in arte minimale, che aveva posto fuori della sua residenza espositiva, ai margini della Treviso-mare, a richiamare gli stimatori, italiani e stranieri, che non mancavano di sostarvi per ammirarvi e acquisirne le ultime creazioni.
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