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Ritratto di donna

Il sogno degli anni Venti e lo sguardo di Ubaldo Oppi

A Vicenza, la Basilica Palladiana continua a proporre veri tesori d’arte. Questa volta è stata allestita una irrinunciabile illustrazione pittorica di ritratti ed effigi femminili, visitabile sino al 13 aprile, promossa dal Comune di Vicenza e curata da Stefania Portinari.

I curatori hanno voluto contestualmente rendere omaggio al bolognese Ubaldo Oppi (Bologna 1889-Vicenza 1942), vicentino d’adozione, vissuto tra l’800 e il 900.

L’esordio di Oppi ha luogo il 1910 a Ca’ Pesaro, nell’ “Esposizione permanente d’arte e industrie veneziane” della città lagunare dove aveva aperto un proprio studio, reduce da Vienna e dal peregrinare per motivi di lavoro in Europa, essenzialmente orientale. Dopo la Grande Guerra, in cui aveva partecipato da alpino ed era stato fatto prigioniero e internato a Mauthausen, dal ’22 le sue opere accattivano i visitatori a Milano, Parigi e Roma. Partecipa al gruppo dei “Sette pittori del Novecento” con Bucci, Dudreville, Funi, Malerba, Marussig e Sironi. Suo è il ciclo degli affreschi su San Francesco nella basilica padovana del Santo, datato 1931.

Ritornato definitivamente a Vicenza, si prodiga in lavori su commissione, poi, richiamato nel ‘41 col grado di colonnello è tradotto in Croazia, donde è rimpatriato per motivi di salute ma si spegne a ottobre dell’anno successivo a Vicenza.

“Lo sguardo di Oppi e come dipingere delle storie meravigliose” è l’invito della prima sezione a incamminarsi nella galleria e qui s’incontra immediatamente il ritratto di un’altera “Adele (Dehly) Leone”, la moglie, oggi custodita nell’Archivio Forcesi a Milano. Sempre di lui fanno seguito “Notte lunari” in raffronto con “Acqua in movimento” e “Bisce d’acqua” di Gustav Klimt, “Donna con abito rosso” in dittico con “L’Amazzone” di Amedeo Modigliani. Si prosegue, tra l’altro, con “Le amiche”, “Due nudi” e “Ritratto della moglie”, rispettivamente in accostamento con “Due amiche di Pablo Picasso, “La musica” di Henri Matisse, e “Ritratto d’Olga in poltrona” di Pablo Picasso.

La seconda sezione ‘Una primavera dell’arte’ è un richiamo a quel rinnovamento artistico che prende l’abbrivo tra il XIX e XX secolo e che vede instancabile compartecipe Ubaldo Oppi; artisti rivoluzionari che tuttavia non si considerano secessionisti, pur se la critica non può farne a meno di definirli tali, almeno oggettivamente. Ѐ il trionfo delle donne nelle rappresentazioni di G. Balsamo Stella, M. Cavaglieri, F. Casorati, G. Klimt, A. Martini, U. Moggioli, P. Picasso, G. Rossi, E. Sibellato, U. Valeri, K. van Dongen, e V. Zecchin, tantissime nude. Ubaldo Oppi, entusiasta figlio dell’epoca, è presente in maniera doviziosa.

Eccitato dal suo tempo lo è per davvero, senza retorica linguistica, nel leggerne la corrispondenza da Parigi degli anni dal ’12 al ’14, in cui insiste sulla volontà di sbrigliarsi da ogni sorta di gruppo, movimento o corrente, per essere lui, solamente lui con il proprio espressionismo artistico. Quel pensiero ideologico del tutto personale, che si arena con la guerra ma riprende oltremodo ravvivato nelle sue iconografie alla fine del conflitto.

Il periodo bellico lo descrive magistralmente in “Marcia”, “Posto avanzato” e “Alpini che costruiscono un ponte” riportate nella sezione “Oppi alpino”.

Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, poi, ritroviamo il Nostro, assieme a tanti altri artisti suoi contemporanei, a disbrigarsi indenni tra il labirinto di un regime che non lasciava spazio, addirittura libertà e vita, all’espressionismo e agli artefici. I suoi lavori sono esposti nella “Guerra di Oppi” in concerto con G. Trentin, G. Casalini e Cagnaccio di San Pietro.

Le sale della basilica palladiana, in ordine al soggetto della mostra, si arricchiscono di volti e portamenti femminili, sovente in armonia familiare o amorosa, nelle opere di P. Picasso, P. Stefani, Palma il Vecchio, E. Munch e senza trascurare i lavori di Oppi.

Il cammino si protrae con la sezione ‘Immaginazione’, suddivisa in ‘Novecento’, ‘Il doppio, lo specchio, la statua, le amiche’, ‘La donna moderna’ e ‘Avventure’, i cui ritratti di G. E. Malerba, P. Marussig, M. Bucci, A. Salietti, A. Funi, B. Sacchi, Cagnaccio di San Pietro, M. Sironi, E. Sambo Cappelletti, C. Sbisà, T. Garbari, M. Mafai, M. Campigli. A. Donghi, G. Trentini, M. Tozzi, A. Bocchi, A. Martini (sculture), Gio Ponti (vaso venatoria), F. Carena, F. Casorati, G. Cadorin, A. Bucci, P. Borra, W. Wulz (fotografia) con l’immancabile U. Oppi, colgono le donne nelle loro molteplici espressioni esistenziali, pubbliche e intime.

Una iconografia che riappare nelle sezioni dedicate al Novecento e al suo realismo magico, dove Oppi ne è il protagonista.

Ispirandosi alla trasposizione teatrale della commedia ‘Notra Dea’, scritta da Massimo Bontempelli e curata da Pirandello, l’omonima sezione si ravviva di manifesti elaborati da M. Dudovich, con abiti da sera Anni Venti della collezione Trappetti, una splendida tunica di M. Fortuny dell’archivio Eleonora Duse, con i vasi di Gio Ponti e con i gioielli di collezioni private, di Roberto Sciagurato e di Anita De Paolo. Presenti U. Oppi con “Donna con abito rosso, V. Zecchin con “Bosco di betulle”, Granger NYC e M. Wulz con ritratti fotografici.

I monili riappaiono nel settore ‘Il gioiello déco, lusso, modernità, dinamismo e joie de vivre’ affiancato da ‘Il rapporto con l’antico e l’immagine femminile nelle ceramiche e nei vetri déco’ con opere di G. Ardioviz, Giovanni Grande per Lenci e di G. Balsamo.

Eleonora Duse con il suo tempo non può mancare e a lei è dedicato lo spazio elaborato in testo saggistico ‘La Casa della Duse e il femminismo pratico delle attrici’ corredato di esemplari dei periodici “La donna” del 5 maggio 1908 e “L’Arte drammatica” del 1941 con l’immagine scenografica di Lyda Borelli, e di foto del 1914 che ritraggono Tina Di Lorenzo e altre attrici.

Nella sezione ‘Visione’ la gestualità delle figure più che tropologico, l’intento degli autori è di non celarne affatto l’ossessione di infondervi l’alito dell’animazione; da osservare in tale spirito U. Oppi, Cagnaccio di San Pietro, T. Garbari, C. Sbisà e ancora Oppi in “L’ultimo Oppi vicentino”.

L’apoteosi del nudo femminile è nel ‘Paradiso perduto’, la sezione che può essere magnificamente distinta quale conclusione dell’itinerario, con le immagini conturbanti di Oppi, P. Marussig e A. Funi ma è nella “Figlia di Jefte” che si ritrova in Oppi quel segmento omologistico superiore alle sue e altrui opere. La donna adagiata su un fianco, leggermente supina, la cui gamba sinistra appoggia sulla destra piegata, col capo riverso e la chioma cadente, emana un che di inquietante verismo, complice una straordinaria perfezione pittorica del corpo.

Una sequenza vertiginosa ancora di Oppi con “Ritratto di donna (una sua modella)”, “Bagnanti”, “Nudo femminile (Allegoria della musica), “La sera romagnola”, “Nudo tizianesco”, “Adamo ed Eva” e “L’Adriatico”

Da soffermarsi infine al cospetto della “Venere addormentata” (Nudo con cagnolino) di P. Marussig, che risuona della ‘Maia desnuda’ del Goya, e infine del “Nudo” di A. Funi.

L’essenza in ognuna di esse, o l’allegoria collegiale se vogliamo, della naturale e impeccabile bellezza umana.

6 febbraio 2020

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