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Van Gogh
Tra il grano e il cielo

Vicenza
Basilica Palladiana
chiusura 8 aprile 2018

Direttore artistico Marco Goldin

Non si era ancora spento il riverbero del successo riguardante l’esposizione sull’Impressionismo a Santa Caterina di Treviso, con la valente direzione artistica di Marco Goldin, ecco che il suo nome riappare a Vicenza, nella Basilica Palladiana, quale ancora direttore artistico e questa volta nel proporsi con una ricca collezione a firma di Van Gogh.

Non è un itinerario ordinario, o meglio dire, semplicemente basato sull’osservazione delle opere ma un cammino strategico che pulsa d’insegnamento e che appassiona il visitatore, il quale si ritrova a essere sorprendentemente il fruitore di un’anima poliedrica, la quale non potrà essergli facile abradere dal senno.

L’anima filosofica del pensiero che da Platone ricade su Vincent, l’anima di una sorte che già traspare tra le sue iconografie e i suoi sogni, l’anima psicologica delle epistole, l’anima del suo nomadismo, l’anima di una folle luce che ne agglutina carne e spirito.

Dei suoi circa novecento dipinti, la basilica vicentina ospita un ricco assortimento di Tavole elaborate dal 1880 in una teoria geografica che si snoda tra Belgio, l’Olanda e la Francia, da Borinage ed Etten per toccare L’Aia, Drenthe, Nuenen, Parigi, Arles, Saint Rèmy e infine Auvers-sur-Oise dove nel 1890 si spegne a trentasette anni.

Delle Tavole del soggiorno belga a Borinage e a Etten nei Paesi Bassi, il curatore ha posto in confronto i due “Seminatore” del 1881 (il secondo con cesto) con il precedente “Il seminatore” di Jean-Francois Millet datato 1847-48.

C’è da dire che, nei riquadri del Nostro, l’uomo pare straordinariamente in risonanza con un portamento naturale imposto dal particolare impegno, anche se all’osservatore dia la sensazione di melanconia; ragionevolmente, comunque sia, in essi si riverbera l’anima dell’artista.

MIllet aveva scelto invece un accurato dinamismo che si richiama prepotentemente alla scenografia di stampo realistico, alle sue origini contadine.

Da non perdere in questa settrice l’attenzione nelle due Tavole degli “Zappatori”, entrambi elaborati da Vincent nel settembre, che affiancati contagiano con la sorpresa di una fulminea sequenza filmata.

Le Tavole olandesi di Vincent rispecchiano L’Aia, una città che ne materializza l’anima in un vortice di meditazioni, di misticismo e di ardore religioso, sino al pensiero della morte; forse qui, come non mai, si ravviva dolorosamente il cordone ombelicale con la fede che aveva disertato, vittima delle troppe imposizioni paterne, pastore protestante.

Compassionevoli le due “Madre con il Bambino” nelle quali l’osservatore può riconoscere la tropologia per una creatura, l’autore, fatta nascere non per amore ma semplicemente per riempire il vuoto di un fratellino morto.

Dall’83 per due anni è a Drenthe e Nuenen e qui le Tavole, a parte rari ritratti quali “Testa di donna” e “Testa di contadina con cuffia bianca” e due nature morte l’una con frutta e l’altra con patate, incluso un magnifico “Fasci di frumento”, i suoi personaggi sono intenti al lavoro sia nei campi sia nelle magioni e talvolta non manca l’impressione di un repentino scorrere di fotogrammi, vedi la bifora “Contadino al lavoro” e “Contadino con la zappa”.

Vincent era nato a Zundert e vi ritrova l’operosità della sua gente, l’atmosfera dei luoghi nativi quando affermava “Sono afflitto ma sempre lieto”, forse incalzato dall’ansiosa ricerca di uno stabile riferimento che gli riporti alfine certezza e solidità.

La Francia lo accoglie nell’86 a Parigi ma poi corre a rifugiarsi in Provenza ad Arles e a Saint-Rémy; è il periodo di un mutamento dell’anima, un consapevole groviglio mentale, che non gli dona requie, sino al rientro a Parigi nel ‘90, nelle contrade di Auvers-sur-Oise.

Un mutamento che riverbera nel tecnicismo e che ne irradia la voglia di cambiamento; il curatore della mostra vuol risaltarlo facendovi esplodere di colori le opere, in una sorta di coupling.

Straordinaria la tela “Interno di un ristorante” dove l’influsso impressionistico e del Pointillisme, insomma del Post-impressionismo, è in lui ricaduto simile a un atteso fato.

L’iconografia, così, si trasfigura tumultuosa nei segni e nella cromia, il segno inevitabile dell’anima in agonia, ed ecco “Vecchio che soffre” e “Vecchio che soffre (alle porte dell’eternità)” datato maggio, certamente il suo finis; infatti, si spegne il successivo 29 luglio.

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