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Venezia. Biennale Arte 2019

“May you live in interesting times” è la formula che ha introdotto il visitatore della 58a Biennale veneziana a percorrere il sentiero che da oltre mezzo secolo si snoda tra i padiglioni.

In realtà, la proposta didascalica non può non raffigurare un interessante e imperdibile inciso nella nostra quotidianità e che, come afferma Paolo Baratta, “\...\ evoca l’idea di tempi sfidanti \...\”.

In questa carrellata, immediatamente alla chiusura dell’ennesimo appuntamento della grande rassegna veneziana, ma che svolgo usando il tempo storico, mi colloco nel segnalare gli artisti espositori che contribuiscono ad arricchire il mosaico della bellezza italiana, ragionevolmente nulla da togliere alla straordinarietà degli esteti internazionali.

Negli spazi dell’Arsenale è la torinese Ludovica Carbotta che ci racconta, con le sue installazioni, l’effimero steccato tra immaginazione e realtà e lo fa con “Monowe (The terminal out post)”, una torretta militare di sorveglianza capovolta: non è affatto una ricaduta di espressionismo antimilitaristico, o pacifistico se vogliamo, ma la riflessione che continuiamo ciecamente a trascinarci la dialettica strutturale “nel ricorrente verso”, quando ormai non v’è proprio nessuno e nessuna cosa da sorvegliare.

In una logica risonante segue la trevigiana Lara Favaretto, una sorta di artista multiforme, che ama immergersi nell’humor nero, sovente tinto di insolenza; propone blocchi di cemento che va a deturpare avanti alla loro solidificazione. La tropologia, più tragicomica che dottrinale, di ogni monumento glorificante, il quale finisce per non rappresentare più nessuno o nessuna cosa.

Il Padiglione Italia include l’anconetano Enrico David, la romana Chiara Fumai (scomparsa a Bari nel 2017) e la milanese Liliana Moro, tutti assieme nel progetto, ispirato all’opera di Italo Calvino “La sfida del labirinto”, curato da Milovan Farronato dal titolo “Né altra Né questa: sfida al Labirinto”, in cui l’assenza di un principio e di una fine crea un intrigo che indirizza l’osservatore a interpretazioni parallele, complanari, divenendone così un fruitore.

Negli spazi dei Giardini incontriamo ancora Lara Favaretto, questa volta, l’espressionismo del suo humor misto a irriverenza è scenografico, “Thinking Head” (testa pensante) dove in fondo a un viale di alberi brulli appare un edificio dalla cui sommità fuoriesce vapore; l’artista descrive in allegoria una comunella di artisti presenti nella biennale, che quivi si riuniscono clandestinamente ma in diffusione streaming, dediti, da ricercatori socio-linguistici, a spremersi il cervello per dibattere sull’utilizzo di parole fondamentali nella nostra età artistica e culturale.

Negli spazi delle Partecipazioni nazionali, il Padiglione Venezia è un affollato andirivieni di turisti stranieri e non. Lo straordinario richiamo è dato da una sorta di entimema in cui il vedere vale il sapere poiché non è vero che l’invisibilità delle cose preclude la loro proprietà di palpitare e di corrispondere. Uno schermo può svelare quanto detto ed è il visitatore in osservazione a completarne il principio, nel conformare la comunione dei corpi.

Negli spazi della già polveriera di Forte Marghera (IXX sec), l’installatrice Ludovica Carbotta insiste nell’incalzare quanto sia vulnerabile la frontiera tra l’astratto artistico e la consistenza. Qui, omologando l’opera alle trascorse finalità del sito, presenta “Monowe (Powder Room)” imponendo a sperimentare come sia possibile con l’arte il condurre l’individuo a provare una identica, notevole emozione pur in assenza di minaccia incombente; un aspetto dell’omologismo che vuole la connotazione di un’opera riversarsi nei conati speculari dell’osservatore, il quale ne diviene pertanto un fruitore.

Tra gli Eventi collaterali, i responsabili della Biennale hanno richiamato, a mezzo secolo dalla morte, Pino Pascali, del quale pongono in esposizione a Palazzo Cavanis, una collezione di ben centosessanta scatti datati 1964-65, oltre ai Fondi Fotografico e Video. L’intento è di una rinnovata interpretazione delle sue opere con le quali riesce magnificamente ad accordare l’arte con la pubblicità e la scenografia.

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