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“Cambiare”

17a Esposizione artistica di Illegio,
Tolmezzo a cura di A. Geretti - edizione 2021 sino al 17 ottobre.

20 settembre 2021

“Dafne” particolare – by copertina catalogo

In ogni epoca, certamente, si contano dei drastici cambiamenti sociali e culturali; per molteplici aspetti, sarebbero da assegnare alla maturale evoluzione dell’uomo quando non condizionato o trascinatovi dai rivolgimenti ambientali.

Da chiedersi tuttavia se le trasformazioni sociali o individuali abbiano esse favorito il progresso o, invece, siano state il prodotto di una crescente emancipazione dell’intelletto umano, sia del singolo sia della collettività.

Quest’anno, l’iconografia nella Casa delle Esposizioni di Illegio, esito di una brillante ricerca dei curatori, ha così focalizzato un fenomeno che appartiene alla nostra generazione, proiettandolo nell’allegoria dei miti e delle avventure umane disseminate sin dal passato remoto; la prova, quindi, di immancabili segmenti metamorfici succedutisi in seno all’umanità

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Qui citiamo i capolavori in esposizione e ci soffermiamo al cospetto di alcuni, in una idea che siano significativi del complesso. Se ne contano trenta, di autori dal Cinquecento al Novecento di Francia, UK e Italia.

Il giuramento di Lucio Giunio Bruto di Alexander Evariste Fragonard - La libertà che guida il popolo di Edmond Leroy Dionet - Mazeppa di Ruggero Panerai - In sciopero di Hubert von Herkomer - La rivoluzione di Valentine Cameron Prinsep - Davide con la testa di Golia Bartolomeo Manfredi - Il diluvio di Filippo Giuseppini - Alluvione delle Highland di Edwin Henry Landseer - 2 novembre 1884 dì dei morti a Casamicciola di Giovanni Battista - Emigranti di Raffaello Gambogi - Narciso di Jehan Georges Vibert - Il giudizio di Mida di Emile Levy - Circe di Wright Barker - Dafne di Arthur Hacker

La principessa e il ranocchio di William Robert Symonds - Le tre età dell’uomo di Antoon van Dyck - Vertumno e Pomona di Antoon van Dyck - Natura morta con uva e melograno di Henri Fantin Latour - Foglie cadenti di Angelo Dall’Oca Bianca - Eva dopo il peccato di Antonio Allegretti - Maledizione della madre di Ponziano Loverini - La conversione del figliol prodigo di Paul Vayson - La vocazione di San Matteo di Giovanni Lanfranco - Cena in Emmaus di Michelangelo Merisi detto Caravaggio (?) - La resurrezione di Cristo di Domenico Robusti detto Tintoretto - Alberi a bordo d’acqua -Pprimavera a Giverny di Claude Monet - Testa di Donna di Pablo Picasso - Dramma di paesaggio di Giacomo Balla - Taglio bianco di Lucio Fontana

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Alexandre-Évariste Fragonard appare subito al visitatore con “Il giuramento di Giunio Bruto” (1840). Bruto, brandendo l’arma bianca verso l’alto, sul corpo ormai esamine dell’amica Lucrezia suicida dopo essere stata violentata da Sesto Tarquinio, promette quella vendetta che si rivelerà foriera del cambiamento politico, la fine dei sette regni di Roma a beneficio della repubblica.

Un balzo di millenni di Edmondo Eroy-Dionet nell’opera “La libertà che guida il popolo”, su calco del dipinto di Eugène Delacroix. Libertà personificata della passionaria che sventola il tricolore tra l’infuriare della sommossa parigina del 28 luglio 1830, la quale avrebbe indotto all’abdicazione l’ultimo re Borbone Carlo X a favore di Luigi Filippo duca di Orléans. Mutazioni repentini in un breve lasso temporale che condussero alla caduta dell’assolutismo monarchico per tornare infine all’impero napoleonico nel 1804 passando da una struttura costituzionale di libertà, di uguaglianza e di fraternità, con la stesura dei Diritti dell’uomo e del cittadino.

Gli fa eco “La Rivoluzione” di Valentine Cameron Prinsep (1896) dove una popolana marcia tutta sola, a richiamare i cittadini, ribattendo il tamburo retto a tracolla, irradiando la certezza che stia intonando la “Marsigliese”. I popolani alle sue spalle appaiono tra l’indifferenza e il timore di rappresaglia. L’ardore della Rivoluzione francese non si è affatto assopito, pur respirando l’atmosfera della Troisième Republique, nata dopo il 1870 con la sconfitta di Sedan e che si era sostituita al Secondo Impero.

Sir Hubert von Herkomer propone nel 1891 “In sciopero”. la Rivoluzione industriale che dal 1760 al 1840 aveva già trasfigurato la società inglese, ponendovi l’uomo quale schiavistico innesto in una macchina universale di produzione, infelice lavoratore a orario gravoso e con introiti appena bastanti per non morire di inedia assieme ai propri conviventi. Lo spauracchio dei padroni era lo sciopero, che veniva represso anche con le armi delle autorità. In quest’olio su tela, l’autore effigia magnificamente i quattro volti di una intera famiglia, conscia della disgraziata sorte che incombe. Lo scioperante, quindi, si erge a martire di una società e il suo volto, merito dell’artista, è una chiave d’epoca, in cui sono accomunati la rabbia, il nero presentimento, un senso di dignità.

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Ed ecco “Il diluvio” di Filippo Giuseppini (1836) a ricordarci che non è sempre l’uomo il protagonista dei cambiamenti. In questa tela, Semino e Semira, i leggendari sopravvissuti fuori dell’arca all’immane rovescio, sono raffigurati abbracciati su uno scoglio affiorante dalle acque. Il volto dell’uomo, rivolto al cielo è indice della sua ira verso la natura, o verso la divinità, ed egli abbraccia stringendo la sua donna in deliquio. In un magnifico tecnicismo, la veste di lei denota straordinariamente come sia intrisa e che, appiccicatasi lungo la gamba sinistra dal gluteo al ginocchio, ne svela in trasparenza le carni. Il cambiamento planetario, in un ordine divino, a seguito del cataclisma avrebbe dovuto ripopolare la terra di uomini indenni dal peccato.

Raffaello Gambogi con la tela “Emigranti” del 1894, pone l’accento su quel fenomeno via via divenuto di massa, il quale, causa imperdonabili inadeguatezze governative, cagionò sacrifici in intere famiglie, costrette a radicali cambiamenti dovuti all’abbandono di affetti in termini di persone e cose. L’opera pittorica fu esposta un trentennio dopo l’inizio della cosiddetta Grande Emigrazione, in cui espatriarono circa 19milioni di italiani. L’evento si sarebbe affievolito durante il fascismo, che però lo ufficializzò dirottando i lavoratori nelle terre africane di conquista coloniale. Esso riprese spontaneamente dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale e non sarebbe più cessato; la tela di Raffaello Gambogi può essere, pertanto, definita ognora di attualità, poiché una Nuova Emigrazione, integrata con la “fuga di cervelli” si sarebbe avviata con la crisi del nuovo millennio. L’immagine mostra il tipico stereotipo degli abbracci d’addio e del pianto dei congiunti in una scenografia portuale, donde “partono i bastimenti per terre assai lontane”

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Le sale espositive proseguono e ci accompagnano nelle allegoriche, mitologiche metamorfosi umane, dal richiamo di fantascientifici mutanti. Ecco, dunque, “Circe” (1889) di Wright Barker, la maga artefice nel poema omerico della trasformazione dei marinai di Odisseo in maiali ma che l’artista preferisce invece in fiere quali leoni e volpi. Opera, questa, creata nell’anno che promette, infatti, una sorta di risveglio della fierezza umana, quando si plaude alla Torre Eiffel, alla rivalutazione di Giordano Bruno tramite un suo monumento, la Dichiarazione di Utrecht che sancisce l’Unione delle Chiese vetero-cattoliche, la Seconda Internazionale a Parigi.

Circe appare altera e solenne elevatasi dalla sommità di uno scalone disseminato di papaveri che traboccano nella sottostante sala, da interpretare, questi, come il marchio del sogno - o narcosi - di modernità che la società sta vivendo.

L’identica sindrome di risveglio della fierezza umana, ancor oggi di grande attualità, con le conquiste spaziali e il digitale. Qui, però, a interferire con la rinascita, è l’auspicio figurato nella pittura che avrebbe colto Arthur Hacker con la sua “Dafne” (1890). Nella naiade vi è il riscatto della donna preda dell’egoismo del maschio arrogante nel suo stato sociale, che il mito la vuole trasfigurata in pianta di alloro per sfuggire all’ossessionante persecuzione di Apollo, oggi definibile stalker in un linguaggio globale. L’affrancamento figurato è ravvisabile nell’arbusto le cui foglie adornano gli eroi, i grandi artisti, i campioni, i giusti, in una apposita corona.

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Infine, il visitatore viene colto da momenti di incertezza: aduso a una iconografia di puro figurativismo, gli appaiono invece Giacomo Balla con “Dramma di paesaggio” (1926), Pablo Ruiz y Picasso con “Testa di donna” (1943) e Lucio Fontana con “Taglio bianco” (1959).

Il cambiamento non è più individuale o collettivo, pur sempre riferibile all’umana teca, ma è nell’estro artistico, in un tecnicismo di assoluto rinnovamento, che non presenterebbe tracce ereditate.

Il Futurismo di Balla, l’Astrattismo (una definizione che accomunerebbe Cubismo, Espressionismo, Neoclassicismo, Surrealismo…) di Picasso e lo Spazialismo di Fontana non lasciano dubbi: il “Cambiare”, pur nelle recenti elaborazioni artistiche è l’identica ispirazione, forza motrice di ogni generazione, la quale vuol vedere e ritrarre il mondo, nei suoi tre regni, in una perfetta correlazione di armonia.

Il “Cambiare”, in questo conclusivo settore, quindi, non vuol essere più prerogativa di speculari immagini su tela ma un deciso omologismo ricreativo, che non smentisce la massima dei curatori: “ciò che vive cambia!”

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