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Grandi mostre / Goya e la tradizione italiana
Le rivincite della Storia : i secondi saranno i primi

Fondazione Magnani Rocca
Mamiano di Traversetolo (Parma)

Si sa che la storia degli uomini è stracolma di ingiustizie, qualche volta di errori irreparabili, ma fortunatamente non è il nostro caso, perché se nel 1771 Francisco Goya y Lucientes (Fuentedetodos 1746- Bordeaux 1828), partecipando al concorso di pittura dell’Accademia di Parma, si vide scavalcare da un tale Paolo Borroni, classificandosi al secondo posto, evangelicamente potremmo dire che poi nella realtà “i secondi saranno i primi”. Casi eclatanti come quello di Goya non sono stati infrequenti, ma la novità è che nell’anno domini duemilasei Annibale vincitore, che rimira per la prima volta dalle Alpi l’Italia e Il genio della guerra guida Annibale attraverso le Alpi, ovvero proprio i dipinti di Goya e Borroni, saranno a confronto dal 9 settembre al 30 dicembre nella casa museo che fu di Luigi Magnani e oggi sede della Fondazione a lui intestata, Magnani Rocca.

   
Immagine guida della mostra Francisco Goya, La famiglia dell’infante don Luis di Borbone, 1783-84 (part.)

La novità della mostra sta anche nel fatto che proprio a Parma Goya incontrò i primi favori ufficiali, non ultimo il fatto che fu proprio Maria Luisa, moglie del principe ereditario di Spagna, ad aprirgli la strada verso il successo futuro. Stabilitosi a Madrid nel 1786 divenne pittore di corte con Carlo IV e Ferdinando VII, poi si ritirò in una sua proprietà, “La Quinta del Sordo”, e infine nel 1824 a Bordeaux dove si spense alla veneranda età di 82 anni.

La mostra non punta ad un allestimento meramente documentario, piuttosto si affida a illustrare il rapporto tra Goya e Parma, più fortemente l’influenza che la tradizione italiana del ritratto ebbe sul maestro spagnolo e quanto essa influenzò la sua opera. In mostra, oltre all’opera chiave della ritrattistica di Goya, il capolavoro La famiglia dell’Infante don Luis, patrimonio della Magnani Rocca, si possono ammirare anche due splendidi ritratti di Raphael Mengs, nonché un’ampia sezione di opere di Giaquinto, Traversi, Baldrighi, Mengs. Kauffman, Batoni, Bonito, Ghezzi che documentano i livelli raggiunti dal “Ritratto italiano al tempo di Goya”.

Fermo restando la riconosciuta esuberanza vitalistica della sua opera, drammaticamente sospesa tra ironia e antiaccademismo, di cui sono testimonianza capolavori indimenticabili (Maja desnuda e Maja vestita (1805), o le indiscusse serie di acqueforti : i Capricci, la Tauromachia, i Disastri della Guerra, i Proverbi, non v’è dubbio che egli ebbe a risentire, naturalmente in senso positivo e spesso superando il “modello”, della pittura barocca e classicistica italiana, soprattutto di area veneta e napoletana, ma anche in ambito romano, attraverso la conoscenza di artisti che ebbero rapporti con la corte madrilena, come Giambattista Tiepolo, il figlio Gian Domenico e il napoletano Corrado Giaquinto.

Per tastare il polso della maestria del Goya, una sezione della mostra, interamente riservata a “La ritrattistica di Goya”, vengono proposti opere di una valenza inestimabile, fra le quali basti citare La famiglia dei duchi di Osuna, La Marchesa di Pontejos, Maria Teresa di Borbone e Vallabriga contessa di Chincòn, La regina Maria Luisa, che da sole testimoniano, laddove ce ne fosse bisogno, quanto il Goya avesse scavalcato alcuni stereotipi diffusi in ambienti cattedratici, affondando il bisturi della penetrazione psicologica di personaggi che andava a proporre. Lui non c’era la figurazione tout court, piuttosto era incline a documentare i drammi del tempo che viveva e a proporli, a volte, anche nella loro più cruda nudità, senza ubbidienze moralistiche, convinto che bisognava superare gli emblemi di una rappresentazione ormai decaduta ed obsoleta. E la mostra parmense ci porta a riflettere ancora una volta sullo statuto dell’arte, ieri come oggi.

rubrica
Arte
 
Goya, Francisco
autore:
Angelo Lippo
 
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