Servizi
Contatti

Eventi



I nonluoghi delle città

La mostra di fotografie e poesie
dal 17 settembre 2009 a Firenze

Si apre nel prossimo mese di settembre a Firenze, presso la biblioteca del Palagio di Parte Guelfa, una mostra di fotografie e poesie dedicata ai luoghi nei quali la gente si sfiora, si ferma per brevi momenti, passa oltre, come gli aeroporti, le stazioni, i centri commerciali. Sono i nonluoghi, secondo la fortunata parola coniata dall'antropologo Marc Augé (Non-lieux, Seuil, Paris 1992). In questi spazi non si costruiscono identità, la gente li raggiunge anche per il proprio piacere, attratta da luci e colori, dai prodotti esposti, per passare il tempo, in definitiva, per vincere solitudine e noia. Le azioni, le reazioni sono quelle della folla, a volte alla maniera del gregge, in altre emergono aspetti particolari, si impone la figura di un individuo per la sua diversità, di una coppia per lo scambio di gesti d’affetto, di una persona per i segni della miseria.

Non sembra facile parlare di questi luoghi. La ricerca può essere affidata, come nel caso della mostra di Firenze, per un verso, alle tracce di luce che cattura la fotografia riguardo allo svolgersi della vita quotidiana, per l’altro, al suono della poesia, articolato sul linguaggio degli oggetti, delle cose del mondo di oggi, lontano da qualità liriche, vicino alla presenza di un’invadente tecnologia.

Come parlare dunque dei nonluoghi? La narrazione è forse più immediata, godibile, se si mischiano alcuni fra i possibili strumenti del narrare, la poesia e la fotografia. E’ una combinazione che aggiunge qualcosa? Crediamo, speriamo di sì.

Il linguaggio al quale si fa ricorso non è monocorde, si ricerca una polifonia di toni, di sensi, di emozioni, così come si impone ai nostri sensi la vita di tutti i giorni. E’ un linguaggio essenziale, che si frammenta, evapora seguendo lo svanire, oggi, di certezze, di riferimenti comuni per il nostro vivere insieme, spesso trasformato in situazioni allo stato liquido. Rispetto a queste situazioni il sociologo Z. Bauman ( Il disagio della postmodernità, Bruno Mondadori, Milano 2007) sostiene che:

“Abbiamo bisogno di una visione della cultura tracciata in un altro modo. Punto di partenza è ciò che è abituale, quotidiano, evidente, il mondo a portata della mano e dell’occhio. Scaturisce la visione di una cultura tutta movimento, fluida e liquefatta”.

Riprendiamo alcuni passaggi del testo che sarà presentato alla mostra di Firenze, insieme alla rassegna delle fotografie. “Sfrenate passioni d’amore/portano a cogliere momenti/celesti/in ascensori bloccati”, si legge nella raccolta di poesie. Oppure, ancora: “Saldi per fine stagione/per cessata attività/saldi per amore perduto”. E ancora: “Pulizia a Bordo Alta Velocità/trascina il carrello/carta, sapone e profumo”.

“In sostanza, in diversi momenti si cerca di attenuare lo stridore della vita di oggi inserendo amore e sesso col risultato che entrambi finiscono col fondersi con la non gradevolezza dell’ambiente circostante, proprio come quegli ascensori che si fermerebbero per dare la possibilità di ”scalare le vette del cielo”. A volte si sente dire da parte di nuovi e forse involontari retori che bisognerebbe “umanizzare la globalizazione” (G. Scalise, Nonluoghi di Roberto Mosi, in “Le Voci della Luna”, n. 42).

Sicuramente non è più il mondo ottocentesco delle corrispondenze. Le corrispondenze di oggi non sono i ruscelli e gli alberi delle foreste, ma gli oggetti, i treni, gli aerei, anche perché “sopra il mare di pece/ si vola a basso costo/ i sedili inzuppati di giallo/…le città da prenotare”. Rimane il mondo fluido delle emozioni, da inseguire con i versi della poesia, con l’obiettivo della macchina fotografica e, perché no, con i suoni della musica contemporanea. La partita da giocare è proprio questa.

Una parola, dunque, fortunata quella dei nonluoghi coniata nel 1992, entrata nel linguaggio comune e sempre più indagata da esperti della ricerca sociale, per un verso, e da artisti, per l’altro. Nel campo della letteratura, in particolare, si osserva che:

“La poesia può risorgere anche nei luoghi della standardizzazione. Un tempo si faceva poesia davanti agli alberi e alla luna. Oggi si può fare poesia sulle autostrade, sugli aeroporti, su quelli che un sociologo francese chiamava i “nonluoghi (A.G. Gargani, Cosa ci racconta la poesia? Rai Educational 20–03-2000)

E’ un tipo di riflessione che abbiamo incontrato più volte, come nel caso di P. Giovannetti che nel libro Modi della poesia italiana contemporanea (Carocci, Roma 2005) si sofferma sul “nostro essere postmoderni”, sul “tema del “non luogo”, dell’assenza d’uno spazio cui si àncori una razionalità ben definita”:

“il poeta sente di parlare entro, e da, una condizione priva di legittimazioni forti, anzi sempre più incline a trascolorare verso il non-senso, verso lo smarrimento di ogni tipo di coordinata.”

Augè è ritornato recentemente sul significato della parola (Premessa all’ultima edizione del suo libro: Nonluoghi, Elèuthera, Milano maggio 2009) con un respiro adeguato ai fenomeni che investono la “città-mondo”, alle tensioni che emergono nel rapporto fra “sistema e storia”, al ruolo che può avere l’architettura e l’arte per riprendere, da parte dell’uomo, il filo della speranza e dell’utopia. Se i luoghi tradizionali presuppongono una società sostanzialmente sedentaria, i nonluoghi sono i nodi e le reti di un mondo senza confini e, dal punto di vista architettonico, sono gli spazi dello standard, strutture dove nulla è lasciato al caso, al loro interno è calcolato il numero dei decibel, dei lux, la lunghezza dei percorsi, la frequenza dei luoghi di sosta, il tipo e la quantità di informazioni. Sono identici a Milano, a New York, a Londra o a Hong Kong. L’utente sembra non curarsi che i centri commerciali siano, in gran parte, uguali. Questo, piuttosto, lo rassicura.

Lo straniero smarrito in un Paese che non conosce – dice Augè - si ritrova soltanto nell’anonimato delle autostrade, delle stazioni di servizio, dei grandi magazzini o delle catene alberghiere”.

A Londra, Parigi, Milano o a Roma si passeggia nello stesso modo: identici i negozi, i mimi, i venditori di cibarie, le macchine per il cambio di valuta, il senso di solitudine. Per sentirci in un contesto sociale non ci rimane che guardare lo spettacolo degli altri che camminano e, a loro volta, ci osservano: uno spettacolo dove attori e spettatori si confondono in un reciproco e continuo scambio delle parti. Nello stesso tempo, le nostre città “si trasformano in musei illuminati, settori riservati e isole proprio mentre tangenziali, autostrade, treni ad alta velocità e strade a scorrimento veloce le aggirano”.

Nella prefazione all’ultima edizione del suo libro (2009, Elèuthera), Augè arricchisce, come si è detto, il suo pensiero, ci presenta un’importante chiave di interpretazione: “nella realtà non esistono, nel senso assoluto del termine, né luoghi né non luoghi. La coppia luogo/non luogo è uno strumento di misura del grado di socialità e di simbolizzazione di un dato spazio.” Certamente dei luoghi (luoghi di incontro e di scambio) possono avere valenze diverse a seconda della prospettiva con la quale si osservano. Rileva, in particolare, che assistiamo oggi ad una nuova contestualizzazione di tutte le attività umane. La globalizzazione è anche l’urbanizzazione del mondo, è anche la trasformazione della città che si apre a nuovi orizzonti, della città-mondo. “Ogni grande città è un mondo, un riassunto del mondo, con la sua diversità etnica, culturale, religiosa, sociale e d economica”.

Per Augè l’opposizione tra mondo-città e città-mondo è parallela a quella fra sistema e storia. L’architettura urbana, in un certo senso, è l’espressione del sistema. A volte assume aspetti caricaturali, come nella sfida delle città del mondo per costruire la torre più alta. Per altri versi, sembra assumere la dimensione dell’utopia, nelle sue opere più significative: “In questo mondo saturo di immagini e di messaggi, le uniche vie di uscita si trovano dalla parte dell’utopia: solamente l’architettura l’ha compreso, forse all’insaputa degli architetti stessi.” Nelle sue opere più significative, l’architettura sembra fare allusione a una società planetaria, propone frammenti di un’utopia, di “una società della trasparenza che non esiste da alcuna parte”.

Oggi gli urbanisti e gli architetti, al pari degli artisti e degli scrittori, si trovano forse condannati a ricercare la bellezza dei nonluoghi, resistendo al tempo stesso alle apparenti evidenze dell’attualità.

Gli architetti impegnati direttamente negli spazi della comunicazione, della circolazione e del consumo, immaginano lo spazio come uno spazio comune suscettibile di far presagire, a quanti ne fanno uso in qualità di utenti, passanti o clienti, che né il tempo né la bellezza sono assenti dalla loro storia. La città è più che mai il luogo di questa speranza e di questa attesa. Ormai rimane solo la città, su questo pianeta di cui gli uomini hanno fatto il giro. Le sue nuove forme evocano il duplice orizzonte del nostro avvenire: l’utopia di un mondo unificato e il sogno di un universo da esplorare”.

Nella trasformazione urbana delle città, si è accentuata la crescita dei nonluoghi, sempre più modellati secondo le forme imposte dai processi di globalizzazione. E’ immediato l’interesse per una lettura di questi fenomeni secondo la chiave di interpretazione proposta da Augè, partendo dall’assunzione della coppia luogo/non luogo come strumento di misura del grado di socialità e di simbolizzazione di un dato spazio.

L’architettura e l’arte con alcuni interventi hanno innestato elementi, si può dire, di utopia, simboli che richiamano alla speranza, all’accoglienza a partire dai punti cardine della viabilità metropolitana che possono essere considerati come le porte di accesso alla città. Ci limitiamo ad alcuni esempi, che riprendiamo dalla città di Firenze che, naturalmente, è stato il campo di osservazione più diretto per la ricerca che anima la mostra fiorentina.

Credo sia noto a molti che il primo “ benvenuto” all’ingresso dal lato sud della città è dato da L’uomo della pioggia dell’artista Jean-Michel Folon, la statua in bronzo posta sulla rotonda, in prossimità del raccordo autostradale. Accoglie i nuovi arrivati, fra gli spruzzi della piogga, con un’espressione leggera, sognante, accogliente. Può essere considerato come il simbolo dell’accoglienza che anima la storia e oggi, almeno in parte, la vita di Firenze.

Dalla parte opposta della città, vicino al casello Nord dell’autostrada, all’incrocio fra due grandi direttrici di traffico, un segno incisivo nel paesaggio urbano è rappresentato dalla chiesa di Giovanni Michelucci, che, di lontano, sembra intrattenere come un dialogo con la Cupola del Brunelleschi; chiesa costruita negli anni Sessanta per ricordare i numerosi caduti sul lavoro nel corso della costruzione dell’Autostrada del Sole. Per tutti è diventata la chiesa-tenda dell’autostrada: “Nasce per dare – sono le parole di Michelucci – una risposta al nuovo nomadismo dell’uomo che cerca la pace. Nasce da una chiesa itinerante che è frutto di questa ricerca di pace”.

Poco oltre l’automobilista che esce dall’autostrada al casello di Calenzano, incontra la recente opera di Dany Caravan, Il Tempo, una ruota alta 18 metri, con dodici raggi, appoggiata su uno specchio d’acqua. E’ stato scelto un simbolo che in un luogo di grande passaggio, richiama, allo stesso tempo, la memoria, la storia della zona, la lontana tradizione agricola dei mulini, e i più recenti ingranaggi delle macchine industriali, che ricordano l’attuale vocazione industriale del territorio.

Si possono cogliere, d’altra parte, esperienze di socialità, di vita comunitaria che fioriscono nei luoghi dedicati al passaggio, alla comunicazione. Un’esperienza significativa, ad esempio, è rappresentata dalla vita che anima, in un quartiere popolare di Firenze, un sottopassaggio che passa sotto la piazza delle Cure e la contigua linea ferroviaria per Roma. Grazie all’opera di un gruppo di persone che in passato vivevano ai margini della società, il sottopassaggio è tenuto pulito, con un’apprezzata attività di volontariato, lucido come un salotto, rallegrato dalla musica di un giradischi. La sera è considerato come un passaggio sicuro; in uno degli angoli più appartati dormono, a volte, persone senzatetto in maniera discreta, si potrebbe dire, senza che questo rechi disturbo ai passanti. I muri sono dipinti di graffiti dai colori forti, violenti, carichi di simboli, di versi di poesia: è una vera e propria galleria d’arte – curata da un gruppo di giovani - che periodicamente rinnova le opere che espone, una sintesi efficace dei disegni fantasmagorici che incontriamo sulle pareti di molti viadotti, sui muri della ferrovia, altri sottopassaggi.

Nella mostra che si aprirà alla Biblioteca del Palagio di Parte Guelfa si presenteranno dunque i risultati di una ricerca svolta sul versante della poesia e della fotografia, intorno agli spazi del passaggio, della comunicazione, del commercio, ricerca che non si è fermata alla superficie delle apparenze, ma è andata oltre, per cogliere in questi stessi spazi, i segni di una creatività diffusa, di una vita comunitaria, di forme nuove di identità.

Possiamo così “scoprire” che nelle città in trasformazione, le ragioni della standardizzazione, dell’omologazione sono in campo ma non hanno riportato vittorie decisive. Nelle città-mondo i segni di una socialità diffusa, dell’affermazione della loro storia, dei valori e dei simboli della solidarietà e della ricerca della pace, vanno oltre i luoghi tradizionali dell’identità e della vita comunitaria, per arrivare a “dipingere”, almeno in parte, con le risorse dell’arte, gli spazi dei nonluoghi. E’ un’illusione ottica? Crediamo di poter dire di no. Sono comunque tracce che oggi seguono i “dannati della Terra che preferiscono rischiare la morte fuggendo piuttosto che subirla rimanendo nel loro paese. Ingannevoli o promettenti, le luci della città brillano ancora”.

rubrica


Literary © 1997-2014 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza