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Laura Saccomanno di Augusta

Galeotti furono una grossa e succulenta trancia di “spato” ed il brodino al pomodoro di uno scorfano rosso (o “cipolla”- cipuddrazza nella nostra fiorita lingua), consumati, con altro insuperabile sapore di mare, in un remoto angolo di quello che rimane della Augusta medievale. Lì, le stradine risentono ancora degli schemi edilizi post - federiciani, lì, il sistema ippodameo è nato tardi, anzi, non è mai nato così come si espanderà poi negli altri quartieri di più moderna concezione. C’è la via Garibaldi che, da levante a ponente, dalla chiesa di s. Domenico a quella del Carmine, divide e stabilisce schemi architettonici oscillanti tra l’antico ed il moderno: dalla via Garibaldi l’antica via S. Giuseppe si dirige verso nord, larga pochi metri, lunga un centinaio di metri. Il quartiere legato alla chiesa ed alla via S. Giuseppe è un’insula urbana, unica in Augusta per la sua interezza, che conserva ancora odori e colori antichi di centinaia di anni.

È nella via S. Giuseppe, in un locale dove si mangia bene come dicono i miei nipoti, che ho incontrato per la prima volta Laura Saccomanno. In attesa che la grigliata di pesce spada ed altro fosse disponibile per la tavolata che festeggiava l’ennesima laurea di famiglia, la mia attenzione fu attirata al piano terra da alcuni quadri appesi alla parete, i quali facevano discretamente capolino dalla penombra del locale. È stato qui che ho incontrato per la seconda volta Laura Saccomanno e la sua arte. In verità non conoscevo l’artista, se non per l’”amicizia” stabilita per le strane vie di facebook. Qui, ripeto, in un antico locale di un antico cortiletto che si apre nella via S. Giuseppe, che la toponomastica riconosce col nome di Veterinario, ho incontrato la sua Arte.

Ecco qui, l’arte, quella con la A maiuscola, l’Arte, che ti dà subito da pensare, l’ho incontrata per caso. Da anni il mio interesse per l’arte augustana si era affievolito, gli amici siracusani (Tantillo, Italia, Romano, Bertrand ed altri), la cui arte ho seguito da critico per tanti anni, si erano tutti dispersi per le strade del mondo e del cielo. Qui ad Augusta, i pochi artisti (almeno quelli per i quali avevo scritto qualcosa) si erano avviati sul loro ineluttabile sunset boulevard, molte vene artistiche si erano affievolite, altre si erano inaridite del tutto. Colpa della globalizzazione dei gusti e dei sentimenti? Due o tre nomi che seguivo da lontano (Di Blasi, Bonaccorsi, Ortisi) per i loro primi lodevoli tentativi di proporre e stabilire una scuola, e quindi, nel tempo, altri artisti a tentare di vivificare un’arte stanca o mai esistita come vera e significante Arte; conati estemporanei, rare le personali, più ai tempi del Gruppo MEG che significava Mentre Eravamo Giovani, o del Poliedro di Jano Fanciullo… qualche collettiva con sempre gli stessi pochi nomi… l’illusione angosciante di ancora essere propositivi… ed appena ieri, nuovi e agguerriti sedicenti maestri dell’arte contemporanea il cui pathos li aveva portati, miracolo dei miracoli, a riempire degli ovali con un brutto piatto opaco color verde scuro e farne delle “pale” non d’altare ma di fichidindia, oppure di copiare un angolo di un Toulouse Lautrec e firmarlo ingenuamente da autore, chi se ne accorgerà? …tutto possibile o impossibile in questo paese di periferia, dove, come ha scritto Antonella Villari la vita, e con essa l’arte, sembra essersi fermata al di fuori della Porta Spagnola. Come in Fahrenheit 451 di Truffaut, sembrava che l’Arte si fosse nascosta per sfuggire al rogo della santa inquisizione della incompetenza e della presunzione.

Inutile o ignorato ad Augusta anche John Sturges e la sua Catena delle colpe: “Nessuna cosa, come il futuro, può esserti giudice di quello che hai fatto”, così che, per parafrasi, si arriva all’ovvia considerazione che il cavallo di razza si vede sulla lunga distanza. Mille citazioni bolaffiche o bolaffiane oggi, profumatamente pagate, e domani? È arte questa, o si gioca a fare arte?

Gente che fa l’artista, ma non è artista.

E poi ti si presenta questo nome, questa bella e giovane ragazza, questa Laura Saccomanno, figlia di Ilario vengo a sapere dopo. Scopro la sua opera, e mi perdo nella ricchezza della sua tavolozza. Riscopro il colore madre, il bianco abbagliante del calcare bruciato dal sole di una levantina scogliera, ma anche quello dei muri di una casa mediterranea con i suoi terrazzi e le sue scale esterne come lo erano nel villaggio anatolico neolitico di Çatal Uyuk, riscopro il verde della campagna che vive da padrona, qui da noi, il suo poliedrico e polimorfo colore mediterraneo, la macchia mediterranea per intenderci. Il Mediterraneo dei contrasti: qui il verde è verde, l’azzurro del mare è sempre azzurro, il rosso rubino di una melagrana è lo stesso di quello di un rubino, appunto. Qui, nell’arte di Laura, anche il colore è forma, fa scena a se stante e diventa, all’occorrenza, primo attore, come la forma scolastica, quella tridimensionale, nata in un banco d’accademia e mai più dimenticata neanche dai più sfrenati maestri dell’Impressionismo. Mi dico: è la prima volta che l’arte viene presentata, qui ad Augusta, almeno negli ultimi vent’anni da un’artista augustana, nella sua essenzialità; siamo di fronte ad un impressionismo di ventunesimo secolo che si è lasciato alle spalle secoli di arte figurativa piena di santi e angioletti e formose cortigiane e papi, e si riprende il posto che più, oggi, gli si addice. Rinnega, non ama affatto, direbbe oggi Carlo Raggianti, non ama termini quali istorismo estrinseco, descrittiva della materia, inquadramento retorico o accademico, naturalismo imitativo, allegorismo e simbolismo e via discorrendo. E se questo giudizio andava bene per il cinema come arte, nelle mani dei grandi del cinema anch’essa figurativa, a maggior ragione può andar bene per l’arte figurativa per eccellenza, la pittura e, a a latere, la scultura.

Mi dico allora: devo scrivere qualcosa e cercare di dire, a me stesso più che agli altri, l’incanto dei temi e del colore della Saccomanno. Voglio dimenticare quanto possono aver visto altri e fissare l’attenzione su quello che vedo io. Niente retoriche ipotiposi perché il tempo non mi manca, voglio partire sì dalla immediatezza delle impressioni, che sono alla fine quelle che contano,ma voglio anche e più soffermarmi sul tutto sorvolando (apparentemente) le forme e annegando nei tempi e nei colori. Solo qui trovo un messaggio. La “forma” del colore è sempre una pseudo forma, qualcosa che, anche nella figura dei secoli d’oro, era un elemento catalizzatore senza il quale la bellezza del colore non avrebbe avuto senso. I colori m’incantano, le forme m’incantano, il racconto tutto della Saccomanno m’incanta. Quest’Arte che ho scoperto (si scoperto solo oggi e me ne faccio una colpa!) in un antico locale dell’antica via S. Giuseppe m’incanta, come se avessi ripercorso i vari stadi dell’intelligenza creativa, tenutasi pudicamente nascosta, o presente, nella vita di Laura Saccomanno, in collettive germogliate anche al di la della sponda settentrionale del Mediterraneo, a Sousse per esempio in Tunisia, la vecchia Susa dei Romani dove la Scuola Archeologica Italiana continua a trarre fuori dalle sabbie africane tesori antichi. Altre tappe, altre collettive o personali, al di qua e al di là del Faro, proposizioni tutte di Arte nella sua essenzialità cromatica; e qui voglio evitare brutte parole quali “materica”, che è un brutto neologismo oggi tanto di moda, ripetuto all’infinito come una volta, tanti ma tanti anni addietro, venivano ripetute, nelle lettere d’amore del Segretario Galante, i vocaboli amore, cuore, dolore. Goethe si divertiva quando nelle sue affinità elettive scriveva: “Giacché in società nulla risulta più ridicolo di quanto si usa a sproposito una parola straniera”. Eccome se aveva ragione!

Anche la cultura agglutinata nell’Arte figurativa e che da questa promana, ha i suoi stadi, i quali tutti hanno origine nel cuore, appunto, ma anche e più nella propria sensibilità. La mano? Sì, la mano che è, nell’artista conclamato come Laura, il terminale per il quale si va sulle onde dell’azzurro, il mare che ci conduce fino a Susa. Qui, chissà perché, troveremo gli stessi colori e forme e sapori ed odori della nostra Isola, forse anche l’indimenticabile sapore dello Scorfano Rosso.

Un’ultima riflessione mi viene da fare: anche guardando attentamente le tele della Laura, ti pare talvolta di vedere un collage di vero e di inventato, una parte del tema ti sembra reale, nel senso che solo una foto può darti l’illusione che le “forme” ed i “colori” siano una fotografia intorno alla quale la fantasia, la voglia d’arte, abbia costruito altre forme nate e partorite dalla fantasia.

Ti chiedi: ma il gatto è una foto di gatto? Quella melagrana è la foto di una melagrana? Quella stoffa è un ritaglio o un colore? È questo il momento, quello magico, quando scopri che quelle forme possono prescindere dalla tecnica (ovvero dalla forma e dal colore fine a se stessi) ed essere comunque complete e appaganti.

Ma la pittura non è, sia chiaro, uno scherzo, perché il suo prodotto è l’anima che si riversa su un’idea tradotta in colore e questo in immagine.
rubrica
Arte
 
Saccomanno, Laura
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