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Angelo Ruggeri ci parla del saggio
Giacomo Leopardi dopo l'Unita d'Italia

Il libro è allegato all'attuale numero della rivista "Orizzonti"

Caterina Aletti

in: "Orizzonti"
nr. 35, 2009, p. 50.

Ci presenta il saggio Giacomo Leopardi dopo l'Unità d'Italia allegato all'attuale numero di Orizzonti?

«Volentieri. Esso rappresenta una sintesi del mio pensiero storico-letterario. Io provengo dall'esperienza del '68 romano, non quello propagandato dalla stampa borghese ma quello realmente vissuto nelle assemblee e nei dibattiti culturali di quel periodo. Si diceva allora che la cultura diffusa dalla scuola italiana era una cultura di classe e il più efficace sostenitore di questa tesi non era un estremista maoista, ma un sacerdote cattolico, Don Lorenzo Milani. Cultura di classe perché il pensiero dei nostri maggiori poeti e scrittori non arrivava al popolo nella sua integrità, ma era manipolato e contraffatto per soddisfare ai desideri della classe dominante. Diceva Don Milani che i programmi scolastici dei tempi suoi erano gli stessi stabiliti dal conte Casati all'alba dell'Unita d'Italia, fatti per servire alla monarchia sabauda e perciò avevano un'impronta conservatrice ed autoritaria. Io ho voluto verificare questa affermazione leggendo le opere dei nostri massimi artisti del periodo post‑unitario, Carducci e i suoi allievi, Pascoli, gli scapigliati del nord e i veristi del sud, e sono rimasto io stesso sorpreso. Una letteratura vivace, forte, aperta al popolo, ma soffocata e repressa. I maggiori esponenti venivano dalle file mazziniane e garibaldine. Quasi tutti furono ridotti alla fame e ignorati dalla cultura ufficiale, quasi tutti ripercorsero le orme di Giacomo Leopardi, cioè dall'entusiasmo giovanile furono spinti verso un cupo pessimismo. E qualcosa di simile accaduto nei tempi nostri».

Lei si a occupato molto dettagliatamente nella sua produzione letteraria del mondo classico. Esso ha ancora un valore anche nei nostri tempi?

«Ma certo! Purché si studino i poeti e gli scrittori, non i critici letterari ed i grammatici! Come può definirsi colto oggi un uomo che non conosce Omero, Socrate, Platone, Aristotele, Demostene, Cicerone, Lucrezio,Virgilio, Orazio, Ovidio etc.? Prendete il più reputato scrittore dei giorni nostri, mettetelo a confronto con uno di questi giganti, sembrerà mediocre. La cultura moderna li ha quasi esclusi e qualche nostalgico sostiene la tesi che la colpa è del movimento del '68, perché prima essi nei licei si studiavano. Io ribatto: "non si studiavano, si studiava la grammatica latina e greca e si studiavano i critici letterari". Leggere La lettera ad una professoressa di Don Milani per credere, ed ancor di più la critica che a questo tipo di istruzione già avevano fatto i poeti post-risorgimentali, Olindo Guerrini, Severino Ferrari, Vittorio Betteloni e tanti altri, i quali tutti facevano propria la critica ai sistemi educativi dei giovani dei tempi suoi scritta dal Leopardi. In realtà la gran parte della letteratura classica, sia greca che latina, anche quella del periodo imperiale, libertaria e repubblicana e non si presta a sostenere regimi autoritari. Tacito, scrittore dell'epoca imperiale, è stato sempre l'autore preferito dai nemici degli imperialismi e delle tirannie, e Ovidio l'autore più amato ed imitato dagli esuli e dai perseguitati politici di tutta l'Europa. In quanto ad Omero: tutti i maggiori scrittori greci, in primo luogo i tragediografi che scrivevano durante la guerra del Peloponneso, erano decisamente schierati a favore dei Troiani, ed Ulisse era considerato il prototipo dell'uomo politico fraudolento e criminale. Leggere il mio libro Il ritorno di Odisseo per credere a ciò. Ma dopo l'Unita la nuova classe dirigente volle per l'Italia un futuro "imperiale" di grande potenza e da ciò derivarono i tanti disastri africani, la grande guerra, il fascismo e la seconda guerra mondiale. La colpa non è della cultura classica greco-romana ma della volontà della classe dominante italiana».

Anche la sua raccolta poetica Sulla violenza, cerca di unire le sue poesie con la produzione di altri poeti sullo stesso argomento. Ce ne parla?

«Io sono persuaso che la storia umana sia un continuo nel quale il presente proviene dal passato e prepara il futuro, affermazione ovvia, ma che pochi comprendono pienamente. Se tutti lo comprendessero, ci potrebbe essere qualche speranza di sopravvivenza per la terra perché gli uomini di questa epoca cercherebbero di conservarla per coloro che verranno dopo di noi. Ancora di più l'affermazione vale per la storia letteraria dei popoli, la poesia non nasce dal nulla, i poeti tutti prendono ispirazione da altri poeti. Io non credo nei "poeti di strada"; se si va ad indagare nella vita e nelle opere di quelli che sono considerati "poeti spontanei e popolari", si scopre in essi una buona cultura. In questo periodo io sto studiando le Laudi di Jacopone da Todi, che il De Sanctis definiva rozzo, spontaneo e quasi ignorante. Jacopone era colto, conosceva Aristotele, Lucrezio e Virgilio meglio del De Sanctis, e conosceva anche la tragedia greca. Il Cantico delle Creature di S. Francesco non è l'opera di un poeta ingenuo, tutto amore e carità, c'è Socrate in quel Cantico e ci sono i poeti provenzali che Francesco conosceva. Proprio questa continuità nel pensiero poetico io ho voluto mettere in evidenza. Ho scelto un tema attuale, quello della Violenza, ed ho aggiunto la mia voce a quella di poeti del passato che hanno affrontato lo stesso argomento».

Lei si occupa anche di traduzioni. Ci parla di quest'altra sua attività?

«Non la considero un'attività diversa dallo scrivere poesie, perché per tradurre un'opera poetica, conservando qualcosa della poesia, bisogna essere poeti. Io ho tradotto qualcosa dal latino e dall'inglese, scoprendo con mia sorpresa che i maggiori poeti latini, Virgilio, Orazio, Ovidio, sono ancor oggi censurati nelle traduzioni, persino il Pascoli nelle sue poesie latine lo è, qualche volta. Dall'inglese ho tradotto poesie del Poe e di Emily Dickinson, scoprendo con mia sorpresa e soddisfazione, oltre che la bellezza dei loro versi, profonde assonanze e derivazioni dai nostri poeti, Foscolo e Leopardi in primo luogo, ma anche Dante e Torquato Tasso».

Quali autori hanno influenzato la sua formazione culturale e a quali si ispira?

«Ai classici in primo luogo e ai nostri poeti del rinascimento, fra i quali mi piace ricordare Matteo Maria Boiardo e Teofilo Folengo, oggi poco letti, ma grandiosi a mio parere. Poi viene la letteratura dell'Ottocento europeo, con predilezione per i russi, Tolstoj, Dostoevskij, Gogol, Turgenev. Tardi ho conosciuto gli "Scapigliati" e i "Veristi" italiani, ma giudico il Verga e De Roberto autori sommi. Fra i poeti, la mia predilezione è andata sempre al Pascoli. Come Maestro ed Educatore prediligo il Carducci. Poco conosco gli autori moderni eppure essi hanno avuto una gran parte nella mia formazione culturale, perché proprio da essi, a partire dal '68, per via indiretta – giornali, tv, cinema, partecipazione a dibattiti – ho imparato a leggere i classici con spirito nuovo, scoprendo in essi tutti quei significati e valori che me li hanno fatti amare».

Che significato ha scrivere poesia oggi?

«Bella domanda! Voglio dire difficile da rispondere. Io ho cominciato a scrivere perché mi sentivo emarginato ed infelice e allora posso rispondere: "far sentire il poeta ancor vivo e partecipe alle vicende del mondo"».

Lei scrive in maniera metodica o quando ha l'ispirazione?

«Leggendo un libro, se trovo una frase o un pensiero che colpisce la mia immaginazione, lo scrivo in nota ai margini del libro e più tardi, quando mi sento in vena, lo riprendo e lo sviluppo. Possono passare anni. La stessa cosa faccio quando leggo un fatto di cronaca che mi interessa, annoto l'episodio in un diario e in seguito, talvolta molto tempo dopo, ci faccio le mie riflessioni. Se mi riesce scrivo sull'argomento una poesia. Molto spesso sono episodi della mia vita che ispirano i miei scritti. Però non pubblico mai niente di ciò che ho scritto nel primo impulso perché spesso mi sono accorto di essermi sbagliato nel giudizio. Si figuri: io ho attraversato un periodo della mia vita in stato di confusione mentale. Mi hanno poi detto che in quel periodo ho scritto molto: mi fossero stati sottratti quegli scritti e mandati in giro per il mondo! Perciò faccio mie le parole di Torquato Tasso: "Non giudicherò mai che siano buone né confesserò che siano mie lettere e altre composizioni scritte con l'animo perturbato che io non abbia avuto la possibilità di rivedere"».

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