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Alì Nassareddine

Nato a Beirut nel 1968 e testimone di venti lunghi anni di guerra, vissuto tra Firenze e Milano, Ali Nassareddine è seduto davanti a me, in un bar di Benevento.

Stasera si inaugura la sua mostra presso la "Galleria d’Arte Numen", diretta da Giuliana Ippolito. “In ogni opera bisogna cercare la luce”, mi ha detto Giuliana, “e quelle di Ali esprimono proprio questo”.

L'artista libanese Alì Nassareddine in occasione dell'inaugurazione della sua mostra a Benevento.

Ora lui mi sta davanti con un sorriso sereno e sono belli i toni pacati che usa. Si vede che ha attraversato la vita, che ne conosce bene le ombre e le gioie. La tensione verso l’equilibrio, la costruzione di sé, la leggerezza, sono le cifre per comprendere bene la sua Arte. Le opere esposte alla Numen Gallery vogliono rappresentare il Nido da cui si parte per riconciliarsi col mondo.

E, infatti, Ali mi parla di ripartenze e di radici.

“L’Italia è sempre stata per me un pensiero costante e, nel ’96, venni a Firenze per conoscere da vicino i maestri del Rinascimento. Mi ero formato all’Accademia delle Arti di Beirut ed ero desideroso di evolvermi. In Libano, soprattutto allora, non c’era internet e la guerra ci aveva tagliato fuori dal mondo. Mancava la ‘contaminazione’, erano assenti, o tesi, i rapporti col resto del mondo. Soprattutto, non c’era innovazione. Conoscevo bene l’arte figurativa. E mi mancava tutto il resto”.

E dopo Firenze?

“Dopo c’è stata Milano, la città in cui ancora vivo e in cui mi riconosco; ho voluto provare a sentirmi come un italiano. Sono stati anni duri, non parlavo la vostra lingua, ero solo. Le difficoltà non sono mancate ma mi hanno temprato. Non ho mai mollato. Ho studiato, non ho mai smesso né mi sono mai scoraggiato e, alla fine, mi sono inserito. A Brera ho messo nuove radici, mi sono sentito a casa. Poi, piano piano, allontanandomi dall’arte figurativa, mi sono conosciuto meglio, sono diventato me stesso”.

Cosa rappresenta, per te, dipingere?

“Un modo di riflettere, credo. Uno strumento per portar fuori, nel mondo esterno, ciò che sono, quello che divento. Affrontare le difficoltà porta anche ad impadronirsi di strumenti utili alla conoscenza di sé. Soprattutto, l’Arte mi ha insegnato a dare il giusto peso alle cose, agli immancabili problemi. La leggerezza e la soavità – che cerco di trasferire a tutto ciò che creo – sono le qualità di chi sa accettare la vita per quello che è. In fondo, io dipingo con lo spirito di un ragazzino che non ha mai smesso di lottare”.

Fammi i nomi di due artisti – uno di ieri ed uno di oggi – che hai molto amato

“Tra gli artisti del ‘passato’ citerei Cezanne, maestro del colore e dello spazio. Ha dato, infatti, forma al colore; i suoi quadri sono ‘scomposti’ in tessere di luce che, solo alla fine, offrono un’immagine completa, un’idea del tutto. Tra i contemporanei amo molto Mario Schifano. La sua pittura è interessante perché sa esprimere la nostra contemporaneità: il consumo rapido, irrispettoso  e veloce di cose, persone, sentimenti. Tutto scorre, niente resta; anche i rapporti umani vengono accantonati senza arrivare neppure all’obsolescenza. Ecco, Schifano – secondo me – riesce ad esprimere assai bene tutto questo”.

Vinci un biglietto aereo per un paese a tua scelta. Dove andresti?

Sorride. “L’America mi attrae. Eppure no, sceglierei il Libano. Farei un viaggio a ritroso verso le mie radici, verso il Nido (ndr, questo è il titolo della Mostra), non per restare né per dimenticare ciò che mi ha trasformato, le esperienze che ho fatto, le persone che ho incontrato. Tornerei lì per ricaricarmi e per andare avanti”.


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