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Dialogando con Giampietro Tonon

Giampietro Tonon, saggista, storico ed editore, vive a Padova dove, coadiuvato da validi collaboratori (in primis Luciano Nanni), svolge le sue attività fra il prestigioso arredo di tradizione e strumenti di avanguardia tecnologica del suo studio/laboratorio nel quartiere dell’Arcella a ridosso del centro storico di Padova.

Docente di Storia dell’Arte in anni in cui la Scuola ha subito numerose e problematiche trasformazioni (1965-1990), molto attivo, sin da giovanissimo, nella vita culturale della sua Città, è autore di varie pubblicazioni sia in campo artistico che relative alla storia padovana e alla cultura ambientalista.

Nel 1991 fonda la “Libraria Padovana Editrice” e dagli anni Novanta provvede a costruire il “Sistema letterario italiano” attraverso le riviste Punto di vista (1994-2005, coordinatore redazionale Luciano Nanni) e Scorpione letterario (2004-2007, in collaborazione con la Chelsea Edition di New York), con l’annuale Atlante letterario italiano (1996-2006, attivo ancora solamente on line) e attraverso il sito Literary.it, “polo multimediale di informazione, documentazione e pubblicizzazione delle attività letterarie degli autori” avviato nel 1997 e via via strutturato come appare oggi, in modo da coprire tutte le esigenze di pubblicizzazione e documentazione degli autori.

Dal 29 agosto del 2011 è attivo il sito Case di scrittori per la documentazione in Italia dei luoghi storici degli scrittori, nato da un’idea del defunto Gilberto Coletto; mentre dal 12 aprile 2014 è attivo il sito Metrica italiana, nato dall’iniziativa di Luciano Nanni.

Abbiamo avuto l’occasione di dialogare con Giampietro Tonon, personalità da sempre impegnata egregiamente sul fronte culturale, e gli siamo molto grati della disponibilità offertaci di riassumere dalle sue parole gli aspetti salienti della encomiabile attività, in particolare di Editore.

Come già posto in rilievo (nell’intervista pubblicata su L’Espresso di qualche anno fa) vorremmo proprio soffermarci sulle sue argomentazioni relativamente a quanto proponiamo degli aspetti della sua umanità.

 Il profeta, se esuliamo dal sacro, è per noi chi, analizzando le situazioni in itinere nel suo tempo, riesce a riflettere con una lungimiranza tale da poter prevedere quanto sarà in atto nel futuro.

Avendo iniziato ad insegnare nel lontano 1966, sia nelle scuole medie inferiori che poi alle superiori, ho avuto modo di sperimentare molti aspetti dell’insegnamento ritenuti al tempo secondari. Nelle scuole superiori (Liceo scientifico) ho avuto la possibilità di collaborare con la Commissione Ministeriale (anni Settanta) per l’aggiornamento della materia Disegno e Storia dell’arte, ma non ho ricavato particolari suggerimenti né stimoli. Poi, alla fine, esaurita l’esperienza scolastica, ho preferito incamminarmi per un’altra strada.

Ella già negli anni Novanta aveva previsto che lo sviluppo di Internet avrebbe apportato una rivoluzione equiparabile o anche superiore a quella della invenzione della stampa.

Sono entrato in contatto col mondo dell’editoria nei primi anni della seconda metà degli anni Sessanta, per cui è stato per me facile dirigermi poi verso questo settore, una volta abbandonata la Scuola, proprio perché avevo avuto modo di conoscerlo da vicino. Quando ho avviato la casa editrice “Libraria Padovana Editrice” eravamo nelle prime fasi di sviluppo del mondo di internet e mi è stato facile prevedere lo sviluppo che avrebbe poi avuto.

Ci profetizzi (torniamo a quella nostra concezione di profeta) cortesemente quali potrebbero, a Suo avviso, essere gli sviluppi futuri del web e se intraveda per l’individuo e la collettività globale anche un rovescio della medaglia.

Il termine che lei usa ‘profetizzare’ è da un lato impegnativo e dall’altro distraente perché può far intendere cose ben diverse. Preferisco ‘prevedere’. Cosa prevedo? Penso che siamo solamente all’inizio di una rivoluzione che ci investirà, ci vorranno almeno un paio di generazioni (30 anni) per riuscire a far proprie tutte queste novità. E, come avviene in tutte le rivoluzioni, non tutti sopravvivranno.

 L’IA, ovvero la Intelligenza Artificiale, è da decenni oggetto di attenzione e discussione anche da parte di filosofi; sbalorditive sono infatti, come già constatiamo, le possibilità trasformative della macchina per un pensiero sempre più vicino a quello umano.

E’ un campo nel quale non mi sono particolarmente addentrato ma, come ho detto poc’anzi, non tutti riusciranno ad adeguarsi alle novità che il futuro ci riserverà. Sarà questo il prossimo problema che dovremo affrontare, altrimenti ci troveremo con una società spaccata in due e quindi con la necessità di equilibrare le differenti velocità e dinamiche.

Taluni (citiamo il filosofo Dreyfus e il premio Nobel Edelmann) ritengono che l’IA non potrà mai riuscire a eguagliare l’uomo nelle procedure flessibili e intuitive, altri (lo scienziato Minsky, ad esempio) ammettono una delega sempre più marcata verso la macchina.

Ipotizzare l’andamento di una società (anche se già ora abbiamo molte e diverse società) non è cosa semplice per nessuno degli addetti ai lavori, siano essi filosofi o premi Nobel. Optare per una o l’altra scuola di pensiero è una scommessa che non consiglio.

Ma, potranno, secondo Lei, frammenti di silicio e rame arrivare a essere paragonati a delle persone o sarà il pensiero umano ad appiattirsi ancor di più alle competenze del calcolatore digitale?

Alla fine sarà sempre e comunque il pensiero che vincerà, un pensiero che dovrà necessariamente mediare.

Sappiamo che Ella ha per il suo lavoro grandissima dedizione e passione.

Non potrebbe essere diversamente, sia in questo come in qualsiasi altro lavoro, se non c’è la “passione” non si può fare nulla, al meglio si può solo lavoricchiare per giungere alla fine del mese. Quando ho cominciato a pensare che l’editoria sarebbe diventata il mio futuro campo di azione (seconda metà degli anni Ottanta) ho cominciato ad interessarmi non tanto all’editoria, ma di politica e di economia, perché sono questi due ambiti che possono farci capire “dove stiamo andando”. E tutto ciò che ho fatto nel mondo dell’editoria nasce da attenzioni e riflessioni più o meno lontane dall’editoria.

Al di là di ciò che viene ribadito nella nostra Costituzione, il lavoro è da taluni considerato intrinseco al vivere, quindi sforzo attivo con cui si domina il tempo, da altri, invece, faticosa routine che provoca nell’essere disumanizzazione.

Non vedo alternative a che il lavoro sia un tutt’uno col vivere, quando questi due ambiti riescano a rispecchiare il desiderio e le scelte operate dal singolo. Indubbiamente qui si apre un varco in cui le scelte individuali spesso si divaricano con risultati negativi sia sul vivere che sul lavoro. Penso che la chiave sia su cosa si intenda per “lavoro”.

Abbiamo, secondo Lei, col progresso tecnologico superato il modo di intendere il lavoro come faticosa routine?

Il progresso tecnologico non credo che abbia favorito il modo d’intendere il lavoro, anzi credo che l’abbia più complicato. L’uomo ha tempi di comprensione diversi tra i diversi soggetti e comunque piuttosto lenti, mentre il progresso tecnologico ha tempi molto più rapidi per cui l’innovazione ha bisogno di tempi tecnici per essere fatta propria dall’uomo.

L’essere umano ha da sempre anelato alla felicità ed è molto complesso il pensiero su di essa sin dal più remoto meditare.
Cos’è per Lei la felicità? Soddisfazione personale di inclinazioni e desideri, assenza di dolori e turbamenti, oppure implica un concetto di bene, o altro?

Mi viene da dire che è una domanda da un milione di dollari. Inclinazioni, desideri, assenza di dolori e turbamenti, sono tutti elementi che fanno parte dell’uomo, che sono il risultato della sua formazione dalla nascita all’età adulta. Forse un’accettazione della propria realtà e delle realtà che ci circondano è il percorso più semplice e percorribile

Nel tempo presente il pucciniano Vissi d’arte, vissi d’amore di Tosca pare sia stato, in genere, sostituito da finalità fondamentalmente diverse, pur se di quel pucciniano non si rinnega il valore.
Per che cosa, secondo Lei, oggi si vive?

La risposta che viene alle labbra “si vive per fare ciò che piace”, per fare il lavoro che ci piace e ci soddisfa. Spesso si considera fortunato chi riesce a fare il lavoro che piace ma, fortuna a parte, credo che questa sia una strada da percorrere, non facendosi scoraggiare dalle difficoltà che oggi ci circondano.
Ad esempio, vedo che in questi ultimi anni molte nuove case editrici sono sorte, mentre i dati ufficiali relativi alla lettura calano sempre più. Molti pensano che la tecnologia della stampa digitale costi meno e faccia guadagnare di più. Considerazione ingannevole. Proprio con la “Libraria Padovana Editrice” ho pubblicato il primo libro stampato in digitale in Italia, ed eravamo nel lontano 1995. Io penso che il futuro dell’editoria non stia nel guadagnare di più, ma nel riflettere su cosa vorrà leggere di meglio l’uomo nel futuro. Vorrà leggere di poesia, di narrativa o di saggistica? Meglio, di quale genere di libri, stampati o letti on line, l’uomo avrà bisogno nel futuro, oppure non avrà bisogno di libri, gli basteranno le semplici informazioni che ci offrono in tempo reale i quotidiani on line?
Molti mi chiedono perché la “Libraria Padovana Editrice” non pubblica libri. La risposta è molto semplice: credo nei servizi di cui l’autore ha bisogno, pubblicare libri per una casa editrice è diventata un’attività fuori tempo, non più attuale. O ci si dirige verso un’editoria che pubblica libri dove la qualità grafica e contenutistica sia tale da farli diventare degli oggetti da collezione, oppure qualsiasi centro stampa può risolvere la necessità degli autori di stampare. L’editore sta diventando un elemento sempre più inutile, funge da collegamento tra l’autore e lo stampatore. Bisogna uscire da questo equivoco.

° ° °

Il nostro più sentito grazie all’editore Giampietro Tonon: molto cortesemente ha donato del tempo dialogando con noi, ci ha arricchiti sotto il profilo umano e del pensiero. Non possiamo infatti non rilevare con ammirazione la schiettezza (virtù rara non solo oggi) di Giampietro Tonon e insieme come dimostri di saper vagliare ogni cosa con acume e ponderatezza. Fortemente motivato ad operare con lungimiranza, non si lascia, in un tempo di tuttologi e futurologi, qual è il nostro, prendere da forme prosopopeiche annunciando giudizi che potrebbero, nella realtà effettuale futura, rivelarsi azzardati, non conformi. La passione per il nuovo non viene mai disgiunta dalla meditazione su interrogativi cui il buon senso non può dare risposte, dal ponderare cosa sia necessario perché il percorso avviato non venga bloccato, diventi percorribile. Così, mentre la gran parte resta ancora nell’ “equivoco”, l’editore Giampietro Tonon già da tempo è uscito dall’ “equivoco”. Ancora grazie!

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