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Antonietta Benagiano
e il dibattito attorno alla lingua italiana
In questi ultimi tempi si sta discutendo
sulla rivalutazione dei dialetti soprattutto a livello di scrittura poetica e
narrativa. Contemporaneamente è in atto un dibattito intorno alla lingua
italiana, che corre il rischio di essere declassata in campo internazionale. Ma
l'autorevolezza di una lingua, come l'italiano, non viene prima di tutto dalla
cultura e quindi dalla sua diffusione? Ne parli.
Da lunghi anni ormai sembra essere in atto una
crisi dello Stato con il prevalere di una moltitudine di autorità, una spinta
al micronazionalismo ostacolante cooperazione e integrazione. Viene quasi presa
d'esempio la balcanizzazione con le aspirazioni identitarie e la convinzione che
la prosperità sia conseguenziale alle entità più piccole.
Di pari passo si è portata avanti la
rivalutazione del dialetto, ritenuto dalle microentità lingua propria, memoria
genetica da sovrapporre all'italiano e imporre anche come disciplina scolastica.
Al dialetto, quello letterario, da sempre ben diverso dalla lingua dei parlanti
delle generazioni fino al periodo postbellico, non è di certo mancato mai il
riconoscimento perché a contare è il valore poetico. Non abbiamo noi, sin dai
banchi scolastici, letto Porta, Belli, Di Giacomo, Trilussa ed altri? non hanno
avuto essi la nostra considerazione? L'altro dialetto, quello del parlare
domestico, che poi, data la naturale evoluzione, non può più essere la lingua
della ristretta cerchia comunitaria di un tempo, non si è, crediamo, mai spento,
ed accanto s'è fatto, però, strada il dialetto adottato subdolamente per il
consenso e quello della civetteria dei colti. Ma, a volere il ritorno ad un
linguaggio più autentico -tale viene ritenuto il dialetto- è stata forse anche
una lingua italiana degradatasi nei media, dopo avere proprio essi molto
contribuito all’importante funzione di creare una lingua ‘sovralocale’ e quindi
una comunità di parlanti che riuscivano finalmente a comprendersi a livello
nazionale. Questo accadeva mezzo secolo fa quando la televisione, oggi
condannata, creava una lingua in grado di mettere in comunicazione da Nord a
Sud; e dava un forte contributo anche una Scuola che si apriva a tutti con le
riforme degli anni Sessanta. Gradualmente, però, e poi sempre più celermente,
quei programmi televisivi che avevano prodotto acculturamento venivano
abbandonati per dare spazio sempre più a quelli ‘spazzatura’, i quali,
ovviamente, adottavano la ‘spazzatura’ linguistica, il ‘televisionese’,
omologazione linguistica in basso, mentre accanto si facevano strada i linguaggi
‘speciali’, incomprensibili alla gran parte degli utenti. Pure coloro che
sarebbero dovuti essere portatori di cultura abbassavano la guardia, si
lasciavano prendere da mode, da compiacimenti, sino ad annullarsi nella
funzione. Si cominciò a non apprezzare la cultura ‘autentica’, anzi a deriderla,
così autori che avrebbero dovuto continuare ad essere vanto per ogni italiano
vennero considerati superati, non proposti più nella profondità del loro
pensiero, nella bellezza dello stile. Rapidamente ci si abituò alle
insulsaggini, alle sciatterie linguistiche, si adottò la beceraggine, la
trivialità, e il tutto venne e viene apprezzato. Uno scadimento anche nella
produzione letteraria e cinematografica, riflesso di disvalori posti sul
piedistallo. Abbiamo gettato via il nostro patrimonio di pensiero e linguistico
e, in nome di una spontaneità di bassa lega, di un modernismo da strapazzo, le
nuove generazioni sono state educate alla banalità, alla scurrilità, alla
esterofilia linguistica, mentre si metteva da parte la meritocrazia spianando la
strada ai non meritevoli, indubbiamente meno volti all’etica e quindi più
asservibili.
L’ ingiustificato ‘analfabetismo’ di rimando ora
ci si ritorce contro, danneggiando anche nelle possibilità occupazionali: le
lingue di lavoro dell’Unione Europea non contemplano l’italiano. Uno Stato conta
anche se esprime sé come cultura e l’Italia non è certo ai primi posti, come
conferma anche la graduatoria mondiale delle Università di prestigio. Certo, il
fenomeno di abbassamento della cultura era quasi inevitabile nell’allargarsi di
essa: non dovevano poi le cose tornare in equilibrio? Nel frattempo la
polverizzazione degli indirizzi universitari senza una forma mentis
adeguata, la base di conoscenze generali su cui impiantare lo specifico, non
produce di certo soggetti in grado di farci procedere in ogni campo; coloro che
riescono, comunque, a pervenire ad alti livelli, sono costretti, per vedere
valorizzati i propri meriti, a volare altrove, facendo così progredire altre
culture e ponendo da parte la stessa lingua madre. L’italiano, ridotto a formule
pubblicitarie e di propaganda con intromissione anche di lessemi angloamericani,
scritto con abbreviazioni qualificate ‘moderne’, ristretto a una comunicazione
da sms e interinale, sembra si stia avviando a subire la stessa sorte del latino
nel basso Impero.
Il vocabolario Zingarelli del 2010 ha
lanciato l'allarme che quasi tremila parole italiane sono in via d'estinzione.
Questo si sta verificando a seguito di un impoverimento diffuso della conoscenza
del significato stesso delle parole oppure a causa di una massificazione del
linguaggio non soltanto parlato?
L’allarme per l’impoverimento della lingua
italiana è stato, già anni fa, lanciato dal Comitato “Allarme lingua” che nel
2004 si è fatto promotore del “Disegno di legge per la difesa dell’italiano”,
portato in Parlamento dal senatore Lucio Zappacosta. Così l’anno successivo si
fissò il 4 ottobre come “Giornata della lingua italiana”. Non ci sembra, però,
che la “Giornata” possa salvaguardare la lingua italiana, il bel patrimonio che
da sempre ha dato identità, pure agli staterelli prerisorgimentali. Bisognerebbe
agire sui media, Internet compreso, far comprendere alle famiglie la gravità
dell’impoverimento della lingua di eccellenza non soltanto letteraria, alla
Scuola l’importanza non solo dell’inglese, soprattutto della lingua di
appartenenza. Fino ad un certo decennio del secolo scorso gl’insegnanti, a
cominciare da quelli della Scuola primaria, correggevano, e non solo nella forma
scritta, ripetizioni lessicali, ma anche sintattiche, e imponevano utili esercizi
per acquisire puntualità, qualità. In tal modo ci si allenava alla varietà e
alla precisione, come alla correttezza grammaticale e ad un discorso organico.
Oggi si sentono e leggono dappertutto sconnessioni che nessun relativismo
potrebbe giustificare, fastidiose prolissità zeppe di errori, chiaro segno del
degrado del pensiero e della nostra lingua, alla cui ricchezza ed eleganza non è
paragonabile nessun’altra.
Il disuso non dà conoscenza e la omologazione è
avvenuta in basso: le due cose sono correlate. Al fenomeno ‘cultura di massa’ è
connesso quello di una ‘lingua di massa’, e tutti, per essere compresi, si
omologano in basso non solo riducendosi ad un lessico povero, anche ad una
sintassi misera e scorretta e, nella pigrizia imperante, pure l’ortografia è
gettata alle ortiche persino da coloro che si presuppone possano conoscerla. Un
esempio? Tante pagine di Internet e giornali, scritte televisive e
pubblicitarie… Si ha fretta e non ci si interessa più nemmeno della correttezza
grafica. Quale la deduzione? Scarso amore per la propria lingua, considerazione
nulla: offese impunite di cui si comincia a pagare. D’altronde non siamo così
anche nei riguardi dell’invidiabile patrimonio naturale e artistico della nostra
terra?
Quale potrebbe essere la cura per salvare la
nostra lingua anche dalle contaminazioni e dall'influenza sempre più dilagante della lingua inglese?
Il nazionalismo non è di certo ideologia da
abbracciare, a meno che non lo si voglia considerare normale espressione del
sentimento nazionale e non come una particolare manifestazione di esso.
Riteniamo che sia proprio quella espressione ‘normale’ da doversi abbracciare
come appartenenza, mantenimento di una identità, se non vogliamo essere
annullati. Entrare in questo pensiero, conformarsi ad esso nell’agire, significa
acquisire dignità di cittadinanza, proporsi con rispetto verso quanto ci
appartiene, quindi anche nei riguardi della lingua italiana, nostro patrimonio
culturale da amare e salvaguardare per non ridurci nullità. Bisognerebbe far
comprendere che è primo dovere conoscere la propria lingua nella sua varietà e
ricchezza, nelle grandi possibilità di analisi della vita soggettiva e
oggettiva, di indicazioni anche tecnologiche che, per una democratizzazione,
potrebbero essere proposte anche in italiano. Diciamo ai giovani che, per
esempio, l’ I love you lasciato su muri e panchine non è più
significativo del corrispondente italiano; a cantanti e operatori in
ogni campo di non vergognarsi della lingua italiana; alla stampa quotidiana, a
televisione e internet di non accogliere i forestierismi non necessari; a tutti
di porre le distanze da un linguaggio che si è abbassato tanto da non essere più
in grado di proporre idee a confronto, solo zuffe attraverso sintetiche formule
di effetto dalle opposte parti. Bisognerebbe tornare, senza fraintendimenti, a
quel concetto di neopurismo definito nel ’40 dall’italianista ed esperantista
Bruno Migliorini, cui si deve negli anni Trenta la scomparsa di tanti
francesismi, autore di una Storia della lingua italiana (Sansoni 1960),
molto diffusa e tradotta in varie lingue. Il neopurismo veniva dal Migliorini
definito “tendenza ad escludere dalla lingua quelle voci straniere e quei
neologismi che siano in contrasto con la struttura della lingua, favorendo,
invece, i neologismi necessari e ben foggiati: si tratta di un tentativo di
applicazione degli insegnamenti della linguistica a un moderato purismo”.
Andrebbe questa definizione considerata anche sul versante
dell’anglo-americanismo che, a partire dagli ultimi decenni dello scorso secolo,
dilaga sempre più mettendo alle corde la nostra lingua illustre. S’impegnino
tutte le Istituzioni! Nell’attuale scarsità di saldezza, cerchiamo di non
perdere almeno ciò che dovrebbe a tutti dare forza, l’appartenenza ad una
cultura, ad una lingua comune, al di là di ogni particolarismo. E’ la speranza
di non dovere un domani leggere l’italiano soltanto nelle opere dei tanti che
l’hanno reso illustre, di doverlo ascoltare solo nelle opere liriche.
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rubrica |
| L'intervista |
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Benagiano, Antonietta
autore: Fulvio Castellani
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