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L'intervista a
Antonia Arslan

Un’antica amicizia familiare mi lega ad Antonia Arslan. Entrambi i nostri padri erano dei noti cattedratici e, quantunque le materie del loro insegnamento fossero molto diverse, erano accomunati da uguali interessi umanistici, oltre ad essere uniti da una grande apertura e generosità d’animo. E poiché il padre di Antonia era un bravissimo e celebrato otorinolaringoiatra, nella mia famiglia non c’è una tonsilla che non sia stata curata o più spesso operata da lui. Nei ricordi della mia prima infanzia ricorre l’immagine di una dolce e delicata figura femminile, la signorina Arpiarian. Ero piccolissima quando l’anziana signorina veniva a trovare mia madre e mio padre; di lei non sapevo nulla, se non che era nata in un paese lontano chiamato Armenia. Solo dopo molti anni ho saputo chi fosse questa delicata figura femminile, in quanto me ne riparlò Antonia Arslan. Non posso dunque iniziare questa mia intervista senza chiedere ad Antonia di parlarmi della signorina Arpiarian.

D. Chi era, Antonia, la signorina Arpiarian?

R. È un ricordo dell’infanzia che ci accomuna. La Signorina Mac Arpiarian veniva da una grande famiglia di Costantinopoli ed era emigrata a seguito del genocidio nel quale era scomparsa tutta la sua famiglia. Aveva un solo nipote che viveva in Francia, un nipote importante, alto funzionario di qualche cosa, che non veniva mai a trovarla e questo era il suo più grande cruccio. Ogni tanto diceva che il nipote sarebbe venuto, ma poi non veniva e non si faceva più vivo.

D. Quando fu troppo vecchia per insegnare ancora francese alla Berlitz School, mio padre e tuo padre si misero d’accordo e le trovarono una stanzetta al vecchio albergo Leon Bianco.

R. Mi ricordo che si andava ogni tanto a trovarla. Era una persona dolcissima e mi ha insegnato il francese insegnandomi anche a bere il caffè contemporaneamente. Quando, infatti, mio padre mi accompagnava, avevo allora cinque o sei anni, la signorina Arpiarian aspettava che se ne fosse andato per offrirmi il caffè e poi per leggermi attraverso i fondi il futuro, insegnandomi molte paroline in francese.

D. La masseria delle allodole nasce dalle memorie di un tuo vissuto familiare, ma è anche il tragico racconto dell’eccidio di un popolo. Quale funzione ha per te la memoria nella scrittura?

R. Ritengo che la memoria sia questo immenso deposito che abbiamo dentro e di cui siamo coscienti solo in parte, dal quale escono le cose più vere e quelle più poetiche. È una parte essenziale di quella che è la nostra struttura più intima, la nostra individualità d’esseri umani. Noi siamo costituiti sì da una parte che deriva dalla discendenza genetica, ma anche da una parte che proviene da quello che fin dall’infanzia ci viene depositato dentro. La memoria ha funzionato per me fino ad un certo punto della mia vita come un blocco, perché io sapevo che avevo dentro molte cose riguardanti l’eccidio degli armeni da raccontare, ma non trovavo il coraggio di esprimerle, di tirarle fuori. Per alcuni anni questi ricordi facevano parte di una mia dimensione personale, nella quale mi trovavo a disagio. Ero una persona che sapeva di dover affrontare un compito e non sapeva se ce l’avrebbe fatta. Quando finalmente ho incominciato a scrivere, la memoria si è messa al servizio della scrittura e si è arricchita di tanti dettagli, taluni appartenenti a quel genere di cose che devi rinvenire, ricercare, di collegamento plausibili. Non tutto quello, infatti, che scrivi deve essere documentato necessariamente. Appartiene alla storia e alla memoria, ad esempio, nel romanzo, il fatto che i bambini si salvarono nascondendosi nel doppio fondo della carrozza, però di come quest’ultima fosse arrivata nel campo profughi non si sapeva nulla. Compito di chiunque scava nella memoria è dunque anche quello di fare delle integrazioni.

D. Come può un libro che rievoca fatti traumatici, come l’eccidio di un popolo, essere fonte di pace? Premetto che il tuo libro, nonostante il racconto agghiacciante del dramma, trasmette un profondo senso di pacata serenità, penso ad esempio al personaggio di Nazim il mendicante, che attraverso la sua “conversione” ricompone molte lacerazioni.

R. Io sono molto felice che in questo momento storico, forse il libro è uscito al momento giusto, vi sia da parte dei turchi la scoperta e la ricerca della loro parte armena, perché un quarto di loro ha sangue armeno. Centinaia e migliaia di ragazze sono state portate via dalle carovane e inserite nelle famiglie turche. C’è una scrittrice in Turchia, Fetiyé Cetin, avvocatessa, una donna affermata, la quale ha scoperto che sua nonna era armena ed ha scritto un libro intitolato Mia nonna Eranuch. Questo libro è una bomba, perché è la prima volta che un turco ammette d’avere sangue armeno e cerca di scoprire questa civiltà. Inoltre recentemente, uno tra i più famosi scrittori turchi, a livello internazionale, Orhan Pamuk ha dichiarato in un’intervista a un giornale svizzero: “I turchi hanno ucciso un milione di armeni e trentamila curdi”. Questa coraggiosa dichiarazione ha suscitato non poco scalpore ed un acceso dibattito in patria. Io ho un po’ anticipato quello che stava per accadere nella società turca, anche se la posizione ufficiale del governo permane negazionista. È un fermento, quello che scuote la Turchia, positivo di riconciliazione e di conoscenza. Descrivere l’eccidio era per me come ricomporre una ferita, come se qualcuno o qualcosa mi dettasse una storia che andava raccontata per rendere onore ai morti, ma anche per dire una verità e ricordare anche quelli, tra i turchi, che non si sono voltati dall’altra parte e che hanno dato, nel loro piccolo, un aiuto. Nel mio libro c’è questa figura di Nazim, che alcuni critici hanno trovato estremamente significativa, in quanto è una figura in evoluzione: all’inizio Nazim è un traditore, ma alla fine diventa colui attraverso il quale avviene la salvezza. La memoria va vista come fonte di giustizia e di conoscenza. Continuare a negare l’eccidio mette in ansia gli armeni e quelli di discendenza armena e ferendo la verità storica permette che si possano perpetuare altri massacri. Di recente, anche se come ho sottolineato, la posizione ufficiale della Turchia è sempre negazionista, il Bundestag della Germania, in cui vive una forte minoranza turca, e che non si era mai pronunciato prima, per prudenza, in ordine all’eccidio, ha invece ufficialmente riconosciuto il genocidio armeno e in tal senso si sta schierando anche la comunità turca, che vuol conoscere finalmente la verità sui fatti accaduti.

D. Nel tuo libro emergono soprattutto le figure femminili, quale idea hai della donna?

R. Io sono sempre più convinta che uomini e donne hanno due strutture mentali niente affatto uguali, e che entrambi hanno da scoprire, cancellando anche le superfetazioni e le cattive abitudini, la loro parte più intima. Oggi giorno gli uomini stanno scoprendo sempre di più la loro identità maschile, che non ha bisogno per esistere di sopraffazione nei confronti del mondo femminile. Le donne sono così libere di affermare la loro identità femminile senza ridicole esagerazioni. Le lotte femminili, ormai, quantunque siano state sacrosante e quantunque vi siano ancora delle sacche di resistenza maschili, soprattutto nell’ambito delle alte cariche, ritengo siano ormai da lasciare alle spalle. La donna, comunque, ha rispetto all’uomo un’enorme capacità ricettiva e una grande capacità di occuparsi contemporaneamente di più cose, come del resto risulta sul piano della filosofia teoretica da attenti studi scientifici, condotti, tra l’altro, dalla mia amica, la professoressa americana Siobhan Nash-Marshall. È da riconoscere, invece, al mondo maschile, fino ad oggi, una maggior capacità d’astrazione, a tutt’oggi grandi matematici sono stati soltanto degli uomini. Ciò non toglie che in futuro anche le donne, con una preparazione sempre più specifica e approfondita, possano raggiungere anche sul piano matematico posizioni paritetiche a quelle maschili.

D. Quale posizione aveva la donna nella cultura armena?

R. La donna armena aveva una grande autonomia che si esercitava in un’alta scolarizzazione. Da studi effettuati nelle Università americane risulta che nell’Anatolia del 1915 tutte le donne erano alfabetizzate, in Italia certamente all’epoca non era riscontrabile un situazione paragonabile. Le ragazze sapevano tutte leggere, spesso si iscrivevano alle scuole superiori e seguivano corsi di specializzazione in computisteria o in alto artigianato. Tutto ciò sta sempre di più venendo alla luce, in quanto in California, dove vive mezzo milione di armeni, vi sono alcune importanti cattedre di cultura e di lingua armena, nelle quali attualmente si svolgono delle ricerche sulle singole città della patria perduta. Tutti coloro che provengono da queste città portano la loro testimonianza. È emerso, ad esempio, che nella piccola città di Kharpert c’erano moltissime scuole di tutti i tipi e numerosi collegi. La cultura in tutta l’Armenia era sentita e vissuta come mezzo di emancipazione e liberazione anche per le donne.

D. Vi erano donne giornaliste, scrittrici?

R. Certo! All’epoca dell’eccidio a Costantinopoli vi erano delle giornaliste, ma è ancora tutto un campo da studiare. Tuttavia sullo scorcio dell’Ottocento e i primi del Novecento sempre a Costantinopoli vi era un fiorente gruppo di scrittrici, giornaliste, poetesse di cui si sono perse le tracce.

D. Come vedi l’Armenia d’oggi?

R. L’Armenia d’oggi non è quella storica, ma quella che stava sotto gli zar, che non ha subito il genocidio, ma siccome lì si sono rifugiati migliaia di armeni scappati all’eccidio, è una società mista. Sono stata due volte nell’attuale Armenia: nel 1999 e quest’anno una settimana, a cavallo tra maggio e giugno, ed ho trovato veramente grandi progressi. Moltissimi sono i turisti che vi accorrono per la bellezza strepitosa del luoghi ed il clima delizioso, caldo di giorno e fresco la sera, naturalmente d’estate, d’inverno la temperatura raggiunge i 30 gradi sotto lo zero. C’è ovunque una aria di miglioramento, moltissimi i nuovi cantieri, a Erevan, la capitale, ci sono dei nuovissimi alberghi. L’agricoltura è primitiva, ma ricca, buonissima la frutta e la verdura. Si avverte ovunque una chiara volontà di ripresa, ed un rinato movimento di coscienza nazionale. Certamente c’è ancora il peso della chiusura della frontiera con la Turchia, ed è per questo motivo che taluni sarebbero favorevoli all’entrata della Turchia in Europa, ma permane sempre il problema del riconoscimento. Agli armeni basterebbe che la Turchia ammettesse l’evidenza dei fatti storici, ossia l’eccidio, perpetrato dalla classe politica dirigente dell’epoca, anche senza una dichiarazione formale di scuse.

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