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Nella poesia di Alessandro Moscè
prevalgono i luoghi urbani

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Laureatosi in giurisprudenza, da sempre, tuttavia, si occupa principalmente di poesia e di critica letteraria. Scrive su varie riviste letterarie, tra le quali: Nuova Antologia e Pelagos e sul quotidiano Il Corriere Adriatico. Ha, inoltre, ideato il periodico letterario Prospettive. Il suo lavoro critico comprende diverse pubblicazioni, fra cui: una pregevole antologia di poeti italiani contemporanei intitolata lirici e visionari (Il lavoro editoriale, 2003), due volumi di saggi critici: Luoghi del Novecento (Marsilio, 2004) e Tra due secoli. Poeti interpreti del nostro tempo, (Neftasia 2007), ed ha curato l’antologia poetica uscita negli Stati Uniti: New Italian Poetry (Gradiva publications, New York 2006).

L’esordio poetico di Moscè è avvenuto con la raccolta L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro, 2005), una silloge molto intensa, coesa nell’assunto delle tematiche più care al poeta, dove tutto appare come ovattato, racchiuso in un dimensione di assorta consapevolezza.

La dimensione del ricordo o del presente appare e sfuma improvvisa, come la nebbia, simbolo dell’indeterminato. Scrive l’autore nella poesia la nebbia marina: “Era passata | veloce da non vederla | e da non prenderla in mano, | la nebbia stirata come corrente, | invisibile volatile senza spazi, | culla del mare Adriatico. | A casa ho aperto la mano | ed è uscita la nebbia | come un fumo di sigaretta”. Gianfranco Lauretano nella prefazione annota: “Il tempo e i luoghi in questa poesia sembrano continuamente sull’orlo di una scomparsa, come se fossero il sipario di ombre che orazianamente si muovono adombrando una scena emblematica e misteriosa, in equilibrio su un’imminente tragedia”.

Di recente Alessandro Moscè ha pubblicato un altro libro dal titolo Stanze all’aperto (Moretti e Vitali 2008), che è un’opera senz’altro più matura e complessa della precedente . Si suddivide in cinque sezioni intitolate rispettivamente:Diario di mare; Diario di collina; D’amore e di altre cose; Lampi di fuoco e Istantanee.

Le due prime sezioni sono precedute da due brevi prose, che illuminano l’orizzonte poetico di Moscè e assumono la funzione, come nota Alberto Bertoni nell’ introduzione, “di luoghi ulteriori del testo divenendo il giardino parallelo,immaginativo rispetto a quello reale di Fabriano, avamposto prediletto per l’osservazione del dormiveglia della città”.

L’andamento del verso descrittivo è estremamente stretto, rastremato. La poesia del nostro autore è fatta di vicende, di ricordi, raccontati da una parola altamente evocativa, capace di proiettarli sulla pagina quasi in diretta, come ripresi da una candid camera nascosta. Non c’è mai nei suoi versi un compiacimento memoriale: il ricordo dei luoghi, delle persone si sviluppa in un susseguirsi d’immagini precise, limpide, ma al contempo fortemente evocative, colme di suggestione. Nella stanza VI della sezione Diario di mare scrive Moscè: “Sui sandali della ragazza | c’è un filo di sabbia | che si allunga come l’onda. | Lei si svestirà per i suoi amori | senza far vedere le pupille | nascoste dagli occhiali”.

Il mare dunque e le colline, che circondano Fabriano, sono spazi ricorrenti nella poesia di Moscè, il quale, tuttavia, ama definirsi un poeta urbano. Sono, infatti, le strade percorse la notte, gli ambienti familiari, è l’hortus conclusus del giardino pubblico della sua città a coinvolgerlo, a parlare alla sua anima: “La città giace nelle stanze | non imbrattate di orme, | di neve migrata sui tornanti, | come la notte che sale | dove si sporge l’eternità dei rami | in gola alla strada.”

La poesia di Alessandro Moscè affonda le sue radici nella grande tradizione classica, è delicata e raffinata al contempo, vibra di sensazioni e di percezioni minime, che nel dettato poetico assurgono ad un’oggettività assoluta.

Il poeta con Tahar Ben Jelloun.

Il poeta con Alberto Bevilacqua.

Seguono in questo mio breve excursus le parole di Alessandro Moscè da me intervitato.

Le vicende, i luoghi che tu narri nelle tue poesie, appaiono come racchiusi dietro un sipario, come ha sottolineato Gianfranco Lauretano nella prefazione al tuo primo libro L’odore dei vicoli (IQuaderni del Battello Ebbro, 2005), sembrano continuamente sull’orlo di una scomparsa. In quale tempo, dunque, si muove la tua poesia, stando anche al recente Stanze all’aperto (Moretti & Vitali, 2008)? E’ il tempo della memoria o di un presente differente?

E’ un tempo presente che include il ricordo esclusivamente personale. Non la memoria, perché io non sono un poeta elegiaco e corale. Prevale uno spazio identitario essenzialmente domestico, e “l’orlo della scomparsa”, al quale allude Lauretano nella prefazione a L’odore dei vicoli, indica per lo più la comunione tra i vivi e i morti, elemento molto presente sin dalla mia raccolta esordiale. La casa di Ancona è uno spazio chiuso che torna spesso, come il giardino comunale, evocativamente luogo magico, di sogno e di meditazione. Ma anche luogo reale, una sorta di hortus conclusus a pochi passi dal centro storico della città dove vivo, Fabriano. Luogo separato, quindi, eppure accessibile, sempre aperto al passeggio, alla sosta.

Tu hai scritto un bellissimo saggio: Luoghi del Novecento (Marsilio, 2004). Ora io vorrei che tu mi parlassi della tua poetica dei luoghi, di come si riflette nelle tue poesie.

I luoghi sono un aspetto fondante nella mia poesia. Se dovessi autodefinirmi, mi citerei un poeta residenziale, prendendo a prestito un interrogativo del grande anconetano Franco Scataglini. “Che senso ha vivere qui e non altrove?”, si chiedeva Scataglini richiamando Kant e la sua Königsberg prefigurante. La stessa domanda che mi sono posto io innumerevoli volte. E non potrei non ricordare la provincia eletta, marginale geograficamente ma centrale nella poesia italiana del secondo Novecento di Bertolucci e Luzi, di Volponi e Piersanti, di Pusterla e Damiani. Ma io non sono un poeta di luoghi naturalistici. In me la natura non compare mai. Prevalgono i luoghi urbani. In questo si sente l’influsso del Saba triestino, del Caproni livornese, del Bevilacqua parmense, che sono poeti di una “città-anima”, per così dire.

Amore, morte, notte. Spesso nei tuoi versi ritornano questi motivi. Vi è forse in te una qualche vena tardo-romantica?

E’ una considerazione molto precisa, esatta la tua. Una versione contemporanea di una vena tardo-romantica appare spesso. Amore, morte e notte rappresentano un filo rosso. L’amore come mistero e scoperta, ma anche come morte, intesa nel senso della fine dell’amore. E quindi come nostalgia, rivisitazione specie dell’amore adolescenziale e di un’“età migliore”, bianca, incontaminata.

In un periodo in cui il gergo dei poeti è spesso arduo, se non sperimentale, la tua poesia è chiara, non si nasconde dietro il significante. Da cosa nasce questa scelta?

Credo di essere un interprete della poesia lirica e della tradizione, di una poesia classica eppure ancora attuale. E’ vero, lo sperimentalismo e certi echi di avanguardia sembrerebbero alimentare la poesia specialmente nella valenza gergale. Io sono per la poesia come esperienza diretta. La lingua corrobora le vicende, non le sostituisce.

Ora, poiché come ho accennato prima, oltre ad essere poeta sei anche un giovane critico di valore, vorrei sapere quali sono i poeti del secondo Novecento che ti hanno interessato maggiormente ed eventualmente influenzato nelle tue scelte poetiche.

Li ho nominati, in parte, nel rispondere alla domanda precedente. Sono stato, per esempio, tra coloro che hanno molto rivalutato l’opera poetica di Alberto Bevilacqua, ingiustamente trascurata dalla critica. Oltre ai classici del secolo scorso e del secondo Novecento, nominerei anche un minore solo per la critica ufficiale: Ferruccio Benzoni. Tra i più giovani Davide Rondoni e Andrea Di Consoli, che raccontano la vita quotidiana, feriale.


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