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Intervista a Giancarlo Pontiggia
Poesia in forma di Natura

14 giugno 2010
in: La nuova Tribuna Letteraria
nr. 100/2010

Ospitammo un'intervista a Giancarlo Pontiggia, poeta e critico già allora tra i più stimati e autorevoli nel panorama nazionale, sulle pagine del numero 54 del 1999: la curò, in quell'occasione, Simone Martinello. Ci è ora stata offerta l'opportunità di tornare a dialogare con lui, che è tra l'altro persona di squisita cortesia. Quale occasione migliore del numero 100 per proporre questa nuova esclusiva ai nostri lettori?

Giancarlo Pontiggia

Chi è per te un classico?

«Classici sono quegli autori o quelle opere che travalicano i cancelli del proprio tempo e sanno farsi non tanto modelli, secondo il ben noto concetto classicistico, quanto maestri dell'anima. Ciò che essi ci dicono, e il modo con cui sanno dirlo, la profonda armonia che sanno suscitare nel lettore si distaccano dalla contingenza che pure ha generato quelle forme e quei pensieri: sono antichi ma non vecchi; e non sono mai vecchi perché non hanno cercato di essere moderni, secondo l'abusatissimo grido rimbaudiano che è uno dei falsi miti della cultura novecentesca. Non che la letteratura debba eludere la storia, ma certo non è fatta per registrarla in modo notarile, tanto meno per onorarla; compito di chi scrive, e soprattutto dei poeti, è far emergere le forze misteriose della vita, toccare i nuclei fondanti dell'esistere: il potere sovrano della bellezza e dell'amore; la gioia pura di guardare un cielo, di toccare la materia delle cose, di sentirsi esistere insomma; il piacere di abbandonarsi al ritmo incantatorio di una vicenda avventurosa come quelle narrate da Omero o da Stevenson; il sentimento del limite e della morte, che erode fin dall'infanzia ogni nostra aspirazione alla felicita; l'anelito alla giustizia. Leggere un classico, rispetto all'inevitabile chiacchiericcio, spesso presuntuoso, sotteso alle opere contemporanee, inevitabilmente sottomesse all'imperio tedioso delle poetiche e delle ultime novità — è sempre successo: pensa alla letteratura di epoca ellenistica — ha innanzi tutto un valore catartico: come ritornare ogni volta alle fonti della poesia, alla sua naturale urgenza, al silenzio che essa richiede, alla vitalità interiore che sa generare, sgombrando il campo dalle cianfrusaglie che appesantiscono gran parte della produzione letteraria di ogni tempo».

A quali canoni imprescindibili deve attenersi un testo poetico?

«La poesia, in fondo, è un organismo semplice, elementare. Per prima cosa è fatta di suoni: quindi deve avere una sua musica, che può variare nel tempo, assumendo forme più o meno armoniose, magari dissonanti, come spesso è accaduto da Baudelaire in poi — faccio mia la geniale definizione di Albert Thibaudet sulle mitiche Fleurs: un' "alleanza tra prosa nuda e poesia pura" — ma sempre capaci di far vibrare la sostanza dei nostri pensieri, di inchiodarli a un ritmo, a una pronuncia quasi magica. Deve possedere inoltre una sua misura ed un suo pensiero, produrre una visione che sorga da quegli stessi suoni, che non si dia semplicemente come un messaggio sia pur buono e lodevole, ma si costituisca come un mondo dotato di una sua forma persuasiva, di una sua bellezza decisiva, sovrana, quasi inscalfibile, come una statua greca o il colonnato di un tempio antico, che ci colpiscono per l'esattezza e la misteriosa perfezione del loro insieme. La poesia, insomma, per essere tale, deve produrre una sorta di incantamento, imprimersi con forza sui nostri sensi, creare un'aura di unicità e di splendore, anche quando parli di eventi tragici e dolorosi. Per ricorrere a una celebre espressione eliotiana, la poesia è sempre, "bosco sacro", anche quando ci conduca sull'orlo di un abisso: tanto più, vorrei dire, quando si fa visione di un abisso, salto nel nulla».

Qual è il tuo luogo dell'anima?

«Un luogo dell'anima è qualcosa che hai già dentro, e che solo per caso può materializzarsi in un luogo vero. Mi accorgo di aver sempre amato, ancor prima di conoscerlo nello splendore impareggiabile dell'arcipelago greco, un paesaggio estivo, fisso e assolato, selvatico e lucente, con tutti i suoi emblemi naturalistici e archetipici: un pergolato d'uva, l'odore dell'erba cotta dal sole, la frondosa eleganza di un oleandro mosso dalla brezza di giugno. Emblemi che, in seguito, ho riconosciuto in scrittori grandissimi come il Pavese di Feria d'agosto o il Montale degli Ossi, per fare solo due nomi a me cari. Poi quei cieli, sovrastanti altro azzurro, altri flutti, mi sono venuti incontro per davvero, nella loro miracolosa perfezione, e sono quelli delle isole greche, di cui ho parlato nella sezione di Bosco del tempo intitolata "Cicladi", per esempio la dove dico:

Alle prode
scontrose, sui
frontoni del cielo, immensi, tra

le ombre
dense
delle stanze, nell'ora
pomeridiana, quando

la vita
sovrana, irraggiungibile,
s'impaluda
in un sonno profondo,

sempre, ovunque, e

il vostro
            lucente
                      fragore,

                                onde

Io credo che ogni poeta abbia un suo luogo assoluto, dotato di una sua inviolabile forza mitica. È come un sentimento, una visione, qualcosa che porta in sé una promessa di bellezza e di verità, e in cui si compendia un'energia generativa di cui noi stessi non sappiamo  a volte  spiegare l'origine. Quasi una fonte perpetua del sentire e dell'essere, che naturalmente deve poi tradursi in una forma e in una luce, per farsi poesia».

Giancarlo Pontiggia e Raffaella Bettiol nel corso di una presentazione svoltasi a Padova il 10 febbraio 2010.

Nel tuo libro di saggi intitolato Contro il Romanticismo (Medusa, 2002) tu, infatti, rammenti d'aver avuto l'intuizione della poesia innanzi ad un cielo azzurro, terso.

«Ricordo in particolare due situazioni. Quando ero bambino amavo molto girare  a piedi o in bicicletta  per i campi della oggi impoeticissima Brianza, che all'epoca erano ancora luoghi di una certa suggestione naturalistica: uscivo verso l'una del pomeriggio d'estate, mi inoltravo per viottoli e sentieri solitari, fissavo il cielo azzurro, le fronde che si smuovevano ad una leggera brezza: era come se il mondo ti si rivelasse nella sua florida pienezza. Ma in fondo si trattava ancora di un annuncio, di una tenue promessa, perché nessun cielo lombardo — detto senza alcun dispregio — può rivaleggiare con un cielo mediterraneo: e quei cieli e quei campi a me pareva di riviverli in sogno, in una sorta di privata e ossessiva réverie, che si è materializzata, quasi epifanicamente, quando sono andato militare a Sabaudia, tra un solstizio e un equinozio d'estate. Era il 1975. A Sabaudia ho conosciuto l'estate alcionica: un mondo marino fatto di sabbia, di cielo, di spuma di mare, che muta giorno dopo giorno, giunge a un suo culmine, poi declina, fino all'arrivo delle prime piogge. Questa divina progressione, tra un solstizio di giugno e l'equinozio d'autunno, dell'elemento marino, mi ha improvvisamente fatto capire che cos'è la poesia. Avevo poco pin di vent'anni, ed è stato forse il momento decisivo della mia vita. La poesia mi si è rivelata in forma di natura, e la natura in forma di poesia. Poi, come ho detto, è giunta la Grecia...».

Come vedi la situazione della poesia oggi in Italia, considerato che di recente hai curato un'antologia di giovani poeti Il miele del silenzio (Interlinea, 2009)?

«La giovane poesia italiana dell'ultimo decennio è molto variegata. C'è chi lamenta, proprio per questo, la mancanza di un'esperienza egemone, totalizzante, come era accaduto in altre fasi della storia poetica del Novecento. A me proprio questo pare invece un elemento positivo, perché ha finito per mettere l'accento sulle singole personalità, liberandoci una volta per tutte dai dogmi ideologici e sperimentalistici. Abbiamo perduto magari un'identità generazionale, ma abbiamo conquistato un orizzonte di maggiore libertà espressiva».

Con la celebre antologia La parola innamorata (Feltrinelli, 1978), tu hai rotto un certo indirizzo predominante. Ti sentivi forse un don Chisciotte? Ed ora come la tua situazione?

«In realtà mi sentivo parte di un progetto comune. L'idea di fondo che mi aveva spinto a disegnare, insieme a Enzo Di Mauro, quell'antologia, era che si dovesse restituire la poesia alla poesia, liberarla da quelle incrostazioni di natura ideologica o sperimentale — il Sessantotto, le Neoavanguardie — che l'avevano imprigionata nel corso degli ultimi quindici o vent'anni. Naturalmente pensavo di avere molti compagni in quel progetto. Nel corso degli anni successivi, invece, mi accorsi che quella comunanza era figlia di molti equivoci.

Scoprii insomma che la mia visione del mondo, la battaglia — ci tengo a dirlo: principalmente umanistica — che volevo condurre contro le derive novecentesche, appartenevano quasi solo a me. Fino ad arrivare alla sensazione di essere davvero solo. Una percezione che ho poi, lentamente, corretto quando, e non è certo un caso, mi sono dedicato  per necessità anche pratiche  allo studio degli antichi. Solo allora ho capito che tutti siamo soli, ma che esistono diversi modi di esserlo, e che la letteratura è nata proprio per accomunare, per istituire un dialogo vero, profondo, tra autore e lettore  ma anche tra autori e autori, tra lettori e lettori  per rompere il terribile cerchio della solitudine in cui ogni uomo precipita fin dal momento della nascita. L'idea di comunità e di dialogo non va certo intesa nel senso che si debba fare la stessa poesia o si debbano avere le stesse idee sull'arte: semmai, che esistono codici comuni, linguistici e culturali, che conferiscono valore a un'opera, caricandola di una sua energia conoscitiva, di una sua intima forza di svelamento. Penso a Montale, quando dice che solo gli isolati comunicano: un paradosso formidabile, che spazza via d'un sol colpo ogni banale sociologismo didattico, ma anche ogni residuo di mitologie decadenti».

Tu sei anche un traduttore dal francese e dal latino: ritieni dunque traducibile la parola poetica?

«Ahimé, non traduco quasi più nulla da molto tempo e rimpiango gli anni, tutti gli Ottanta e i primi Novanta, in cui ho tradotto molto soprattutto dal francese, ma anche dalle lingue classiche. La traduzione ti dà molto, perché ti fa entrare davvero nel laboratorio di uno scrittore, e ti consente di dialogare concretamente con i poeti che ti hanno preceduto: un esercizio filologico — lo dico in senso umanistico — sempre in bilico tra fedeltà e invenzione. La poesia latina è la più difficile da tradurre, perché devi confrontarti con un'organizzazione della frase che non ci appartiene anche se i linguisti continuano a ripeterci che l'italiano è il latino moderno; mentre nella poesia francese senti che basta poco, spesso solo l'orecchio, per mettersi in sintonia con un processo immaginativo o un movimento stilistico. Più accessibile la prosa, o almeno quella prosa di colore tragico e drammatico in cui i latini sono stati straordinari, forse impareggiabili: la traduzione della Congiura di Catilina di Sallustio è quella che più ho sentito mia e forse anche 1'Alfieri, che ne fece una stupenda, la pensava cosi. Tradurre Celine mi ha dato una grande gioia, perché mi sono immediatamente sentito trascinare in un viaggio linguistico e stilistico ricco di emozioni e di invenzioni, e con la sensazione vitalissima di poterle  almeno in parte  restituire. Orazio, poeta meraviglioso, è quello che mi piacerebbe tradurre più di ogni altro: ma non mi sento ancora preparato a farlo, chissà se lo sarò mai. Uno scrittore latino che, invece, mi piacerebbe da sempre tradurre e che mi comunica, anche al di sopra del suo stesso valore letterario, una forte emozione ogni volta che lo leggo — succede spesso — e Plinio il Giovane, l'autore di quelle epistole che in un'altra poesia di Bosco del tempo definisco "soffuse di una verde ombra muschiosa, / come un criptoportico nell'ora / verde della prima mattina"».

In futuro cosa ti attende?

«Forse un altro libro di poesia, che dovrebbe essere pronto  ma il condizionale, in questi casi, e d'obbligo  entro il prossimo anno. L'ultima fase in cui si mette mano ad una raccolta poetica, almeno come io la intendo, e cioè con una sua ben precisa architettura interna e corrispondenze che attraversano sotterraneamente tutte le singole poesie, resta per me la più difficile e delicata, perché non si tratta solo di scrivere, ma di dare forma a qualcosa che già c'è. Ciò che c'è  per ora  sono delle poesie, e un disegno solo in parte visibile, che va illimpidito poco a poco, sottratto alla sua vaghezza originaria, quando di quel disegno si scorgeva solo un'ala, una macchia, un dettaglio isolato e lucente. Completare un disegno, ci tengo a sottolinearlo, non implica solo disporre dei testi entro una trama riconoscibile e persuasiva, ma anche intervenire su un singolo verso, un'immagine, un aggettivo... In un libro dove, idealmente, tutto deve tenere, un verso in sé riuscito — ma anche un'intera poesia, o un'intera sezione di poesie — che non riesce però a stabilire una corrispondenza felice con gli altri, va eliminato contro ogni protesta del cuore che, come si sa, si affeziona pericolosamente a tutto ciò che abbiamo fatto: resistergli, è il primo compito dei poeti. Un lavoro di tessitura lenta, paziente, nella quale si alleano — senza che si possa precisare in quale misura — un'umile dedizione da artigiano e una forza misteriosa, quasi ipnotica, che ti spinge lì, proprio lì, dove non eri mai stato, ma dove hai la sensazione di essere stato da sempre».


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