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La lunga strada di Silvio Ramat

Quali sono le motivazioni profonde per le quali hai riunito nell’ultima pubblicazione Tutte le poesie-1958-2005, Interlinea edizioni, Novara 2006, l’intera tua produzione poetica? Forse il volume vuole essere il racconto della tua vita? Può diventare il tuo grande romanzo autobiografico?

Ci sono due ragioni fondamentali che mi hanno indotto a questa operazione: la prima,molto superficiale, deriva dal fatto che i diversi libri che ho pubblicato, anche quelli di case editrici importanti, erano ormai fuori catalogo o addirittura andati al macero, insomma erano raccolte che avevo soltanto io e le poche persone che negli anni le avevano ricevute. La prima esigenza rispondeva, quindi, al bisogno di rileggermi, di recuperare tutta insieme la mia opera. La seconda, evidentemente la più profonda, scaturiva dal fatto che avendo io esordito molto giovane, a vent’anni (le prime poesie risalgono ai diciannove), ed essendo ormai passati quasi cinquant’anni, quarantasette per l’esattezza, dagli esordi, volevo vedere “com’era” questa storia. Ho sentito l’esigenza di rivedere nell’insieme la mia vicenda di poeta. Il che mi ha comportato poi anche una certa sorpresa, non perché non mi ricordassi i singoli libri, ma perché certi libri non li rammentavo più quali mi sono apparsi nel rileggerli adesso. Ho potuto osservare anche certi spostamenti, certi mutamenti, certe deviazioni, certe riprese. Posso dire d’essere stato io stesso il primo lettore curioso di questo “libro totale”. Che, poi, non si può definire tale, perché nel momento stesso in cui lo pubblicavo (con l’aggiunta di due raccolte inedite: una delle quali tutta nuova e un’altra, si direbbe, scritta con la mano sinistra: poesie scherzose e d’occasioni, esercitazioni tipo stornelli, acrostici ecc…), avevo continuato, come continuo tuttora a scrivere. I cassetti, quindi, non erano già vuoti al momento della pubblicazione e tanto meno lo sono ora. Non vi sarà un altro libro di queste dimensioni, però già altre poesie aspettano, urgono; lascerò passare ancora del tempo per far respirare questo libro da solo, poi certamente le pubblicherò.

La memoria è uno dei temi fondamentali della tua poetica, ricordiamo Mia madre un secolo, quale funzione ha per te il ricordo?

Una funzione normale, come credo lo abbia per ogni persona, perchè senza memoria non si hanno radici; ma la memoria, forse l’ho imparato dai poeti dell’ermetismo, ha anche una facoltà propulsiva: attraverso la ricognizione delle proprie radici, si va avanti, si procede. Se io non avessi memoria, se noi non avessimo memoria, noi persone, noi poeti, grandi o piccoli che siamo, certamente non avremmo la possibilità di poggiare su qualcosa di solido. Se si fa un salto in alto o in lungo, bisogna partire con tutti e due i piedi solidamente poggiati a terra. Io credo che questo bisogno nasca non solo dalla necessità di ritrovare il passato, ma di ritrovarlo per guardare avanti, non retoricamente, ma per vedere un qualcosa che è davanti a noi e che la curiosità ci spinge se non a conoscere,almeno a tentare di indovinare.

 
Gennaio 2002, Padova, Sala Rossini del Caffè Pedrocchi, da sx: Silvio Ramat, Raffaella Bettiol, l'attore Alvaro Gradella, il critico Roberto Galaverni e i poeti Paolo Ruffilli e Umberto Piersanti.

Il tema del viaggio ha delle valenze complesse nella tua opera: può fare rientrare in questa tematica anche quel sentirsi esule e pellegrino di cui spesso hai parlato?

Si naturalmente, ma non conosco nessun poeta che non abbia sentito lo stimolo del viaggio. Il viaggio magari avviene solo sulle carte. Marino Moretti andava a Bruges ai beghinaggi, pur non essendosi mai mosso da Cesenatico per visitare i paesi fiamminghi: ma guardava le riviste illustrate e fantasticava sui quei meravigliosi paesaggi.

Nella mia vicenda di poeta ci sono per lo più viaggi effettivi. Il viaggio per me, prima di essere un’occasione di conoscenza, direi, crea uno spaesamento, che a volte sospinge al limite della disperazione, della desolazione. E’ una condizione “poetica” per eccellenza, connessa, nei paesi lontani dell’altro emisfero, come in America, alle difficoltà, che dipendono dal fuso orario, di far ritornare nella norma i ritmi del sonno-veglia. Ma anche in luoghi più vicini, basta un niente e questo disagio psicologico, almeno per uno come me, avviene lo stesso.

Sono un sedentario sempre in movimento, ritengo che il viaggio sia un luogo dove non portiamo solo noi stessi, ma anche le nostre cose, che non sono necessariamente i bagagli, gli oggetti ai quali siamo più affezionati, ma soprattutto un nostro abito mentale. Dall’identicità e dal suo permanere nel contesto in cui lo spostiamo si produce quella frizione che io considero, almeno a posteriori, quando ci ragiono, uno “stato poetico”. Spesso il viaggio può essere atteso da molti anni, e allora diventa un pellegrinaggio. Può rappresentarlo una poesia, delle tante che tengo in cassetto, ma che non ho mai pubblicato, nella quale racconto di una passeggiata lungo le Cinque Terre, ossia nei luoghi montaliani, i luoghi degli Ossi di seppia e che fin da ragazzo ho frequentato sulle carte di Montale. Uno crede di averli conosciuti da sempre, i loro stessi nomi rintoccano dentro di noi, ci appartengono, perché rappresentano una parte della nostra conoscenza, della nostra stessa identità culturale. Così sono luoghi di pellegrinaggio non soltanto quelli comunemente ritenuti tali: Fatima, Loreto, o Santiago di Compostela; o i grattacieli di New York. Per me sono pellegrinaggi quei “cammini”, verso località o aree del mondo che ci “premono”, connesse a qualcosa che ci hanno raccontato o che noi abbiamo letto, specialmente nella nostra infanzia o adolescenza e che ci appartengono dunque nel profondo, intimamente.

L’esilio è il punto di convergenza tra il pellegrinaggio e la meta delusa, quella che non si raggiunge. L’esilio è una condizione sospesa, tra quello che si sperava che il luogo fosse e quello che invece appare. L’esilio è una forma di pellegrinaggio, che non ha trovato il suo compimento. Resta poi da dire che l’esilio e il pellegrinaggio sono metafore che esistono da sempre in ogni poesia, in ogni vicenda umana, sicché in certi casi parliamo di “esilio” per indicare un luogo in cui qualcuno o qualche caso ci ha costretto ad andare. E non sempre è una condizione drammatica o tragica: può essere una condizione anche lieve; come, del resto, il pellegrinaggio non punta sempre a luoghi che sono stati un cardine della nostra esistenza. Sono due diversi livelli di gravità.

Potresti parlarmi delle mutazioni e degli sviluppi stilistico-tematici che la tua poesia ha avuto nel corso degli anni.

Dicevo che mi sono riletto in bozze durante le vacanze di Natale del 2005-2006. Riconfermo i miei esordi di giovane poeta fiorentino in quella Firenze in cui non si era ancora cancellata l’impronta dell’ermetismo, anche se le strade dei singoli grandi poeti ermetici, s’erano ormai delineate, divise. Betocchi, Luzi, Gatto, Parronchi avevano ormai imboccato ciascuno una sua propria via. Permeava comunque la mia città una “scia” odorosa di ermetismo, io l’ho fiutata; se era un’acqua, io ho bevuto di quell’acqua. Ne sono rimasto fortemente influenzato per anni, perchè mi ero impadronito un po’della forma di quegli autori, forse della sostanza più significativa di molti di loro e non volevo “tradire” la mia città in quella che era o mi sembrava la sua capacità di rappresentare la poesia. Potrei dire che dall’esordio (1959), fin dentro agli anni sessanta, questa fosse la mia prima direttiva, esplicata in moduli ora più narrativi, ora più lirici.

Intorno alla metà degli anni settanta con la raccolta In parola (Guanda 1977), che comprende poesie scritte tra il ’73 e il’75, un libro di media grandezza, ho cominciato forse a cercare con più lena un filo comunicativo, una parola più esplicita, sempre però distinguendo il linguaggio quotidiano dal linguaggio proprio della poesia, che è diverso da quello della prosa e soprattutto dalla prosa quotidiana. Nel ‘76 la chiamata all’Università di Padova (la città dove tuttora vivo, e volentieri) ha comportato forse una complicazione, una contaminazione di registri. Qui si è precisato meglio il mio incontro con altri poeti del Nord Italia, da Sereni a Zanzotto, ma anche a poeti non molto più anziani di me (Giovanni Raboni, Luciano Erba, Nelo Risi). Tutto ciò, credo, ha determinato un arricchimento, ha moltiplicato il mio patrimonio di “fonti”. Non rinnego la mia fiorentinità, la devozione verso i miei maestri,però volutamente ho abbassato il livello del mio linguaggio,innestandovi anche molti elementi di prosa, tenendo sempre presente però la mia ambizione “melodica”. Il titolo che prima ricordavi: Mia madre un secolo, rappresenta l’apice della poesia che si fa racconto: una storia considerata dal punto di vista di una “terza persona”, non più del poeta. E’una scommessa, che spero di non aver perduto, quel narrare da una specola familiare anche la storia esterna, per quanto ha battuto alle porte e alle finestre della mia casa e di questo personaggio, che era mia madre. Credo di aver superato alcuni limiti della poetica dell’ermetismo, non nel senso che tutto sia diventato chiaro, ma in nome dell’ambizione a una estrema comunicativa: fare entrare l’oggettività, laddove aveva dominato la soggettività. Una poesia, certo, rimane sempre soggettiva e la firma è sempre quella del poeta; però la forza delle cose, dell’oggettività, anche se il racconto è in endecasillabi, non teme più la contaminazione della prosa, dei “contenuti”. Credo che quel libro sia stato un punto fortunato per me, rispetto al quale, potrei dire, sono andato anche oltre. Il mio percorso è ispirato da quel che Montale intendeva filosoficamente: “tendono alla chiarità le cose oscure”. Sono state le cose stesse nella loro forza oggettiva a chiarirsi e a chiarire me a me stesso. Mi sono preoccupato, insomma, di chiarire e di capire. Credo che questa tendenza non mi abbandonerà più: persiste, infatti, in ciò che ho scritto dopo Mia madre un secolo, come nei versi successivi al “librone” e tuttora inediti.

Parlami dei poeti della tua vita.

Molto brevemente posso dire d’aver avuto la fortuna d’essermi formato in una città nella quale erano ancora nel pieno delle loro energie creative e intellettuali grandi personalità: ricordo i miei stupendi professori universitari, da Longhi a Contini, da Devoto a Garin e molti altri; per quanto riguarda poi le mie aspirazioni poetiche ho avuto, fortuna irrepetibile, facilità “d’accesso” ai poeti, che prima ricordavo. Da loro ebbi pareri positivi (da Luzi, da Bigongiari), da altri giudizi più severi, come quelli di Betocchi, che mi segnalavano quali pericoli di involuzione deve superare un giovane aspirante poeta. Poi nella mia Firenze c’erano anche critici e traduttori come Leone Traverso e Oreste Macrì e altri. C’era veramente un clima che è difficile, se non impossibile, restituire in poche parole. E’ stato incredibile per me, infatti, l’aver potuto sottoporre tranquillamente al giudizio di quei maestri quel che scrivevo, i libriccini che pubblicavo, e il sentirmi incoraggiato da persone di quel calibro. Ricordo l’episodio di Vittorio Sereni che, di passaggio a Firenze, mi fece sapere di volermi incontrare e mi propose di pubblicare la mia prossima raccolta nella sua nuova collana “Il Tornasole” di Mondadori. Cose del genere credo non si ripropongano più a nessun giovane: quanto a me, sì, avrò avuto dei meriti, ma erano le circostanze che rendevano possibile tutto ciò. Firenze e per altri versi Milano, la città dei Sereni e dei Vittorini, assumevano per noi giovanissimi caratteri quasi mitologici, ma era una mitologia tangibile, viva,del presente. Non c’è chi non abbia bisogno di grandi insegnamenti ed io debbo ringraziare il cielo di averli avuti da grandi maestri, in più campi.


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