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Luciana Chittero: molti ruoli sociali, ma soprattutto “ Donna”

“Al cuore del poeta | tutto si perdona” scrive Luciana Chittero nel suo ultimo libro di poesie Una rosa nel mio confine Cos’ha da farsi perdonare, lo spirito del poeta? “Egli guarda le nuvole | e infiniti castelli di sogni | s’accendono nella sua mente” prosegue il testo della nostra autrice: “si inebria, abbeverandosi | alla fonte stessa dell’amore”. Sono queste le cose che ha da farsi perdonare? Non sembrano di per sé pericolose. Proviamo ad esaminare di una (anche) poetessa, il suo modo di vedere la realtà, cercando se emerge qualche sua “colpa” più concreta.

Il verso da te citato mi è scaturito rivedendo per l’ennesima volta il film Il dottor Zivago e precisamente alla sequenza in cui il protagonista (interpretato da Omar Sharif) e la moglie (interpretata da Geraldine Chaplin) si sono rifugiati nella tenuta di campagna per sfuggire agli orrori della rivoluzione. La casa è gelida, l’ululato dei lupi si fa sempre più vicino. Il protagonista, si avvicina alla finestra, con la mano malamente coperta da guanti sbrindellati gratta via il ghiaccio dal vetro e guarda con aria trasognata il paesaggio (se ricordo bene c’è un bellissimo il primo piano degli occhi di Omar Sharif); quindi va verso la scrivania, trova della carta e una penna, incurante di tutto ciò che lo circonda, scrive una poesia.

Mi è venuto spontaneo l’uso del verbo ‘perdona’ perché, un altro uomo in quella situazione (isolamento, tormenta meteorologica, bufera sociale: lotta tra menscevichi e bolscevichi, e conflitti personali: ha cercato di mettere in salvo la moglie, ma ama Lara ) avrebbe avuto altro da pensare, altro da fare. Zivago invece sembra non avvertire il disagio, si astrae da tutto, per lui conta solo l’ispirazione. Il poeta quindi dev’essere ‘perdonato’ perché quando sembra lontano, quando non si occupa di ciò che serve alla quotidianità, lo fa perché si trova in dimensione tutta sua, perché è immerso nel fluire stesso della vita.

“Batte il martello del poeta, | toglie la scorza della finzione, | mette a nudo la radice vera, quindi è pulsar di luce”(dal tuo penultimo libro Nello spazio e nel tempo): ecco una tua dichiarazione di poetica, riguardante la poesia e la sua funzione personale e forse anche sociale. Puoi esplicitare queste intuizioni, anche riconoscendole nella tua vita?

Questi versi, pur appartenendo a una silloge pubblicata prima di Una rosa nel mio confine sono un’esplicitazione di quanto espresso nella poesia “Al cuore del poeta “ (non ho l’abitudine di pubblicare le poesie sempre nell’ordine cronologico in cui le scrivo). Il poeta infatti non ha nulla da farsi ‘perdonare’, anzi egli svolge un’importante funzione sociale che è quella di smascherare il vero. Il poeta ripudia le finzioni, le ipocrisie che spesso il contesto sociale e le regole del buon vivere impongono. Poeta nel senso autentico del termine è colui che può essere paragonato ad uno scultore il quale toglie dal blocco di marmo il superfluo per far emergere la forma che il marmo stesso suggerisce. E’ Michelangelo che ha dato al blocco di marmo la figura del Davide o quel blocco di marmo individuato e scelto dall’artista nelle cave di Carrara che gli ha suggerito proprio la figura del Davide e non un’altra?  Chiaramente io propendo per la seconda ipotesi. Nell’atto creativo il poeta come l’artista, talvolta anche inconsapevolmente, tralascia le convenzioni, rifiuta i condizionamenti per far emergere l’autenticità dell’Io.

Per ‘Io’ non intendo freudianamente la consapevolezza chiara e distinta del Sé, ma piuttosto quell’unicum che è ognuno di noi in cui la parte conscia emerge dal magma dell’inconscio, ne trae alimento ed è spinta verso qualcosa che ci trascende, che ci rende sempre insoddisfatti e ci induce ad un continuo lavoro di perfezionamento.

[In una poesia, inedita, aggiungo un altro tassello al mosaico della mia poetica, lì definisco la poesia “geroglifico nero sul bianco del foglio dove la parola nero sta ad indicare soltanto il mezzo, l’inchiostro. Mi piace il contrasto con bianco, dalla fisica sappiamo che il bianco respinge gli altri colori, così come il poeta respinge i condizionamenti e incide sul foglio immacolato la parola. Ma la parola è un ‘geroglifico’ rimanda a molteplici significati. Sta ai critici individuare la “tavola di Rosetta” che permetta di decodificarla. Ci riusciranno? Ne dubito. Secondo me la poesia è il momento in cui la persona si manifesta nella sua autenticità, ma questa autenticità non può essere mai completamente rivelata, ragion per cui vale anche nel terzo millennio il “ Conosci te stesso” socratico. Penso di aver così chiarito perché ho inserito la poesia Cuore di poeta nella sezione intitolata “ Mistero”.]

Suggestivo il titolo del tuo ultimo libro di poesie: Una rosa nel mio confine una metafora unita ad un simbolo. "Una rosa gialla | trapassa nel mio confine: | un punto di luce | rompe la nebbia del mattino … | mi riporta un sorriso | che pensavo perduto” al di là del significato episodico perché hai scelto questa espressione come centrale e riassuntiva dell’intera raccolta, tanto da porla come titolo?

Una rosa nel mio confine. Sì, perché come direbbe il Lewin ‘lo spazio di libero movimento di ciascuno’ è limitato da barriere che sono poste dall’esterno: spazio fisico, status sociali, ruoli ecc; ognuno è ‘Uno nessuno centomila’ per dirla con Pirandello. Esistono anche le barriere che noi stessi ci poniamo per auto difesa :” Io posso arrivare solo fin qui, il resto non tocca a me” Questo chiuderci nel ruolo, questo continuo barcamenarci tra scegliere solo le situazioni a valenza positiva ed evitare quelle a valenza negativa o non scegliere (quando è possibile) dal momento che ogni scelta richiede impegno, finiscono col rendere i nostri giorni più o meno angosciosi, in quanto ogni scelta ne esclude altre. Ma se un incontro, un gesto d’amore, d’amicizia riesce a penetrare tra le diverse barriere, se viene l’ispirazione per una poesia o per dipingere un quadro. In parole povere se si riesce ad elevarsi dalla banalità del quotidiano, ecco che la vita acquista una luce nuova. Almeno a me succede così. Anche i fiori, all’apparenza sembrano non avere un’utilità pratica, ma quanta gioia ci danno con il loro profumo e i loro colori!

Sono rimasto ammirato ed incuriosito da alcuni brani delle tue recenti poesie caratterizzati da un intenzionale sperimentalismo di scrittura. Ad esempio: Ventagli sfumati | dipinti d’argento | di perla una goccia: | meteora scagliata nel mondo | la vita” Quale può essere la funzione artistica di questo relegare verbi e regole della sintassi nell’implicito? Ed a quali condizioni quest’operazione è stilisticamente fruttuosa (nelle tue poesie come anche, secondo , in quelle di altri poeti)?

Ci sono alcuni, e non li considero veri poeti, che fanno dello sperimentalismo per esibizionismo. Altri lo fanno cercando una forma che sia la più adatta al contenuto: in poesia la forma è contenuto. I versi da te citati concludono una poesia in cui i versi precedenti, di carattere descrittivo, rispettano le regole grammaticali e sintattiche. Questi ultimi rappresentano una sintesi ed aggiungono una considerazione di carattere filosofico. Mi è sembrato che il semplice accostamento di immagini fosse più efficace di un verso disteso. Se tu, poeta che pure si cimenta nello sperimentalismo, dichiari di essere rimasto ‘ammirato e incuriosito’ significa che l’operazione ha funzionato.

Secondo me lo sperimentalismo induce non tanto chi scrive, in quanto lo fa per scelta, per una ricerca personale, quanto chi legge ad un grande sforzo. E’ come se il poeta, che cerca nuove vie nel tentativo di giungere a quel tesoro che è la vera poesia, voglia prendere per mano il lettore e condurlo con sé, nel suo viaggio. Senza dichiararlo apertamente lo invita a non essere superficiale, a non dar nulla per scontato ad andare al di là dell’immediato, per cogliere nuovi accostamenti fonetici e semantici, nuove suggestioni e immergersi nel ‘mistero’ della creazione poetica.

Quando ti ho chiesto, nel colloquio preparatorio all’intervista, di elencare i vari aspetti della tua identità e dell’attività o dei ruoli sociali in cui ti riconosci e ti attendi di essere riconosciuta, hai messo al primo posto l’essere donna. Da questo si definiscono il tuo essere e sentirti insegnante, moglie, madre artista poetessa , impegnata nel volontariato (scuola di lingua agli immigrati, in parrocchia, ma soprattutto impegno con incarichi importanti nell’Uciim, l’Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi)... Perché, in che senso alla base di tutto c’è la “donna”?

Ho messo al primo posto il mio essere “donna” perché riflettendo sulla mia esistenza ho visto che questa condizione (non si arrabbino le femministe) mi ha favorito molto nella vita. Se fossi stata un maschio, come desiderava mio padre, che era colono presso l’Onc (Opera Nazionale Combattenti) ora sarei come i miei cugini. Avrei frequentato si e no le scuole elementari e poi avrei aiutato mio padre nei lavori dei campi. Ora potei avere un podere di 21 ettari, non so quante mucche da latte oppure delle pecore. Il mio lavoro sarebbe condizionato dagli eventi atmosferici: siccità, grandinate o dalle Convenzioni Europee sull’agricoltura.

Invece per il fatto di essere donna, fin da bambina sono stata lasciata abbastanza libera. Dovevo sì contribuire anch’io all’attività della famiglia, svolgendo qualche piccole mansioni: dar da mangiare ai polli, raccogliere le uova, cercare l’erba per i conigli, riempire le vasche per abbeverare il bestiame. Cose che i bambini d’oggi nemmeno immaginano! Ma i miei genitori non mi chiedevano altro, perciò, svolte le mie faccenduole, dopo aver imparato a leggere, dedicavo gran parte del mio tempo alla lettura. Conoscevo i libri della biblioteca scolastica meglio della maestra. Nella mia infanzia e fanciullezza ho molto giocato e ho letto molto. Sempre per il fatto di essere donna, quando a dieci anni, ho chiesto di andare a trascorrere le vacanze a casa di una zia a Sassari, i miei non mi hanno ostacolato e così mi sono fermata là per un intero anno. Ho frequentato la V elementare presso la prestigiosa scuola di S. Giuseppe e avevo come maestra la signorina Eufrasia Profili la quale aveva la fama di essere la maestra più brava e più severa della città. Eppure ella non si è mai accorta che io provenivo da una pluriclasse di una scuola di campagna e si è molto meravigliata quando ha sentito che io non avrei fatto l’Esame di Ammissione, a quei tempi necessario per iscriversi alla scuola Media.

La maestra volle parlare con mia zia e le disse che era un vero peccato se io non avessi proseguito gli studi. Naturalmente la zia non si prese alcuna responsabilità, ma scrisse (allora le case non avevano il telefono) a mia madre quello che le aveva detto l’insegnante, ma era troppo tardi per l’Esame di Ammissione. L’anno scolastico finì ed io tornai a Sanluri Stato. Mia madre però convinse mio padre a farmi continuare gli studi e, perché non dimenticassi quello che avevo appreso, parlò con la maestra e mi fece ripetere (anche se a Sassari ero stata promossa a pieni voti) la quinta. La signorina Masia (la maestra di Sanluri Stato) si adoperò per farmi ottenere dall’Opera Nazionale Combattenti una borsa di studio. Scusa se mi dilungo, ma ti voglio raccontare un episodio simpatico. L’Opera Nazionale Combattenti mandò due borse di studio: una intera per me e un’altra da dividere tra i figli dei coloni che avessero superato l’Esame d’Ammissione. Ad ottobre iniziai la scuola media, i miei mi comperarono una bella cartella di cuoio e i miei compaesani quando scendevo dalla corriera, tornando da scuola (era a quattordici chilometri dal mio paese) mi chiedevano :” E’ questa la borsa di studio che hai vinto?”

Ho voluto parlarti di questi episodi, quasi da libro “Cuore “ ma veri, perché credo che siano importanti per capire la mia personalità e il mio attaccamento alla scuola. Non voglio dire altro sulla scuola, altrimenti ne viene fuori un romanzo. Ora cercherò di essere più sintetica. Avrai senz’altro notato in ciò che ho detto la presenza forte di figure femminili. Il momento più gratificante per il mio essere donna è stato quando ho partorito. Nel momento in cui mia figlia usciva da me e iniziava la sua vita autonoma, ho provato un’immensa felicità, mi sono sentita una cooperatrice di Dio. Dio aveva bisogno di me per dare esistenza ad un altra creatura!

Altre volte in cui mi sono sentita molto vicina a Dio è stato quando mie figlie hanno fatto scelte che non condividevo. Allora pensavo che probabilmente Dio, quando Adamo gli disobbedì, soffrì come soffrivo io. Forse non hanno tutti i torti Luisa Muraro e le altre donne del gruppo Diotima quando affermano che Dio più che padre, è madre. Indubbiamente ci vuole molto amore per accettare che una propria creatura, in nome del libero arbitro, possa disobbedire e sbagliare; per correre poi in suo aiuto, anche se si sa che si è messa nei pasticci di sua volontà.

Sconvolgente la poesia “A Schopehauer”: in polemica con questo filosofo, un invito a mantenere abbassato il sipario fatto di illusioni, emozioni belle ed armoniose, che nasconde la verità terribile ed angosciante della precarietà della nostra vita e di tutte le nostre realizzazioni (anche collettive). Rimanere consapevolmente nell’illusione: ne parli quasi come una speranza di riconciliazione e realizzazione di sé…

Perché sconvolgente? Perché non mi chino ossequiosamente dinanzi a questo filosofo che afferma che la volontà di vivere è dolore e che per evitare di soffrire dobbiamo annientarci in una sorta di Nirvana in cui tutte le sensazioni sono assenti? Perché dobbiamo scegliere di non vivere? Come dar credito a un filosofo che visse in piena contraddizione con il suo pensiero? Tutti sanno quanto Schopenhauer cercasse il successo e quanto soffrì perché esso gli arrivò tardivamente.

“La vita è sogno “. Ma non è bello sognare? Quante volte durante un bel sogno siamo dispiaciuti se qualcosa ci sveglia e vorremmo riprendere a dormire per continuarlo. La vita è dolore. Ma perché soffrire due volte? La prima perché il dolore è una condizione dell’esistenza umana e non lo possiamo evitare. La seconda perché a forza di pensarci e di crogiolarci in esso non facciamo altro che ingigantirlo. Non è forse più saggio seguire i suggerimenti del buon Epicuro il quale sostiene che se il dolore è molto intenso dura poco, se invece dura a lungo, esso è di intensità tale che può essere sopportato?

Pur considerando che le piccole cose, le piccole realizzazioni di ogni giorno hanno vita effimera, che non esauriscono tutto il nostro essere, alla via indicata da Schopehauer che porta all’annientamento di sé, ad una condizione simile a quella in cui si trovano i fumatori di oppio, preferisco guardare oltre, ad una dimensione più alta, ad una luce che orienti il nostro cammino: la Speranza. Mi potresti domandare, dato che la Speranza insieme alla Fede e alla Carità è una virtù teologale, se credo in Dio. Ti risponderei con Pascal che non lo so ,ma che vale la pena scommettere in Lui, perché se non esiste non perdo nulla, ma se esiste guadagno tutto.

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