Servizi
Contatti

Eventi


Intervista ad Alessandro Trionfetti autore di Makako Jazz

La scrittura di Makako jazz, edito da Fermenti, 2019, sembra inventata, con il suo aspetto insolito e apparentemente tortuoso, per giustificare lo sconquassamento in corso o per quali altre ragioni?

Il lavoro sulla lingua del libro è l’aspetto che mi ha impegnato di più. La prima bozza del poemetto risale ad una decina di anni fa. È un testo che ho scritto, lasciato e poi ripreso, proprio perché non riuscivo a trovare un linguaggio che ne rappresentasse i temi. L’andamento conciliante dell’endecasillabo e delle rime aveva bisogno di una lingua ibrida, dialettale e letteraria, che avesse la forza di uscire dai recinti della metrica. Ho trovato la sintesi nel romanesco precinquecentesco. Questa è la base linguistica su cui poi ho lavorato pescando dalla tradizione espressionista e plurilinguista italiana. Certamente il caos linguistico riflette lo sconquassamento attuale, una crisi economica, sociale e della cultura, ma è anche il tentativo di contrastare, sul piano del linguaggio poetico, certe derive omologanti dei comportamenti e del pensiero. Bè, poi devo dire, mi sono divertito a scovare parole desuete e a trasformare quelle in uso.

Sia Belli che Pasolini, in modi diversi, si sono rifugiati, il primo nell’idioma del popolo e il secondo nell’alitare o sillabare primitivamente o scombussolatamente ceppi irrequieti da decifrare. Che altro ti senti di aggiungere in merito al linguaggio?

Vedo il pericolo di una consunzione del significato delle parole che usiamo. Si pensi a molte parole della lingua della politica, dell’economia o dei mezzi di comunicazione. Prendiamo, ad esempio, la parola “riforma” che negli ultimi decenni è stata utilizzata per indicare la sempre maggiore precarizzazione delle condizioni del lavoro, o pensiamo a come molte parole importanti, eticamente connotate, siano state svuotate da usi settoriali del linguaggio: la “fiducia” è diventata quella dei mercati, l’amicizia e la condivisione sono ormai quelle dei social e della rete. Su questi processi culturali sono stati scritti molti libri, fortunatamente ci sono ancora luoghi di resistenza come la scuola, il mondo della formazione e della cultura indipendente che nonostante le difficoltà continuano a operare in senso contrario.

Nella tua rappresentazione quasi scenica, c’è anche una tua preferenza verso l’aspetto storico sociale, per motivare cosa?

Non riesco a pensare ad una poesia che sia estranea al contesto storico e sociale. Recentemente è uscito un libro che si intitola “La matematica è politica”. È un titolo ad effetto che mette insieme due cose molto distanti tra di loro. Potrei dire la stessa cosa: la poesia è politica, non perché deve trasformarsi in propaganda o peggio ancora in inno. La poesia è politica in sé. Ungaretti, rispondendo ad una domanda di Pasolini nel film Comizi d’amore, disse “Io sono un poeta, vado sempre contro natura”. È questo che intendo, la poesia è il modo per coniugare i propri verbi, per riappropriarci delle parole, del nostro modo di vedere la realtà. Vorrei realizzare una poesia che si estrofletta verso l’esterno, senza dimenticare lo scavo interiore e il valore del linguaggio.

Nelle pagine c’è anche un richiamo alla componente marxista. In un periodo di rifiuto del marxismo cosa rappresenta per te tale addentellato?

Penso che il rifiuto sia soprattutto italiano. Dalla crisi del 2007-2008 abbiamo assistito ad una vera rinascita del marxismo. La crisi del modello neoliberista, quel modello iniziato negli anni Ottanta quando Margaret Thatcher sostenne che la società non esiste perché esistono solo gli individui, ha fatto riscoprire l’analisi che Marx ha dedicato al capitalismo alla fine del XIX secolo. È difficile, parlando di un pensiero politico così complesso e stratificato, rispondere a questa domanda. Parto da quello che non è, per come lo intendo io: non è una visione teleologica della storia, o una sociologia delle classi sociali, né una scienza positiva dell’economia. Per me è una teoria aperta della trasformazione sociale e in letteratura il modo che ho di capire che la parola non è mai neutrale.

Tanti recenti basamenti culturali, crollando inesorabilmente, a cosa hanno lasciato posto, alla scrittura che cambia o a una media tanto agognata?

Forse entrambe le cose. La lingua è in continua trasformazione, è la sua essenza, ciò che ieri era errore domani potrebbe essere la forma corretta. Nella scrittura, però, bisogna vedere questi cambiamenti che direzione prendono. Se l’impoverimento lessicale è la tendenza dominante, la media rischia di cadere pericolosamente verso il basso, proprio quando i bacini popolari sono stati prosciugati dall’azione livellatrice dei mass media.

Ti occupi di prosa, teatro, poesia. Quale genere ti è più congeniale?

La scrittura teatrale e quella poetica sono le prime a cui mi sono dedicato, la narrativa è un’acquisizione più recente. Sono tra loro molto diverse. Nel teatro è molto forte la componente spaziale, la scena e le sue regole, naturalmente anche i tempi sono fondamentali, il ritmo, i controtempi e l’elemento inatteso. La poesia per me è una dimensione più intima, anche se i miei versi hanno una loro teatralità. Solitamente nella poesia emerge una voce che sentiamo come nostra o con cui dialoghiamo, è una corrispondenza che mi piace molto, per questo, oltre a scrivere, sono un lettore appassionato di poesia. La narrativa invece ha bisogno di continuità, non si alimenta dei silenzi della poesia, almeno per me funziona così. Non saprei dire quale genere mi è più congeniale, dipende anche dai periodi, inoltre ho la tendenza a mescolarli, nelle poesie inserisco personaggi quasi teatrali, nella prosa ci sono elementi lirici.

A cosa stai lavorando in questo momento?

In autunno uscirà una nuova raccolta poetica, “Meno di un metro”, scritta in parte durante questo periodo di pandemia. Attualmente sto lavorando alla scrittura di un romanzo ambientato a Salonicco. È la storia narrata in prima persona di una donna che gestisce una taverna negli anni trenta, quando, dopo la fine della guerra tra Turchia e Grecia, più di un milione di profughi greci e quarantacinque mila armeni arrivarono a Salonicco cambiandone completamente l’assetto urbanistico e la popolazione. Non ho ancora terminato la prima stesura, penso che mi occuperà per un po’ di tempo, però devo dire che per ora sono soddisfatto di come sta venendo.

rubrica


Literary © 1997-2021 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza