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Intervista a Fabio Dainotti autore de “La corriera azzurra”

Intervista a cura di Velio Carratoni

“Un minuscolo, precocissimo canzoniere d’amore è questo libretto di Fabio Dainotti, il cui titolo va immediatamente a riporsi in quella speciale, preziosissima teca iconica di immagini assolute che ogni poeta conserva amorevolmente dentro di sé. […]

Colpisce la precocissima quanto sorprendente maturità di queste poesie, che oggi riemergono felicemente, talora soltanto in vividi frammenti, sgorgati come per incanto quando l’autore aveva appena 17 anni o giù di lì. (Luigi Fontanella)

La poesia di Dainotti colpisce per la profondità e per il garbo espressivo. (Elio Gioanola) ”

Cosa rappresenta per te La corriera azzurra.

Licenziare alle stampe le poesie giovanili rappresenta un tentativo di colmare una mancanza, di dar conto degli incunaboli, per dir così, della mia poesia; e anche far conoscere la storia di un tentativo di sottrarre all’oblio qualcosa di perduto e ritrovato. In effetti, molte poesie giovanili hanno trovato posto nelle precedenti raccolte da me pubblicate a partire dal 1996. Ma non tutte. Si era verificato un fatto spiacevole. Nel tempo giovanile, il tempo della composizione delle mie prime poesie, un comprensibile pudore mi aveva spinto a trovare un nascondiglio per il quaderno dove avevo trascritto in bella copia, dopo il doveroso labor limae le mie nugae. E avevo individuato nel solaio il posto più adatto. Ma dove non arriva la scopa di saggina delle donne? Pulisce gli angoli, come la musica di Mozart. E così scomparve il per me prezioso quaderno. Successivamente scrissi ancora e affidai il dattiloscritto a un amico, si fa per dire, che un bel giorno pensò bene di disfarsi dei fogli. Da questo doppio naufragio si salvarono pochi testi. I testi scomparsi, tentai di richiamarli alla memoria. Ma non eran da ciò le proprie penne. Riuscii nell’operazione solo in parte. Infine mi ha spinto il desiderio di far conoscere le mie composizioni giovanili, che a mio parere hanno una loro validità dal punto di vista degli esiti espressivi.

Fontanella nella prefazione parla di precocità espressiva e di maturità del tempo.
Cosa aggiungi?

Si tratta della poesia di un giovane, che aveva però “letto tutti i libri”.

L’amore dei 17 anni come l’avresti sentito oggi?

Innanzi tutto devo dire che non si tratta di un amore dei 17 anni, ma di un amore durato dai quindici anni ai diciannove. Dopo tre anni di corteggiamento, solo all’età di diciotto anni ci fu una corresponsione di amorosi sensi. Poi la lontananza causò, come spesso avviene, la fine di un amore. Difficile rispondere. Qualcuno ha detto che si è condannati ad amare sempre in po’ allo stesso modo.

Da esperto del settore, come consideri Dante, tra luoghi comuni e fraintendimenti?

Dante è un classico; i classici sono i “contemporanei del futuro” secondo una felice definizione di uno scrittore, parlano alle generazioni future, che trovano in essi le risposte ai loro interrogativi. Ogni epoca lo interpella in rapporto a situazioni ed esigenze che mutano nel tempo. Un luogo comune riguarda la memoria leggendariamente ferrea del grande trecentista. Alcuni dimenticano che comunque l’exul immeritus aveva a diposizione biblioteche fornitissime, come quella veronese.

Quali aspetti della vita dell’autore e della Divina Commedia si dovrebbero approfondire?

Giorgio Petrocchi, uno dei maggiori filologi danteschi, suddivide in tre periodi la formazione del poeta. La terza fase è quella filosofico-teologica. Ecco, l’impegno teologico nelle tre cantiche e soprattutto nel Paradiso potrebbe ancora utilmente essere approfondito. Può riservare ancora risultati interessanti l’indagine delle fonti e dei modelli, riguardanti la letteratura sull’aldilà antecedente all’Alighieri. Poi un approccio di tipo psicanalitico potrebbe ancora riservare scoperte e sorprese, perché non molto è stato scritto da questo punto di vista, anche perché questo genere di studi è stato osteggiato, in ambienti accademici. Per quanto riguarda la vita, dobbiamo augurarci che qualche “scopritor famoso” porti alla luce almeno parte della documentazione anteriore al 1300. Sono molti gli aspetti che si potrebbero approfondire della vita dell’autore della Commedia. Ne citerò soltanto qualcuno. Pare che attorno al 1286 facesse una visita a Bologna, ma non si sa se frequentò lo Studio bolognese. Anche l’identità di Beatrice è solo un’ipotesi. Su un presunto viaggio di Dante a Parigi nel 1310 si nutrono dubbi. Recentemente è stata istituita la Société Dantesque de France, presieduta da Bruno Pinchard; da lì potrebbero venire novità, magari.

A cosa ti dedichi al momento?

Lavoro a più tavoli, come Pascoli, che aveva tre tavoli su cui portava avanti tre lavori diversi. Innanzi tutto la poesia, Un secondo tavolo riguarda lo studio del Sommo Poeta e la collaborazione alle attività del Direttivo della LDM di cui faccio parte; vedrà la luce a giorni un libro con 100 e più espressioni dantesche divenute proverbiali, a cui hanno collaborato 100 personalità non solo della dantistica ma in genere del mondo culturale italiano e straniero. Inoltre ci sarà da pubblicare gli atti delle letture degli ultimi anni, che anche per mancanza di fondi non hanno ancora visto la luce. Inoltre sono occupato nella lettura delle opere che partecipano a un concorso letterario in cui sono giurato. Infine l’attività di traduttore, dal latino soprattutto. Poi c’è l’ascolto della musica operistica; e la prosa.

Come ti definisci?

Un poeta neocrepuscolare mi ha definito Fontanella e mi riconosco in tale definizione. Anche se le etichette non danno conto di tutto. Per altri versi, mi definisco un déraciné . Abito in Campania da molti anni, ma sono nativo di Pavia da un padre milanese di origine siciliana e da una madre bresciana. Se devo imprecare uso la lingua del luogo dove abito, e in sostanza mi sento privo di radici.

Quale percorso scritturale hai seguito?

Dopo un fase iniziale, che testimonia l’ampiezza della sperimentazione, ho trovato la mia strada, che si può così riassumere: privilegio il “discorso” alla “parola”, al semplice lavoro sul significante. Come avviene ai poeti, il mio discorso, col passare del tempo, si è fatto più largo e disteso, meno impetuoso e concentrato. Credo di avere attualmente abbandonato l’io per il noi, mi sto orientando verso una poesia che utilizza espressioni meno concentrate sul proprio Io e rivolte a una più cordiale relazione col pubblico; ho lasciato la turris eburnea solipsistica. Sono poesie che tengo nel cassetto, per vedere se resistono alla prova del tempo, per limarle, integrarle.

Della tradizione campana in campo culturale, dai De Filippo, Marotta, Di Giacomo e tanti altri cosa ne pensi? Esiste veramente lo spirito napoletano o campano?

Il teatro di De Filippo si regge sulle scene ancora oggi, si guarda con interesse e con godimento; perciò si potrebbe definire un classico; la poesia di Di Giacomo è grande poesia. Comunque penso che uno spirito campano esista, esista una napoletanità, di cui gli abitanti di quella che fu una capitale vanno fieri.

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