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Marco Buzzi Maresca, autore di “Le code del drago”

Intervista a cura di Velio Carratoni

Ai tempi di ‘Concertino’ ( 1992-96), la rivista diretta da tuo padre, lo scrittore Giancarlo Buzzi, cosa facevi. Erano in corso tuoi progetti di scrittura ?

Ero a Roma dall’89 e partecipavo alle letture pubbliche a Castel Sant’Angelo, con Maria Iatosti, Lunetta, Palladini, Muzzioli, e tanti altri. Avevo già pubblicato la mia prima raccolta poetica, ‘Largo e ostinato’ e cominciavo a perseguire il mito interiore di unire in dinamica dialettica le mie linee parallele – teatro, psicologia e poesia. E’ in quel periodo che comincia a prendere forma la mia cosa per ora per me maggiore, il ‘Poema dello schermo’, alla ricerca del ‘fantasma ritmico relazionale’ dell’identità.

Al momento insegni in un liceo, e fai lo psicoterapeuta. Cosa ti coinvolge di più creativamente ?

In entrambi i casi il fulcro è la relazione. Freud parlava di scolpire anime. Io penso che colpendo punti vivi nell’altro piuttosto ci si scolpisca vicendevolmente, e che la cosa possa avere risvolti liberatori, e quindi in senso lato, ‘politici’.

Da giovane sei stato un secchione o un ribelle, rispetto agli anni di appartenenza ?

Da giovane soffocavo di problemi e di padre, e quindi non ero né secchione né ribelle, ma kafkianamente ‘straniato’, pur essendo virtualmente di estrema sinistra. E quindi appartenevo disappartenendo, frustratamente spettatore.

Ma forse questo, pur lasciando nostalgie, mi ha permesso di non bruciarmi nella delusione, come molti post militanti. Solo più tardi ho preso in mano la mia vita, divenendo del mondo disesperto

Di recente, con ‘Fermenti Editrice’, hai pubblicato ‘Le code del drago’, con prefazione di Maria Laura Vittori. Come consideri tale testo ?

Favola, racconto simbolico-realista, o cos’altro ?

E’ un testo natomi per caso tra le mani, ma molto amato, che a lungo non ho osato pubblicare, perché tradiva apparentemente il mandato paterno della cosiddetta letteratura alta. E’ un testo dal lato ‘materno’, pur tradendo la madre, e certo una fiaba psicanalitica, oscillante ‘kleinianamente’ tra oggetto persecutorio, lutto e separazione. Del resto, a voler seguire la splendida recensione di Docimo al mio ‘Poema’, questo non sarebbe che una oceanica resa dei conti col ‘materno’. Direi quindi, a ‘posteriori’ , che tutte le mie cose abbiano a che fare con una lotta con la prigionia. Ma a parte questo è una fiaba a tutti gli effetti – non solo simbolica per adulti che vogliano scavare – una fiaba densa di emozioni, un micro romanzo di formazione dall’infanzia alla crescita e conquista di sé. Cosicché il protagonista, il cui nome è un destino, ‘Lontanodame’, allontanandosi si avvicinerà, separandosi si ricongiungerà. Un mix di psicanalisi e linguaggio poetico che va oltre l’immediato, e tocca più corde – come allude bene nella prefazione la Vittori, esperta didatta sistemico relazionale – e come approfondisce in modo vibratile nella sua recensione (L’age d’or, 2.6.2020) la lacanniana Tania Di Pietro.

Che ne pensi della cultura in questo periodo di penalizzazioni ?

E’ da tempo che la ‘cultura’ segue vie carsiche ed esacerbati soffocanti campanilismi. Non abbiamo certo dovuto aspettare il covid. Direi che è in atto una disseminazione di lunga durata del lascito del ‘900, e che il paesaggio si chiarirà tra parecchio tempo. Nulla muore mai. Tutto si trasforma. Certo penso che rimarrà la caratteristica della disseminazione, e che la comunità culturale faticherà ancora a lungo ad essere tale, cioè a comunicare.

Nel N.251 di ‘Fermenti’, oltre a tue prove poetiche, c’è un ampia sezione dedicata a tuo padre come narratore, con testimonianze tue e di altri critici. Ce ne vuoi parlare ?

Quello con mio padre è stato un rapporto ingombrantemente problematico, per la caratura mitologica del suo carisma. E certo contraddittorio. Sia scrivere sia affrontarlo nelle contorte dinamiche famigliari è stato per me sofferto formativo epico. Una fitta nebbia di mandati sotterranei contraddittori, tra spinte e sconferme. Ma una delle vie era pensare l’opera sua – amarla e criticarla dentro di me – nonostante anche lì fossero più le sconferme che le conferme. Tuttavia qualche battaglia con lui l’ho vinta, e qualche sforzo lui, a modo suo lo ha fatto.

Parlare di lui è stato quindi un debito verso il padre: al contempo una vendetta e una riparazione. L’idea che mi ha mosso all’operazione è molteplice. Penso che lui abbia la statura per non essere dimenticato, e d’altra parte mi pareva che le tesi critiche su di lui muovessero troppo e soltanto in certe direzioni, tra metafisica e letteratura industriale. Volevo ristabilire la mia idea ( con la piccola vendetta di non chiedere più il suo ‘permesso’ critico ), la mia idea fondata sui testi, ma anche sulla conoscenza personale dell’uomo. Un’idea che rimettesse al centro il lato materialistico, erotico, sarcastico e dissacrante della sua scrittura.

Non ultima spinta infine è stata l’idea di preparare il terreno alla pubblicazione prima o poi integrale del romanzo inedito di cui il N 251 contiene un paio di capitoli. Il risultato mi pare buono. A parte il pezzo mio - che centralizza l’apporto reichiano e la critica all’utopia - sia Muzzioli che Marcello Carlino approfondiscono brillantemente il lato eversivo dei testi di mio padre. E con rigore Silvia Cavalli tratteggia le sfortune editoriali dell’inedito paterno, tra perplessità e conformismi della critica e dell’editoria dell’epoca.

Quali le differenze o le matrici comuni tra te e tuo padre, come scrittori ?

Teoricamente in comune avevamo l’amore per Dostoevskij, Rimbaud, Mallarmé. Ma direi che mio padre sia sempre stato uno spirito ‘latino’, sulla linea satirica dell’eccesso e della predicazione – la linea Rabelais, Swift, Voltaire sul versante satirico, e sul versante alto la linea stilnovista e dantesca, e mistico tomista.

Mio padre leva sovraccaricando, io metto levando. Mio padre è azione. Io psiche.

Io vado per derive ed inabissamenti. Lui per dilatazioni e deflagrazioni.

Il periodo ‘Covid’ ha bloccato una tua iniziativa teatrale.

Di che si trattava ?

Di recente, grazie anche alla sponda con alcuni attori, alla scrittura poetica si è affiancato in me il registro della scrittura teatrale. Qualcosa giaceva nei cassetti del passato, come vari cadaveri di romanzi. Ma uno dei testi ha trovato il gancio interiore. E da lì ne sono nati due. Sono testi tra assurdo e crudeltà, eros e incomunicabilità. Quello che doveva andare in scena a dicembre, e che forse andrà ad un festival estivo, si intitola ‘Ti vedo’, e si dibatte tra necessità e fuga, possibilità-impossibilità, rispetto all’essere visti.

In quali altre iniziative sei coinvolto ?

A parte il vizio di emetter ogni tanto versi, ho in cantiere un secondo ‘poema’ lungo - ‘Collages in controcanto e barbiturici deliri’ - incardinato su una dilatazione citazionistica.

Più light, ma spero promettente, c’è l’idea di montare un video di lettura integrale del primo tempo del mio ‘Poema dello schermo’, a partire da frammenti di letture video di attori e poeti : finora hanno aderito Marco Palladini, Massimiliano Frateschi, Antonio Amendola, Carla Goracci, Mauro Toscanelli, ed ha promesso il suo apporto anche Gianni Fontana.

Come potresti descrivere il metodo pratico-concettuale che presiede alla tua attività creativa ? Vi si potrebbe vedere forse agire uno stravagante ‘ritmo performativo’ ?

Come accennavo prima, dal punto di vista concettuale, tendo ad operare per derive - in levare e per spostamenti/svuotamenti. Una linea decostruttiva che però ha come scopo, più che decostruire, la rimozione di ostacoli all’emergere. Fare vuoto animmaginale per far emergere fantasmi ritmici, direi ‘elettrici’. Se mi si potesse permettere il paradosso, vorrei essere un Kafka jazz.

Quindi, in senso ‘pratico’, se così si può dire - a parte il partire da un momentaneo acuirsi del vuoto disperato - mi aggancio in genere ad un coagulo di parole suono sema che genera una spinta ritmica, e poi spingo spingo, tentando sempre di spostarmi.

In questo senso, sì, si potrebbe parlare di ‘ ritmo performativo’, o con un gioco di parole tra teatro e psicosi, di ‘acting out’. Il tutto secondo un pendolo ricorrente che io definirei dell’elastico … Si tende si tende, allo spasimo, in stasi, e poi parte con accelerazioni spastico energetiche.

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