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Intervista a Marco Palladini sulle varie esperienze piazzolliane

D - Hai riportato in video la storia di un personaggio “ammalato di follia”. Così Piazzolla definisce la sua creatura di Lettere della sposa demente. Tu invece come l’hai sentito?

La follia può essere tante cose, certamente uno stato patologico, ma anche talora la visione di un qualcosa o di un altrove che non percepiscono gli altri, penso a Don Chisciotte. Così, può essere pure il rifugio da un mondo che si sente ostile e minaccioso e quindi rappresentare una ‘couche’ protettiva, una specie di bolla spaziotemporale soggettiva in cui trovare un paradossale equilibrio. È, in parte, il modo in cui ho concepito la sposa demente di Piazzolla, che affida alla parola scritta e ad una attesa senza fine il senso della propria vita. Elabora lettere indirizzate allo sposo lontano che non sappiamo neppure se spedisce e dal cui destinatario, comunque, non si aspetta ‘veramente’ una risposta. Il suo è un gesto autistico, ma potente, sovranamente poetico. È questo, credo, che Piazzolla volesse significare col suo poema e in questa direzione ho lavorato per la messa in video.

"Lettere della sposa demente". Un’opera video-poetica tratta dall’omonimo poema di Marino Piazzolla.
(da YouTube.com)

D - La donna in questione umanizza o innamora tutto ciò che nomina?

Si soffre in amore per l’assenza dell’altro, ma non di rado si è innamorati del proprio essere innamorati. Voglio dire che per tenere in piedi per tutta la vita, come fa la sposa demente, un amore fantasmatico è evidente che si ama soprattutto il proprio stato amoroso, desiderante che concresce nell’effluvio di parole. L’altro, ad un certo punto, non conta più, è un pretesto, uno spettro appunto. Per parafrasare Tolstoj, potremmo dire che tutti gli amori felici si somigliano, mentre ogni amore infelice è infelice a modo suo.

D -: Nello scegliere i luoghi e le atmosfere della vicenda, hai sentito più la presenza di Saffo o Cavalcanti, pur appartenenti a epoche diverse?

In realtà, se ho pensato ad una ipotetica, ideale epoca per questa vicenda, mi è venuta subito in mente la temperie romantica sette-ottocentesca di grandi scrittrici inglesi come Jane Austen e le sorelle Brontë, nei cui romanzi si sprecano le eroine innamorate e spesso infelici, trascinate in lunghe peripezie del cuore e dell’anima. Non a caso ho situato il video tra un interno, sia pure astratto, ed esterni immersi nella natura. Una natura, però, non leopardianamente matrigna, semmai complice dello smarrimento e della parabola di dissoluzione di un amore coniugale.

D - Anche a te la storia è sembrata una discesa verso la morte, che Marino esprime come emblema della morte stessa?

Non c’è dubbio. Tanto è vero che le ultime parole del personaggio maschile sono: “Dal mare viene ormai la notte: è morte”. Ma io ho voluto chiudere il video con la post-morte, ossia con una sequenza notturna dove i due personaggi salgono, in un montaggio incrociato, una scalinata, simbolo di una ascesa ad un piano superiore e si ritrovano poi uno a fianco dell’altra, finalmente riuniti forse in eterno. Dunque una immagine buia, di morte, ma anche di pace, di ricongiungimento nel dopo-vita. Mi sembra che questo dia al dramma poetico una chiave diversa, di terminale palingenesi.

D - Ci vuoi parlare dell’interprete femminile del video. Come l’hai scelta e perché?

Giancarla Goracci l’avevo vista in un video dove interpretava in modo singolare e sghembo i versi di un amico poeta, Marco Buzzi Maresca. Ho scommesso su di lei, pur non conoscendola di fatto, anche perché mi sembrava avere la figura giusta. È una donna non giovanissima, ma di aspetto giovanile che poteva incarnare plausibilmente la sposa demente che idealmente trascorre nel testo di Piazzolla da una età di verde maritata sino all’incanutimento finale. Ritengo la mia scommessa pienamente vinta, anche se per motivi legati al covid e ai lockdown, abbiamo potuto provare assai poco. Lei, comunque, è stata sempre collaborativa e ha cooperato efficacemente a dare una immagine icastica e incisiva della protagonista, a cui ha dato sensibile e vibrante voce poetica. Per l’immagine conclusiva, prima che la sposa si avvii ad andare sulla collina a morire, abbiamo pensato a La sposa in nero, il film di Truffaut con Jeanne Moreau, e il suo sembiante ricoperto da un velo di pizzo nero ha una forte valenza quasi da maschera pre-funeraria. Il velo, poi, mentre lei sale sul viottolo collinare diventa pressoché uno strascico, l’abito di una che va a celebrare le sue nozze con la morte.

D - Da interprete del personaggio maschile, hai più sentito il tono di una follia lucida o gli effetti provati da un amante in fuga, data la sua componente immaginaria?

Il personaggio dello sposo a cui ho prestato la mia presenza, l’ho percepito ancora più enigmatico della donna. Non sappiamo perché si è allontanato dalla coniuge, perché sia finito su un’isola remota, che cosa gli impedisce di tornare. Forse è anche lui uno ‘sposo demente’ che ricorda la donna amata, ma preferisce stare per i fatti suoi. Io l’ho rappresentato come una figura celibe, un solitario che vagabonda su un’isola deserta, che guarda il mare, le onde, gli spruzzi, gli scogli, il sole, le mura di un castello, mentre la sua voce è costantemente fuori campo, come se ascoltasse i propri pensieri, accorati e raminghi, a cui non sappiamo se crede veramente oppure no. Forse anche la sua è una recita ovvero la follia di una recita. Soltanto in limine, l’uomo pronuncia in diretta, col sottofondo della risacca marina, delle parole fortemente esplicative: dice che da tante stagioni non sogna più la moglie, che ogni sera si è congedato da lei, manda un pensiero alla figlia che non ha mai conosciuto, ma poi di colpo afferma “prima che si fermi a me la vita / Voglio dirti che vivo nel tuo cuore / Come tu vivi adesso nel mio sangue. / E non ti dico addio, t’ho ritrovata!”. È il verso chiave che mi ha spinto a girare la sequenza conclusiva del video, di cui parlavo prima: il ritrovarsi dei due sposi nel limbo dell’aldilà.

D - Mentre il video veniva inserito su Youtube e il sito della Fondazione (www.fondazionemarinopiazzolla.it), hai preso contatto con Mabò lo straniero, opera postuma dello stesso autore, edite tutte dalla Fermenti. Come ti è sembrata, rispetto alla vicenda della sposa che si esprime con svariate lettere, ispirate a Ovidio, nella sua aspirazione a divenire drammaticamente irreale?

Quello che apprezzo è la capacità di Piazzolla di calarsi poeticamente in figure così tanto diverse. Così, come si è immerso nelle spirali psico-amorose devianti di una sposa sospesa tra reale e irreale, altrettanto riesce ad immedesimarsi nei pensieri di un immigrato, chiamato Mabò, la cui stranierità è in primis estraneità ad un mondo dove i diritti degli ultimi siano rispettati e non oggetto di disprezzo razzista. Piazzolla configura, già 40 anni fa, un migrante, forse pure lui sbarcato da un precario barcone, visto come un ‘untermensch’, un sottouomo che cerca disperatamente un riconoscimento di dignità e di civiltà da parte degli uomini che abitano la terra in cui è approdato. È una storia che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi. E la nostra consapevolezza non assolve la nostra indifferenza.

D - Dopo l’esperienza teatrale di Hudemata, quale dei tre lavori ti convince di più?

Per motivi di consonanza di umori (e malumori) poetici e di mio impegno di rielaborazione drammaturgica, sono ovviamente molto legato a Hudemata Actàbat realizzato in scena oltre dieci anni fa. Ma dal punto di vista registico reputo il video Lettere di una sposa demente senz’altro il mio lavoro migliore. Sono così grato alla Fondazione Piazzolla per questa occasione di espressione artistica e mi auguro che gli spettatori in rete possano nel tempo moltiplicarsi e apprezzare l’opera.

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