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Mario Rondi

a cura di Velio Carratoni

Dopo le tue prove realizzate con Fermenti quali ti sono più congeniali ?

Fermenti mi offre la possibilità di scrivere testi nuovi e questo mi serve in questo periodo particolarmente difficile per le mie condizioni di salute: sono tutte cose nuove, in aderenza al mio tormento.

Dall’idillio con la natura, con la fuga nell’orto, centro della mia creatività, sono bruscamente passato all’abbandono dell’orto, con tutte le conseguenze per la mia scrittura.

Da qui la prospettiva più spirituale, anche se sempre scherzosa e una constatazione della vanità della parola, anche quando è profonda: l’aggrapparsi alle piccole cose e alle amicizie (Il prossimo mio intervento per Fermenti avrà come titolo “Lettere agli amici”).

Sono molto legato a “Il cartiglio del vento” perché attesta l’inizio della mia discesa agli inferi che poi col tempo è sprofondata nel gorgo.

Dopo le tue varie esperienze culminate con l’incontro con Spatola dove sei approdato.

L’incontro con Spatola è stata l’occasione di sentirmi un poeta sperimentale, fuori dai canoni e dalle conventicole: prima scrivevo, ma non mi convincevano gli editori a cui mi ero rivolto, con Adriano mi sono sentito a casa, con tutte le mie progettualità di rivolta, di cambiamento della realtà e del modo di scrivere.

La scrittura sperimentale era un’esigenza interiore, contro la banalità per un sentire autentico; le cose via via sono cambiate: ho sentito l’esigenza di dare una regola, un controllo alle mie emozioni e alla fantasia della scrittura.

Non tutto era poesia, abbandonandosi al flusso della poesia ogni cosa diventava incontrollabile: da qui l’esigenza di un controllo del ritmo, del respiro, del canto e quindi l’approdo all’endecasillabo.

Nel frattempo l’esperienza della cascina e dell’orto, le varie disgrazie sentimentali: il tutto però visto con ironia, la risposta più adeguata al mio malessere.

Adesso credo di aver trovato un mio respiro, un mio modo di essere e forse di ridere.

Ti senti più poeta o narratore?

Senz’altro mi sento più poeta, ma in un certo momento della vita ho avuto l’esigenza di narrare, di dilatare il mio intimo sentire, forse per avere più contatti con gli altri, col mondo che ci circonda.

Costruire delle storie ci aiuta ad allontanare i fantasmi, come se non ci riguardassero, invece la mia narrativa è centrata sui miei drammi interiori, anche se nascosti o mimetizzati in vari personaggi.

Specie nei racconti è sempre una parte segreta di me che parla, anche se non lo dà a vedere: amo i racconti, speciamente quelli brevi, perché possono essere fulminanti, rivelare uno stato d’animo.

Forse sono tutti racconti poetici, ma dove stà il confine tra narrativa e poesia è sempre misterioso: alla base c’è sempre un impulso di comunicazione.

Quali titoli pubblicati con Fermenti ami di più ?

Sono molto legato a “Due passi all’inferno, con un occhio al paradiso” non solo per il travaglio della vicenda, ma perché mi ha dato la possibilità di passare al romanzo, che è sempre un buon passaggio di esperienze.

Prima mi ero specializzato nei racconti brevi, ma poi ho capito che se mettevo assieme tanti racconti brevi sarei approvato al romanzo: certo era un periodo di grande fermento e non era così semplice come la racconto.

Ma l’impegno per un progetto mi ha sempre entusiasmato, sia in poesia che in prosa: occorre dare una finalità ai nostri impulsivi pensieri, il lavoro costante sulla parola è stata la mia salvezza e lo è anche adesso che vivo un’atroce esperienza per le mie condizioni di salute.

Quale critico ha compreso meglio la tua scrittura ?

Devo certamente ringraziare Renato Barilli per la sua introduzione a “Il canto del luì”, d’altronde lui già mi conosceva come poeta sperimentale e ha accolto favorevolmente il mio dattiloscritto.

Sono molto legato a Vincenzo Guarracino, che ha scritto molto su di me, e che conosco da tanto tempo, già dalla recensione alla mia prima raccolta di poesia.

L’amicizia per me e per lui è una cosa sacra, che non si infrange al primo colpo di vento.

Devo molta riconoscenz anche a Sandro Grss-Pietro e al Antonio Spagnuolo.

Che progetti hai ?

Prima di tutto adesso devo badare alla mia salute, ma sento che la poesia fermenta ancora nel mio animo: ho un libro di racconti pronto, ma le mie forze sono scarse.

Ho interrotto un romanzo, forse lo riprenderò: per fortuna, anche nel letto della dialisi, riesco ancora a scrivere poesie.

Penso che sarà la mia salvezza.

Quando hai cominciato a scrivere ?

Si può dire da ragazzo, quando avevo sentito le poesie di Pascoli lette dal mio maestro di scuola: scrivevo, ma tenevo nel cassetto.

Per lungo tempo ho conservato un pudore della scrittura, fino a quando mi sono sentito diverso e allora ho avuto fiducia nella poesia.

Gli anni trascorsi nella cascina a fare il finto ortolano mi hanno confermato della necessità di un isolamento per trovare una propria autenticità.

Come ho già detto, il rapporto con Spatola mi ha fatto fare il grande salto: in quegli anni veniva spesso a trovarmi Lucio Klobas, ma poi anche lui è finito male.

Che ne pensi della rivista Fermenti” ?

È sicuramente unica nel panorama internazionale: è molto ricca di contributi, un gruppo redazionale prestigioso, speriamo che resista coi tempi che corrono …

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