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Intervista a Nadia Cavalera su “Eremita. Dialogo”

Come scrittrice, per la tua ventennale collaborazione con Edoardo Sanguineti e la partecipazione all’antologia “Terza ondata”, sei inquadrata nell’avanguardia, qual è oggi la tua posizione?

 Credo di essere una delle rarissime persone, forse l’unica, che ancora non disdegna il termine “avanguardia”, ormai tabù da tanto e per tanti. Anzi ne invoco ancora l’attuazione come collante indispensabile per un cambiamento radicale. Inderogabile per un mondo sempre più invivibile, agli sgoccioli, e di cui questa pandemia è chiara avvisaglia. E quando dico “avanguardia” intendo la necessità di una totale opposizione al sistema economico – sociale, largamente condivisa, alla base anche della scrittura, e delle sue più svariate esemplificazioni e attuazioni.

Quali sono stati gli inizi di questo tuo percorso culturale?

 Dopo il periodo adolescenziale fatto di letture matte e disperatissime, da Dante (“bibbia” di mio padre), i classici greci, i classici russi, a Majakovskij, e tanto Pavese, il mio interesse si è focalizzato sulle avanguardie storiche, e soprattutto il surrealismo (di cui ho anche tradotto vari autori per un rapporto più diretto, coinvolgente). L’approdo quindi alla neoavanguardia, non per epigonismo, ma con la voglia precipua di un suo superamento. Che credo di aver esperito con il superrealismo allegorico, lanciato con “Vita novissima” ed enunciato in testi successivi, come “Superrealistallegoricamente”, uscito sempre con “Fermenti”. Un campo gnoseologico e artistico in bilico tra il surreale e la pratica realistica della sua allegoria.

Nel contesto letterario come reputi questo periodo?

Un periodo ricco, positivo, di grande effervescenza linguistica, della quale mi compiaccio essendo una fautrice che, per esempio, la produzione di poesia per la sua sinteticità, diventi appannaggio di tutti (la verità è un puzzle di un pezzo del quale ognuno di noi è depositario – va da ognuno estrapolato). Ma è anche vero che tutto questo fervore, senza un progetto comune di rinnovamento, con prova di reali modifiche comportamentali, rimane fortemente dispersivo, una vuota esibizione linguistica, e sua circoncisione, vanitas vanitatum.

Il tuo libro proposto di recente tramite Fermenti, sembra mettere in primo luogo il tema dell’educazione, in un periodo alquanto sconquassato. Per questo hai rievocato e messo a confronto Giovanni Della Casa, Antonio Galateo e vari interlocutori (filosofi, teologhi, giurisperiti etc)?

Non ha quest’ambizione pedagogica o rieducativa in generale, tutt’al più riabilitativa di una verità storica finora ignorata circa la vera motivazione dello strano titolo, “Galateo”, dato da Giovanni della Casa al suo manuale di bon ton. Ma questa rivendicazione è venuta dopo. La traduzione di “Eremita” è nata essenzialmente come mio omaggio ad un umanista filosofo, mio conterraneo di cui apprezzavo lo scetticismo di fondo e l’incisiva franchezza linguistica. E forse non l’avrei mai pubblicata se non avessi nel 2019 scoperto la perfidia sotto il titolo del manuale di bon ton di monsignore Della Casa e i legami con Antonio Galateo, autore non solo dello scandaloso “Eremita”, ma anche del trattatello “De educazione”. Solo a quel punto ho ritenuto mio dovere morale parlarne. Perché ciò che è stato per Antonio Galateo la sua tomba a cielo aperto (il titolo del manuale) diventasse la sua fascetta pubblicitaria. Ne parlo nell’introduzione.

E della storia in cui si sono gettate le basi di varie risorse umano-civili-religiose vengono alla ribalta San Pietro, Abramo, gli evangelisti Girolamo-Agostino («in coppia svalutativa: due per uno» come dici provocatoriamente), preferendo figure come la Maddalena, Maria, San Tommaso D’Aquino ed altri. Quale lo scopo?

Il dialogo nasce per confutare alcune gravi accuse (di eresia innanzitutto) che erano state mosse al Galateo dal suo entourage ed è impostato come cronaca delle traversie affrontate da un eremita, in odore di santità, al momento della sua morte, prima di riuscire a stabilirsi in Paradiso. Le difficoltà consistono in una carrellata di continui incontri/scontri con i maggiori rappresentati della religione cristiana (donne comprese), per evidenziarne manchevolezze e lacune. E dai quali il Galateo esce sempre vincitore, per la sua profonda conoscenza dei Vangeli, per la forza argomentativa e per la sua lingua schietta e puntuta. Tutti i suoi interlocutori (tu ne menzioni alcuni) vengono demoliti. Si salvano soltanto Giovanni Battista, Susanna, San Tommaso e ovviamente Maria che, supplicata da una preghiera struggente (per Eberhard Gothein «il più fervido inno a Maria che siasi mai intonato in tutto il Rinascimento»), intercede per lui e lo accoglie in Paradiso. Galateo, tramite il personaggio eremita, sua evidente personificazione, si dichiara fervente tomista, ma per me rimane fondamentalmente un pirroniano che s’impone la fede cristiana per quieto vivere, come sua filosofia morale, utile a istruire gli uomini a vivere bene e felicemente. È comunque un autore costruttivo.

Cosa stai scrivendo attualmente?

Niente di nuovo. Sto solo cercando di mettere a punto vecchi lavori così da definire il mio tassello personale nel puzzle della vita condivisa.

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