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Intervista ad Antonella Calzolari
sempre a proposito di L'eredità di Calvino

Intervista a cura di Velio Carratoni

A seguito della tua ricerca L’eredità di Calvino (Fermenti, 2021) che ne pensi di quanto suggerito da Belpoliti circa l’utilizzo di un linguaggio rapido, veloce, immediato, tipo twitter, come auspicato da Calvino nelle Fiabe Italiane?

Il genere della fiaba nasce di per sé nell’alveo della brevitas quale opportunità di esaudire un bisogno di narrazione completa in tutto il suo alfabeto, ricca di attese e capace di soddisfarle anche con un intento implicitamente moralistico. Calvino, che alla brevità ed in particolar modo alla rapidità ha dedicato una lezione magistrale, intravede il futuro di una letteratura sempre meno a suo agio nella temperie contemporanea tutta tesa ad una consumazione veloce, ma non solo. Lo scrittore si rende sempre più conto, mano a mano che si avvicina alla semiotica, che lo scritto breve è l’unico ad incidere davvero nella ricerca di senso e che la riduzione testuale rappresenta la vera strada da percorrere.

Sulla rivista  Doppiozero il 22 ottobre del 2012 Marco Belpoliti annuncia la sua volontà di assegnare alla forma del twitter una riscrittura delle fiabe calviniane. Egli dichiara: “Ma cosa interessava a Calvino nella fiaba? La risposta l’ha fornita nel 1959, tre anni dopo aver licenziato il volume per Einaudi: “(…) il disegno lineare della narrazione, il ritmo, l’essenzialità, il modo in cui il senso di una vita è contenuto in una sintesi di fatti, di prove da superare, di momenti supremi”. Così nella lezione sulla Rapidità ribadisce che il suo interesse per le fiabe è “stilistico e strutturale per l’economia, il ritmo, la logica essenziale con cui sono raccontate”. Non sono, almeno le prime tre, o forse tutte e quattro, caratteristiche salienti di Twitter?”

A mio avviso nessun artificio stilistico o di genere può essere tanto efficace come la sintesi e quindi l’opzione va nella scia dello scritto breve e tagliente di cui Calvino è il rappresentante massimo, direi, per quanto riguarda la letteratura contemporanea italiana, poiché, pur nella brevità, riesce a mantenere quella caratteristica di “narratività” in grado di condurre per mano il lettore dentro al testo.

Su La Stampa del 4 novembre 2012, sempre Belpoliti, rivolgendosi idealmente a Calvino, faceva, riguardo alle Lezioni americane, ipotesi di trasformazioni, adattamenti. Quali potrebbero essere quelle da te condivisibili, per rendere la letteratura viva e non un corpo morto, come intendono molti?

Nella ideale lettera a Calvino che Bepoliti ha pubblicato su La Stampa in occasione della presentazione dei suoi twitter tratti dalle Fiabe italiane egli riporta un concetto molto importante di Italo Calvino ovvero il cenno alla “infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste”. Lo stesso Vladimir Propp, in apertura di un capitolo del suo magistrale Morfologia della fiaba riporta la seguente citazione di Goethe: “Lo studio delle forme è studio delle trasformazioni” ed è noto quanto tutta la letteratura fiabesca si pasca di metamorfosi. Ma estenderei il tema della metamorfosi alla narrativa tutta, poiché non si fatica a comprendere che narrare significa propriamente tradurre e quindi trasformare in racconto situazioni più o meno reali. Se ci soffermiamo sulle trasformazioni formali e quindi anche su quanto concerne la durata di un testo narrativo conveniamo con quanto Belpoliti scrive nel seguito della lettera a Calvino ovvero che oggi i nuovi destinatari del libro, i giovani, sono sempre più portati verso modelli di scrittura e di lettura istantanei, concisi, di immediata fruizione. In quest’ottica io ritengo che senza dubbio la brevità possa essere un veicolo di avvicinamento alla lettura e quindi anche alla letteratura, salvaguardando, però, l’allenamento a leggere senza limitazioni e dunque tornando a quella che Calvino definiva “l’infinita metamorfosi”.

Tra le trasformazioni possibili, il linguaggio potrebbe riguardare il mutamento, in grado da risultare rapido e leggero. Oltre al linguaggio?

Auspichiamo che il linguaggio assuma aspetti simultaneamente rapidi e leggeri e, parallelamente, io credo che tutte le arti possano “viaggiare” in questa modalità, alcune più facilitate dalla loro propria forma, come la pittura e le arti figurative in genere, altre, come la musica, prevedendo un ascolto minimale senza discapito per il discorso ovvero per quella trama narrativa che sottende anche il suscitare emozioni ed il trasmettere idee. Nella musica, in particolare, a volte è la struttura del ritorno, del ritornello a muovere l’opera, dunque non so fino a che punto la rapidità sarebbe possibile.

Calvino, in merito al digitale e alle nuove tendenze, contava sul computer e sulla tw letteratura per ottenere quali altri risultati?

Come si sa nel 1967 Calvino a Parigi traduce I fiori blu di Raymond Queneau, attratto in una sorta di fascinazione dell’arte combinatoria frequentata dai membri dell’Oulipo (Ouvroir de littérature potentielle) fondato da lui stesso con Le Lionnais e basato sull’osservanza di rigorose regole matematiche ma anche sulla vocazione al divertimento e all’immaginazione. Calvino verrà ammesso all’Oulipo nel 1972 e avrà una buona frequentazione con Queneau, il quale nel 1983 affermerà che il suo principio scrittorio era il seguente: “Lo scrittore, il poeta che si crede ispirato e che crede in una pura espressione del proprio sentimento soggiace a delle determinazioni che lui stesso non sa, quindi tanto vale che egli stesso stabilisca consapevolmente delle regole, come facevano i poeti classici, e all’interno di questa specie d’impalcatura riuscirà a dire qualcosa di vero.” Dall’arte combinatoria al digitale il percorso è spianato e quindi io mi azzardo a credere che se ne avesse avuto il tempo Calvino si sarebbe molto interessato agli esiti che la digitalizzazione mette a disposizione non solo eminentemente sotto il profilo tecnico ma nel senso della sperimentazione creativa.

Contatti presunti o reali con Roland Barthes che influenza hanno avuto nella scrittura di Calvino?

Calvino a Parigi incontra la semiologia e partecipa a due seminari di Roland Barthes su Sarrasine di Balzac, tra l’altro si troverà ad occuparsi di un suo necrologio in seguito all’incidente mortale che Barthes ebbe nel febbraio del 1980. Di Calvino lo stesso Barthes aveva parlato nel corso di un’intervista alla televisione francese, descrivendolo in questi termini: “(…) Nell’arte di Calvino e in quello che traspare dall’uomo, in quello che egli scrive, c’è – per usare la vecchia parola – una sensibilità.

Si potrebbe anche dire un’umanità, ed io direi quasi una bontà, se il termine non fosse troppo impegnativo. Nelle sue notazioni c’è sempre un’ironia che non ferisce mai e non è mai aggressiva: c’è una distanza, un sorriso, una simpatia.”

Senza dubbio possiamo osservare dei nessi tra alcuni elementi narratologici di Barthes e gli ultimi esiti del romanzo calviniano e in particolare di Se una notte d’inverno un viaggiatore quando, per esempio, in un saggio sulla comunicazione narrativa compreso nel celeberrimo L’analisi del racconto (Bompiani, 1969) Barthes scrive: “I segni del narratore sembrano a prima vista più visibili e più numerosi dei segni del lettore (un racconto dice più spesso io che non tu); in realtà i secondi sono semplicemente più distorti dei primi; così ogni volta che il narratore smettendo di “rappresentare”, riporta fatti che egli conosce perfettamente ma che il lettore ignora, si produce, per carenza significante, un segno di lettura, dato che non avrebbe senso che il lettore dia una informazione a se stesso (…)”

Questa “importanza” attribuita da Barthes al lettore appare rappresentata magnificamente nel personaggio del Lettore di Calvino che incarna le osservazioni sopra riportate.

Il Nostro aveva definito le Fiabe come una gran raccolta di storie popolari di tutta Italia. Tale concezione ha dato risultati o è rimasta un’idea?

Non c’è dubbio che l’erede privilegiato del lavoro sulle fiabe di Italo Calvino è stato, pur con le ovvie differenze, Gianni Rodari, non solo in quanto inventore di fiabe e racconti per bambini e ragazzi spesso inserite nel contesto popolare, ma anche in quanto autore di Grammatica della fantasia poiché di Calvino egli riprende più o meno consapevolmente il gusto per il divertimento, per la dissacrazione della logica, per la sperimentazione. Di popolare in Rodari c’è poi la scelta dei destinatari ovvero in particolare i figli dei contadini e degli operai. Rodari inventa anche una lingua in grado di rivolgersi a lettori deprivati, quindi non più le sdolcinature cui la letteratura di genere aveva abituato i bambini post ottocenteschi ma una lingua concreta e dinamica atta a far vedere le storie prima che a fare apprezzare il loro stile letterario.

E poi Tommaso Landolfi, Marcello Argilli, Pinin Carpi, Donatella Ziliotto, per citarne solo alcuni, tutti autori geniali che hanno ripreso il modello calviniano nel gioco del rovesciamento di personaggi, storie e linguaggio.

Il suo desiderio agognato di andar per boschi, palazzi incantati con l’aspirazione di vedere in viso la bella sconosciuta che risultati ha dato?

Potrei dire che il desiderio di Calvino di andar per boschi, entrare in palazzi incantati e vedere il viso della bella sconosciuta lo ritroviamo in tutti i testi di narrativa fantastica e fantasy anche attuali e anche di grande successo che attraggono ragazzi di tutte le età non solo nelle appariscenti trasposizioni cinematografiche ma proprio attraverso la lettura. I ragazzi oggi sono disposti a leggere pagine e pagine di libri che li trasportano in luoghi esattamente modellati sulle aspirazioni che Calvino ci ha indicato, perché la forza trascinante dell’avventura possiede un fascino inarrestabile e senza tempo.

Il suo presunto viaggio attraverso l’Italia, alla ricerca della magia nascosta tra dialetti, tradizione e leggende, che esiti ha dato?

Il viaggio metalinguistico attraverso le regioni italiane che Calvino ha effettuato non tanto da trascrittore, sulla scia dei Grimm, ma squisitamente da narratore, se da un lato ha contribuito alla conservazione e alla trasmissione del materiale fiabesco popolare italiano dall’altro ha mostrato una modalità personale di recuperare e rinnovare allo stesso tempo un materiale originario ricchissimo non solo dal punto di vista narrativo ma antropologico.

Che collegamento c’è tra Calvino e i luoghi fantastici?

Il Calvino scrittore ha sempre abitato luoghi fantastici, per lui la letteratura è fantasia a partire da Il sentiero dei nidi di ragno ove affida alla mentalità fantastica di un ragazzino il grave racconto della guerra. La fantasia in Calvino può risiedere in un punto di vista immaginativo come in un contesto irreale o surreale ma è comunque sempre presente. Egli ha adorato scrivere per evadere nella fantasia, per sperimentare luoghi “altri” non tanto dal punto di vista oggettivo ma soggettivo, per ritrovare se stesso in situazioni impossibili, improbabili. Anche nella trilogia i personaggi vivono un’alterità che li colloca spazialmente, come corpi, in dimensioni fantastiche che, però trovano sempre una loro logica, pur se completamente trasformata rispetto alla realtà. Persino in testi apparentemente semplici come in Marcovaldo luoghi quotidiani assumono una fisionomia fuori dal comune. Le sue città sono fantastiche, lo spazio e il cosmo sono fantastici ed anche le reazioni umane di taluni personaggi sono una sorta di fantasticheria che trova luogo in una razionalità ribaltata.

Per l’autore di Palomar per raccontare occorre immergersi in un altro mondo sottomarino o quant’altro, quello di internet, dei computer, dei cellulari. Con quali concretizzazioni?

Proprio Palomar, come ultimo romanzo di Calvino, concretizza la necessità dell’autore di immedesimarsi in una dimensione privilegiata e allo stesso tempo anomala da cui guardare le cose, gli esseri umani e il mondo in genere. E’ l’atto stesso del guardare, che prelude al raccontare, che lo ha sempre portato a spingersi oltre i confini di osservazione prestabiliti, a varcarli e a sistemarsi in quel luogo da cui, in una maniera magari insolita e nascosta ma senza alcun dubbio migliore, poter poi dare vita ad un mondo alternativo.

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