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Marzia Alunni:
"Mia madre Maria Grazia Lenisa"

In: “Sìlarus”, 267/2009

Se Maria Grazia Lenisa se ne è andata il 28 aprile scorso [2009], non così la sua poesia che è rimasta a testimoniare il suo diuturno impegno, la sua costante ricerca, il suo testimoniare con i versi una realtà nutrita di ironia, di bellezza, di singolare profondità emotiva, tuffandosi nel ricordare "grigia la vita quando / il nostro mondo fu solo / un cortile / ed un oleandro in un vaso / finse teorie d'alberi immensi / alti per i nostri occhi socchiusi", come scrisse nella sua prima raccolta di poesie Il tempo muore con noi del 1955.

Il suo percorso dentro la poesia e la letteratura è stato da sempre seguito con interesse dai critici: molte, infatti, erano le novità espressive che suggeriva e portava avanti con entusiasmo, molti i suoi messaggi, le sue incursioni nell'io e nei perché della vita, del sogno, del gioco a scacchiera del compromesso da lei mal sopportato e mai accettato...

Logico, quindi, che il suo dire, il suo affondare il bisturi e il suo concepire una poesia per certi versi singolare ed unica abbia trovato spazi ampi di consensi e logicamente anche delle titubanze. Ma la storia è tutta dalla sua parte ed a riprova di ciò stanno i suoi libri di poesia, i suoi saggi, le antologie, le prefazioni da lei curate, le recensioni puntuali e mai di comodo, i suoi tanti successi, le sue amicizie con scrittori e poeti.

Maria Grazia Lenisa, la "fanciulla di Udine", ha così lasciato il segno, un segno indelebile nel contesto della letteratura di casa nostra, e le ultimissime sue `fatiche' lo stanno a confermare in maniera inequivocabile. Mi riferisco alla sua incursioni critica nella poesia di Corrado Calabro (Corrado Calabrò, La scrittura del mare, Edizioni Lepisma, febbraio 2009) e alla silloge Amorose strategie, Premio Rhegium Julii (edizione a cura del Circolo Rhegium Julii, novembre 2008) dai "versi pulsanti...che raggiungono livelli di straordinaria intensità", come ha giustamente evidenziato Pino Bova nella prefazione.

Mi piace aggiungere, al riguardo, che Maria Grazia Lenisa ha saputo coniugare da par suo la musica del mare e della luce, l'intimità dei pensieri e desideri, il rituale splendido dell'amore dimostrando senza infingimenti di sorta di essere "donna di versi / che inventa l'amore" quasi suggerendo "che Morete e Vita si amano".

Ora il suo testimone è passato, in un certo qual modo, alla figlia Marzia Alunni che alla poesia va dedicandosi con altrettanto entusiasmo e convinzione (sua è, tra l'altro, la ricca raccolta di poesie Il Semacosmo, Ed. Bastogi, 2002, con introduzione di Giorgio Bárberi Squarotti e con prefazione di Davide Puccini), ed a lei mi sono rivolto — e non poteva essere altrimenti — per mettere a fuoco e consegnare al dopo l'immagine di Maria Grazia Lenisa.

In una poesia, che figura nell'ultima silloge di sua madre (Amorose strategie, premio Rhegium Julii 2008), ci sono questi versi: "E' figlia mia / la Morte, / mi piscerà addosso, strana con quegli / occhi fondi che sembrano cavi". Nella fase conclusiva della sua esistenza, parlava spesso della morte?

Mia madre ha avuto da sempre un suo rapporto con la morte, nei versi di Eros sadico [Castelfrentano, 2003], ad esempio, la personalizzava nell'amante Cancer. L'ars moriendi per lei percorreva un itinerario parallelo all'Eros, ma senza la nota dialettica Eros-Thanathos. Avvicinatasi, infatti, nella sua ultima fase creativa, al tema dei contrasti, intendeva liberarlo dai troppi luoghi comuni, anche letterari di genere, certo presagiva un destino ineluttabile che solo la poesia poteva ridisegnare e la fede risolvere.
Mia madre non fingeva che tutto andasse bene, piuttosto reagiva, alle infinite morti del quotidiano, svelando la scintilla vitale della poesia, autentico pharmacon, era questo un argomento dei suoi discorsi, insieme alla fede che inerisce alla grazia.
Ad ultimo non è stata incline a banalizzare con le chiacchiere il suo privato, poteva rappresentare uno spreco d'amore, d'energie spirituali pur sempre offerte alla vita, alle creature intorno a lei sempre.

Ha scritto tanto sua madre, e sempre con estremo nitore espressivo, con la forza che la contraddistingueva e senza peli di sorta sulla lingua. Lei che la conosceva bene, cosa amava di più: la poesia, la saggistica o cos'altro?

Fin da bambina aveva una predilezione per la poesia, era il suo riscatto gioioso. Spesso affermava di essersi divertita a scrivere, a differenza di quei seriosi intellettuali che ostentano la loro "enorme" fatica di creare. Non ho parole per circoscrivere il suo valore al riguardo. Premesso ciò, è giusto dire che il suo interesse per gli studi critici è stato continuo e profondo. Arrivò infine ad esigere da se stessa, e da mia sorella Francesca, coautrice, la formulazione di un'estetica, in senso fenomenologico, se accogliamo l'analisi sul loro saggio: La dinamica del comprendere [Foggia, 2000], proposta da Adriana Dentone [in "Aquinas"- Roma, gennaio 2001]. Per Maria Grazia Lenisa queste distinzioni erano superabili tuttavia, chi si dedica alla poesia sa accoglierla in tutti e in tutte le sue espressioni. Il critico non deve avere preconcetti, dogmi e pedanterie, in una parola deve applicare un metodo comprensivo, calarsi nel dinamismo del testo, quasi fosse poeta a sua volta.

Qual è il critico che, a suo avviso, ha compreso meglio l'io creativo e la grande capacità di entrare nell'io creativo degli altri di Maria Grazia Lenisa?

Il critico più penetrante è stato Giorgio Bárberi Squarotti. Lo riconosceva anche la mamma, ricordando che, fin dai primi contatti epistolari, le aveva indicato, con bonomia, nuovi scenari creativi, metatestuali ed intertestuali, alternativi ai suoi di "angelo dell'idillio e del lirismo". Lo stesso Bárberi era in tal senso poeta ed i suoi testi partecipavano di una visione ironica, linguistica ed erotica innovativa che voleva superare la confessionalità dell'io lirico. Mia madre accolse, sul piano della creatività personale, con interesse la sua provocazione e, in genere, la sua originale poesia, dedicandogli più di uno studio, menzionerei: Poetica di salvezza in Giorgio Bárberi Squarotti [Foggia 1985]. L'erotico, specialmente accompagnato da una visione ironica che lo sdrammatizza, era arduo per una donna ed una sfida che mia madre ha saputo vincere, senza cadute nella volgarità. Non mi sento di citare altri critici, tutti validi, a cominciare da Allodoli e Pedrina, perché mi dispiacerebbe rischiare di trascurarne qualcuno, sono tanti e bravissimi! Mi limito a promettere che seguiranno ulteriori studi per rendere loro giustizia.

Cosa le ha trasmesso di più importante a livello letterario, visto che anche lei si dedica di buzzo buono alla poesia, alla gioia-dolore dello scrivere?

In una sua piccola poesia infantile mia sorella Francesca chiamava la mamma "un carro di felicità", è stata il sole della mia vita. Mi ha insegnato a non essere indulgente con la soggettività personale in poesia e questa può sembrare contraddittorio, dato il mio "incipit" emotivo, ma voglio solo ricordare l'educatrice in lei, chi la conosceva può dirvi che era un'artista, ma anche una donna solare. Non ho mai voluto la sua prefazione o una recensione perché era mia madre. Sebbene la mia creatività le fosse gradita, a lungo ho scelto di restare inedita, poi ho pubblicato un libro, per dovere di storicizzazione, ma non avevo le illusioni dei principianti e ho continuato a centellinare le mie prove. Negli ultimi anni ho lavorato per snellire le varie procedure che stavano dietro alla sua creatività e mi tenevo aggiornata, era una lezione vivente.

Si è mai detta stanca e delusa nel corso della sua lunga e proficua carriera letteraria?

Non direi che la scrittura poetica l'abbia mai stressata, forse qualche saggio si è rivelato impegnativo, però ne era soddisfatta. La Poesia per Maria Grazia Lenisa era un potente stimolo ad essere se stessa, anche gioiosamente controcorrente, perciò esprimeva la stanchezza nei confronti del discutibile establishement letterario.
Non riusciva a concepire di che cosa vivessero taluni addetti ai lavori, come potessero resistere alla loro noia. Non gradiva la falsità, la corruzione, ma anche i finti modelli di purezza dettati dal livore di non avere successo, e cosi a volte sbuffava!

Cosa non sopportava leggendo le opere altrui e ricevendo richieste per scrivere prefazioni o recensioni?

L'atteggiamento che non condivideva era quello della mancata reciprocità, di solito mia madre cercava di studiare le varie esperienze poetiche che le giungevano con entusiasmo, però non sempre riusciva a trasmetterlo, motivare l'interesse altrui è un lavoro arduo. Entrando nel merito, non prediligeva una poetica troppo ovvia e tradizionale, nei contenuti e nelle questioni formali, ma anche tutte le innovazioni forzate, le tendenze ed i gruppi, o linee, non la conquistavano pia di tanto. Era esigente, ma seriamente dedita ai testi dei poeti.

Quale, a suo giudizio, potrebbe essere il ritratto di sua madre, di una donna che ha fatto della poesia e della letteratura la sua ragion d'essere?

In maniera essenziale il ritratto lo ha proposto appena lei, non ci sono altre parole per descriverla, Maria Grazia Lenisa era la Poesia in un mondo prosaico e spietato!

Farebbe anche suoi questi versi che riguardano l'amore: "La vacanza è breve, / devi parlare molto, per non essere / triste: scrivere versi belli per l'ultimo amore"?

Mi fanno rabbrividire perché evidenziano, da un lato, la sua piena denuncia dei condizionamenti sociali a cui è esposto l'amore "spontaneo" e dall'altro la consapevolezza del suo tempo di vita in una corsa accelerata verso la morte.
Comunque dobbiamo parlare molto per essere accettati dagli altri, o almeno tollerati, e bastasse solo parlare! Ci si deve anche uniformare nelle trasgressioni, omologarsi nei consumi... Il risultato è che la tristezza rimane in sottofondo nel primo come nell'ultimo amore.

Crede che la voce poetica di sua madre possa attraversare la storia e superare il perimetro geografico e fisico dell'oggi?

Condivido pienamente le ragioni espresse dai critici in mezzo secolo di attività letteraria. Mia madre ha scritto una cinquantina di libri ed è stata presente sia nel novecento che agli inizi del nuovo millennio. Era ben consapevole del significato di queste circostanze storico-letterarie e non sopportava la falsa modestia spesso coincidente con il qualunquismo. Come poeta e critico, preferiva interrogarsi, lavorare per la Poesia che verrà in seguito, sua ed altrui. Ne danno testimonianza le sue lettere, alcune davvero splendide e profonde, attraverso le quali difendeva le sue ragioni, metteva in discussione l'esistente per salvare autenticamente la cultura contemporanea dall'ignoranza e dall'oblio dei secoli futuri.

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