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Fosca Andraghetti:
"Le mie storie e le mie poesie sono viaggi di vita"

Pomezia-Notizie, n. 6 giugno 2010

“Sono anni che scrivo, – ci ha confidato amichevolmente Fosca Andraghetti – un sogno che mi sono portata accanto fin da bambina e che ho realizzato da adulta, divertendomi moltissimo a creare le mie storie mescolate di vero e di inventato”. E se questo vale soprattutto per i racconti ed i romanzi (ultimo della serie Un padre in prestito – Edizioni del Leone 2009, un’opera di grande spessore e di attualità che sta incontrando un incondizionato successo di critica), anche nella poesia il suo dettato umanistico si rivela in tutta la sua profondità e la sua bellezza, emotiva e coloristica.

Ogni sua opera, del resto, unisce fantasia e piccole-grandi verità, una osservazione attenta del quotidiano e del passato, un gioco sottile di ori e di similori; e questo quasi a sottolineare la complessità stessa della società in cui viviamo e la collaterale capacità di ognuno di noi di leggersi dentro non appena il silenzio veste di luce il nostro animo, il nostro girotondo di equilibri palpabili e di ricerche di spazi nuovi in cui poter navigare a viso aperto.

Fosca Andraghetti vanta fin qui un curriculum di assoluto prestigio. E’ stata, tra l’altro, l’ideatrice di un gruppo di scrittura creativa, “Riflessi e Frammenti”, e di una collana di narrativa, “La mia voce da grande”, ed ha pubblicato al suo interno Camminando (2001), Libri sempre (2002), Dentro le stanze (2006). Da ricordare, poi, che figura tra i fondatori di “Lo Specchio di Alice”, una associazione culturale che opera a Bologna, dove lei risiede, e che si occupa di scrittura, poesia e arti figurative.

E’ una scrittura forte ed elegante, quella che ci offre Fosca Andraghetti, un linguaggio che stuzzica l’attenzione e che coinvolge: per nitore, cura del particolare, indagine psicologica, lettura e rilettura meticolosa di ogni e qualsiasi momento del vivere, dell’amare, del sognare, del guardare oltre il recinto circoscritto del proprio habitat, del proprio circuito di affetti e di amicizie.

Non c’è che dire: Fosca Andraghetti sa vivere a fondo il suo io creativo, riesce a dire sempre che “quando mio padre sorride | a una quercia secolare | a un fiore col capo chino | al ritmo di una stagione | sorride al mondo intero”, quasi ad avvalorare la stupefacente e irrinunciabile avvenenza della natura e di un ambiente ricco di fascino, nonostante tutto.

Come si vive la cultura a Bologna e quali spazi offre a chi, come lei, vi si dedica in maniera quasi totalizzante?

Bologna offre, in ogni momento, un programma culturale molto ricco; opportunità di ascolto interessanti offerte da associazioni culturali, biblioteche, librerie e istituzioni varie. Spesso le iniziative si sovrappongono e scegliere diventa difficile anche perché si è costretti a correre da un posto all’altro senza soste. Altro discorso è inserirsi in questi contesti come autore, almeno per quanto riguarda la mia esperienza personale. La sensazione è di chiusura, di “orticelli” senza viali intercomunicanti. Certe volte ho avuto riscontri molto validi, altre non ho neppure ricevuto risposta a richieste di presentare un libro. Trovo spazi nella associazione di cui faccio parte, “Lo Specchio di Alice”, nel Laboratorio di poesia che frequento. “Laboratorio di Parole” e altri occasionali tramite amici, ma sempre da autrice che “corre” da sola per passione e perché vive un suo sogno, quello di scrivere, realizzato tardi, ma realizzato e con riscontri importanti, amicizie bellissime, scambio di esperienze letterarie o poetiche e molto altro ancora.

La vita vissuta ha inciso, e incide, nel suo Io creativo per quanto attiene sia la poesia che la narrativa?

Credo non ci sia nulla di più affascinante di ciò che mi circonda o mi ha circondato in qualche parte del mondo; io nella vita degli altri, gli altri dentro la mia vita anche in maniera occasionale. Osservo molto e prendo in continuazione appunti nel Moleskine che porto in borsa; vivo i personaggi che creo, in una miscellanea di vero e di inventato, come fossero creature mie e finisco per conoscerli talmente bene che riesco a metterli sulla carta con quella “freschezza e scioltezza” riscontrata da chi ha letto o recensito o presentato i miei libri. Per la poesia è la stessa cosa perché scrivo di ciò che so, di ciò che vedo o leggo nei giornali e che mi procura emozioni, stimola la mia fantasia e, spesso, anche la mia indignazione. Scrivo le mie rabbie, le mie paure, le mie gioie, la fatica di vivere, la voglie di evasioni attraverso i miei personaggi e le storie che racconto. Certe volte diventa una mia personale forma di rivincita sulle ingiustizie dalle quali non sempre riesco a difendermi. La vita vissuta è affascinante sempre, tutto sta come viene raccontata.

C’è chi dice che la poesia è in crisi, ma in questi ultimi tempi molte sono le iniziative promosse nel segno delle valorizzazione della poesia, soprattutto di casa nostra. Lei cosa pensa a riguardo?

Fra i libri che tengo a portata di mano, per rileggerne qualche pagina o solo qualche verso di tanto in tanto, c’è: La poesia salva la vita – Capire noi stessi e il mondo attraverso le parola di Donatella Bisutti. Un titolo che, a mio parere, dice molto. La poesia è dentro di noi, c’è chi riesce ad esprimerla e chi no e, quindi, ben vengano le iniziative che la promuovano e la valorizzano in tutte le sue espressioni. Ci sono dei poeti poco noti che riescono a dire cose straordinarie e a trasmettere passioni genuine, ma spesso e per molteplici motivi rimangano nell’ombra. Pure loro andrebbero valorizzati anche se è noto che di scrittori e di poeti ce ne sono molti, ma non sempre si tratta di buona scrittura e buona poesia nonostante vengano pubblicati, recensiti e premiati. E qui si aprirebbe un discorso lungo e complesso.

Lei ha scritto che “il tempo è un abito addosso, | è scarpe al piede strette”. Ma qual è l’abito che gli anni le hanno consegnato e che lei cerca forse di rinnovare?

Sì, cerco sempre di rinnovare “l’abito del tempo”, perché io cambio con lui, sono curiosa delle cose nuove; mi guardo intorno in questo ripetersi delle stagioni e delle mutazioni che, comunque, comportano. Si cammina sempre con un passo diverso, con scarpe diverse per l’approccio che abbiamo, che ho con gli altri dai quali, nel bello e nel brutto, trovo nuovi stimoli per imparare, per correggermi, per osservare con maggiore attenzione cose che prima mi erano sfuggite o alle quali non avevo dato importanza. Il tempo mi ha consegnato, o forse avvalorato, la capacità di capire le ragioni dell’altro pur senza necessariamente giustificarle. Ma, soprattutto, mi ha insegnato a non avere timore di rimettermi in gioco o in discussione perché, così facendo, è un ritrovare me stessa, la mia armonia interiore, ma trovare anche strade nuove di comunicazione.

Che valore hanno gli incontri e il dialogare con gli altri, gli affetti, le attese, l’armonia ritrovata, il silenzio...?

Sono importanti anche se sono sempre molto selettiva nella scelta delle amicizie e piuttosto riservata per ciò che riguarda la mia sfera privata. Le attese a volte deludono, ma possono essere motivo di riflessione. Io amo riflettere, meditare. L’ho imparato durante gli anni di collegio. Il silenzio è un dialogo con se stessi, per questo non mi sento mai sola. Mi piacciono molto i silenzi delle montagne, ma anche del parco vicino a casa mia, perché sono mistero e attese nel muovere di un foglia, di un rumore piccolo piccolo, nella poesia della natura e nel tempo che sembra non avere confini. Il dialogo è importante quando è onesto, in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione.

Nei racconti, davvero folgoranti e ricchi di luce, cavalca assai spesso la memoria evocando anche momenti legati alla realtà presente nel segno di un viaggiare continuo per raccogliere in un unicum passato e quotidianità. C’è un motivo che la spinge in tale direzione?

Il passato significa le nostre radici, le strade che abbiamo percorso, i frutti che ne sono derivati. Le mie storie, e anche le mie poesie, sono viaggi di vita, ma anche il nostro quotidiano è un viaggio, giorno dopo giorno, con i gesti di sempre che sembrano uguali, ma in realtà non lo sono. Un episodio vissuto da più persone viene, dalle stesse, ricordato in tanti modi diversi come gesti, parole ed emozioni, come si trattasse di episodi diversi. Un ieri e un oggi che sono tanti ieri e tanti oggi. E’ affascinante! Mi piaceva ascoltare mia nonna quando mi raccontava di come era la sua vita, come mi piaceva ascoltare mia madre o mio padre e vederli poi nella loro quotidianità, nel loro mondo così diverso da quello passato. Passato e presente si fondono automaticamente, formano il nostro carattere, il nostro modo di proporci, il nostro modo di vivere la vita in base a ciò che dalla stessa abbiamo appreso o voluto apprendere. Il fascino del voltarsi indietro, con solamente piccole nostalgie, è ciò che mi attrae e metto nelle mie storie assieme a pizzichi di ironia, gli stessi che mi hanno permesso di voltarmi indietro senza rancori di nessun tipo.

A cosa si è ispirata per scrivere il suo recentissimo romanzo Un padre in prestito, che sta ottenendo non pochi consensi di pubblico e di critica?

A ciò di cui sono stata testimone negli anni della mia infanzia, precisamente quelli del collegio: c’erano bambine che non conoscevano il loro padre biologico. Qualche anno fa, avevo scritto una storia in questo senso, ma non mi piaceva. L’ho riscritta completamente, aggiungendo quotidianità, fatti attuali, approcci al mondo odierno, una visione delle famiglie allargate di oggi, ma anche del senso della famiglia. Ho inoltre curato con particolare attenzione i personaggi cosiddetti minori, piccoli cammei che arricchiscono la storia, che appartengono anch’esse al quotidiano della gente comune. Questo romanzo piace, è vero, e chi lo ha letto si sente in qualche modo coinvolto, ma anche si diverte, si ritrova in certe situazioni tipiche del quotidiano con le sue allegrie, contrarietà, imprevisti, piccoli misteri da capire... Poi, ripeto, dipende dal come si raccontano le storie, questo fa la differenza.

Sono molti i poeti che rivedono, limano e ritoccano a lungo le loro poesie! Fa altrettanto anche lei?

La poesia è, secondo me, qualcosa di vivo quindi soggetto a continue modifiche, anche di una sola parola, un segno di interpunzione o la lunghezza del verso. Scrivo poesie dove capita, quando qualcosa mi colpisce, mentre cammino o sono in viaggio, o ascolto il parlottio delle persone. Ci sono poi i fatti di cronaca, quelli letti o visti in TV, che in qualche misura mi colpiscono e mi coinvolgono come mi appartenessero. Scrivo di getto, è naturale quindi una riscrittura o una modifica. L’importante è riuscire a mantenere la freschezza del momento in cui ciò che ha fatto scaturire l’idea di una poesia diventa verso.

Un’ultima domanda: sta correndo dei rischi la lingua italiana per l’invasione in atto di vocaboli stranieri, soprattutto inglesi ? Cosa suggerisce per arginare tale fenomeno?

Rischi forse no, ma non vedo per quale motivo si debbano usare termini inglesi anche quando quelli italiani esprimono la stessa cosa, magari in modo migliore. Credo nell’importanza della lingua delle nostre radici e dei dialetti che esprimono ancora meglio certi sentimenti, certe sfaccettature del nostro vivere. Se per praticità, nei linguaggi commerciali o informatici è necessario usare termini in lingua inglese, va benissimo, ma credo nell’importanza della nostra lingua, nella capacità di distinguere quando usarla o quando sostituire una parola, massimo due di lingua inglese.

La lingua italiana è straordinaria, allora perché non amarla e difenderla un poco di più?
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