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Giovanni Chiellino
Guardo il mondo attraverso la memoria

"La poesia è necessaria, specialmente in tempi in cui molta gente perde il senso della vita e delle cose", ha detto Evgenij Evtushenko in un'intervísta rilasciata a. Gian Piero Prassi (apparsa nel fascicolo del novembre 2007 della rivista "Bacherontius"), ed ha anche affermato che "l'umanità è un corpo, ed il corpo non può trionfare se il cuore non fa circolare il sangue, cioè la cultura".

Giovanni Chiellino sembra rispondere appieno alle parole dal grande poeta russo, anzi dal suo itinerario dentro e attraverso la poesia tali parole si perfezionano e si dilatano; e questo perché in Giovanni Chiellino la poesia è un concerto di voci, di emozioni e di suoni che, raccolti nel tempo e dal tempo, si condensano in un continuum di profumi e di passaggi lirici puntualmente in grado di creare o di ricreare "una condizione metafisica, che diventa motivo della ricerca di una memoria storica e di un percorso di consapevolezza identificativa", come ha avuto modo di rimarcare Pasquale Montalto.

E' dalla memoria, infatti, che Giovanni Chiellino estrapola il pendat con il presente o, se preferiamo, quel gioco sottile di esperienza che riescono a tonificare un oggi dalle sfumature fin troppo sbiadite o marcatamente negativa.

Di Giovanni Chiellino si sono occupati, e con aperture critiche. decisamente gratificanti, non pochi esponenti della critica e della letteratura ufficiale: Sandro Gros-Pietro in primis, e quindi Liana, De Luca, Elisabetta Di Iaconi, Anna Maria Ferrero, Antonio Catalfamo, Silvio Bellezza., Enrica Di Gìorgi Lombardo, Elena Milesi, Domenico Cara, Silvano Demarchi, Rosa Berti Sabbieti, Nevio Nigro, Giorgio Linguaglossa, Davide Puccini, Antonio Coppola, Pasquale Martiniello... E' inserito in antologie come "Le maschere invaríanti” (a cura di Marzio Pieri e Silvio Ramat) e "L'erbosa riva" (a cure. di Elio Andriuoli e Sandro Gros-Pietro); inoltre è citato nella "Letteratura Calabrese" di Antonio Piromalli, "Storia. della Civiltà Letteraria Italiana" diretta da Giorgio Bárberi Squarotti...

Di  recente, quasi per focalizzare al massimo la sua ormai intensa produzione poetica, è uscito un corposo volume antologico dal ti tolo Tela di parole (Edizioni Genesi) con cui il viaggio intrapreso da Giovanni Chiellino fin dall'adolescenza con la poesia, non fa che rinascere ad ogni stazione di sosta e dilatarsi in direzione di quell'arricchimento formale e contenutistico di cui Giovanni Chiellino è sempre andato alla ricerca.

Da tali premesse, e dopo avere gustato, almeno in parte, la piena, delle sue escursioni creative, è nata l'opportunità di questa intervista che il poeta calabrese, da tempo residente a Torino, ha accolto con genuina disponibilità.

La poesia, ha scritto Liana De Luca, “è frutto di intensa-applicazione e di faticoso lavoro di ricerca. Richiede molteplici capacità e lunga pazienza, studi e perizie, sacrificio e fede". E' così anche per lei ?

Non posso non essere d'accordo con Liana De Luca: la  poesia, come la libertà, la pace..., è una conquista che si consolida giorno dopo giorno.  Per ottenerla bisogna, scendere nel profondo, al centro del nostro essere dove arrivano suoni lontani, parole ricche di sacralità e dove si formulano risposte oracolari. In questa operazione l'io viene rivoltato, messo in mostra, si fa, cioè, un'operazione di verità e di libertà, operazione che costa sacrifici non solo nel momento dell'attuazione, quando bisogna liberarsi delle nostre maschere, e ogni separazione, si sa, apre ferite, lacera, ma anche nel tempo successivo, quando bisogna sostenerla. Ogni disvelamento del sé è un dono all'altro, quindi un distacco, una perdita, un dolore. Poi c'è il lavoro di rifinitura, la progettazione della struttura scritturale, quando si chiede alla mente di catturare il fluttuante materiale chiuso nello stupore e trasformarlo in segno sillabico, in parola., in verso, in testo poetico. Ecco perché Leopardi in due versi esprime il grande amore per la cultura e l'enorme lavoro per comporre i suoi versi: "Io gli studi leggiadri | talor lasciando e le sudate carte".

C'è una tensione abbastanza diffusa verso un altrove nella sua poesia, una tensione che, come lei stesso asserisce, "trova linfa e forza nella memoria di una perduta alba e nell'attesa di un'alba forse promessa, certamente invocata". Ce ne può spiegare il motivo?

Tutti noi, a volte in modo cosciente, il più delle volte in modo incosciente, abbiamo nostalgia di un luogo perduto, "siamo esuli | su terre sconosciute". Mi perdoni l’autocitazìone. Questa nostalgia, nostos algia, è il ritorno doloroso perché sostenuto dal senso della mancanza, dell'assenza, del vuoto. Il desiderio del cielo, del divino, del dio, è dovuto alla loro mancanza al de-sidereo. E' una sete che distrugge, che ci spinge verso l'oasi e che nei mistici si fa fuoco che brucia la materia e l'innalza verso l'Assoluto. Il poeta, anche lui sulle tracce degli dèi fuggitivi, ha la divinità nell'etere e poiché "l'elemento dell'etere è il Sacro, il mondo senza Dio è la notte sacra cantata dal poeta, che si trascina, col peso della nostalgia, lungo i sentieri della memoria, verso la luce" (Martin Heidegger).

Cosa chiede lei alla vita oltre ad amore?

"Amor che move il sole e le altre stelle". Nel chiedere alla vita l'amore si chiede tutto perché ogni cosa è sottesa all' energia creatrice dell'amore".

A quale poeta si rifà la sua capacità, come ha fatto risaltare Davide Puccini, "di farsi leggere e ascoltare da tutti, di giungere al cuore in modo chiaro e diretto senza tuttavia perdere in profondità e complessità"?

Potrei rispondere con le parole di Dante Maffla che nella prefazione a Il volto della memoria scrive: "La sua voce è chiara, diretta, e arriva al cuore, commuove, suscita emozioni, riporta a un mondo dove ancora i sentimenti hanno posto e sanno rispecchiare la vita nella molteplicità del farsi e del disfarsi". Ma lei mi chiede quale sia il poeta che mi ha guidato in questa mia chiarezza e allora debbo partire da lontano. Posso considerarmi fortunato se nel mio piccolo paese fra i boschi della Sila (Carlopoli), siano vissuti, all'epoca della mia prima infanzia, un oste, un fabbro e un falegname, che, quasi tutte le sere, tra un bicchiere di vino e una partita a briscola, recitavano brani dell'Inferno, dell'Orlando Furioso o della Gerusalemme Liberata. A volte brani del Guerin detto il Meschino o della Disfida di Barletta. Avevano voci cavernose e da quelle voci appresi cari ritmi e parole strane che mi affascinavano, anche se non le capivo: "Caron, non ti crucciare: | vuolsi così colà dove si puote | ciò che si vuole, e più non dimandare"... Furono quegli uomini, credo, a iniettarmi il germe della poesia e il desiderio di farmi capire. La mia prima maestra, Palmira Scalise, inoltre, era una poetessa dalla scrittura spiazzante per la sua chiarezza e coinvolgente per la purezza del dettato poetico.

Delle raccolte di poesie fin qui edite, e ora antologizzate nel volume Tela di parole, quale ritiene la sua creatura per eccellenza?

E' una domanda che presuppone una sola risposta: tutte. Ogni raccolta, infatti, porta tracce di quelle lacerazioni di cui parlavo in risposta alla domanda iniziale. Ogni testo è una creatura che porta dentro di sé le nostre viscere e la nostra anima, è impastata del nostro amore, ne siamo la madre perché, oltre al concepimento, la facciamo crescere dentro di noi prima di darla alla luce.

Dal 1988, anno della sua entrata ufficiale nel mondo della poesia nostrana, ad oggi cos'è cambiato in lei?

Nel 1988 avevo 51 anni, scrivevo poesia sin dall'adolescenza e avevo imparato un principio fondamentale: il continuo cercare la perfezione, pur sapendo che non la si raggiungerà mai; arricchire la lingua; guardarsi dentro e poi ancora dentro sino a superarsi e proiettarsi nel non saputo dell'altro con la remota. speranza di carpirne un segno, un suono, uno sguardo, una luce.  L'unica cosa che ha subito un cambiamento è il mio rapporto col mondo letterario reale, un mondo che credevo privo delle piccolo  beghe, dei sotterfugi, degli interessi ... e invece è desolatamente (o prolificamente?) umano con l'egoismo, l'invidia, l'arrivismo e tanto narcisismo, ma forse sono mali necessari e an ch'io probabilmente ne sono affetto.

Come mai ad un certo punto ha dato spazio, seguendo un po' Umberto Saba, ad una silloge incentrata sulla poesia calcistica?

Ho sempre amato lo sport. Sono cresciuto nella leggenda di Binda, Bartali e Coppi nel ciclismo, di Meazza e Piola nel calcio. I miei campioni erano: Bacigalupo, Ballarin, Maroso..., ossia i calciatori del Grande Toro. A livello dilettanti ero un buon terzino d'ala. Saba si avvicinò al calcio solo per caso e solo in qualche occasione, ma ne fu avvinto e la bellezza del gioco stimolò in lui l'ispirazione che gli permise di scrivere quei cinque meravigliosi testi poetici che ancora spandono fasci di luce su tutti gli stadi.

E' nel giusto Giorgio Linguaglossa quando colloca la sua poesia, almeno in parte, su una direttrice che richiama Giacomo Leapardi e Carlo Betocchi?

Giacomo Leopardi e Carlo Betocchi viaggiano su traiettorie così alte che solo a sentir parlare di loro a proposito della mia poesia mi tremano veramente le vene e i polsi. Certamente guardo il mondo attraverso la memoria, mi è più facile proiettare il presente nel passato e vederlo in lontananza per meglio sopportare l'angoscia dello spaesamento provocato dalla perdita di un punto di riferimento nell'oltre, perdita dovuta alla decretata morte di Dio. Per fortuna ci sono segni tangibili di una umanità, che riprende a guardare in alto, a parlare con l'altro. Da un illuminismo che non guarda oltre il limitato orizzonte del nostro occhio materiale, dalla negazione assoluta, dallo sterile nichilismo ci si avvia verso una nuova ribellione di Giobbe, ci si avvia, quindi, a un confronto, a una lotta per conoscere e farsi conoscere. La mia parola oscilla tra, dura realtà dell'esistere e un mondo sognato che viene dalla profondità del tempo in onde di memoria. La tragedia del vivere avvolta nella tela del ricordo e della speranza per poterla meglio sopportare. Leopardi brucia il buio della notte col fuoco della sua poesia, la illumina con la bellezza del suo canto, nella profondità del suo essere si aprivano pianure di luce e lui le offriva al mondo. Altro che pessimismo! Usa la memoria quale spada luminosa per squarciare le tenebre e mostrarci lo splendore che nascondono. Al primo Betocchi mi avvicina la "disposizione non drammatica, edificante" (Bárberi Squarotti) a guardare la realtà, ad affrontare i problemi; al secondo Betocchi, quello "più compreso della tragicità, dell'esistenza" mi avvicina la prospettiva religiosa che "è conforto, consolazione, riduzione di ogni tragedia a una misura di sopportabilità più agevole" (Bárberi Squarotti).

Nel 2001 è stato tra i fondatori dell'"Elogio della Poesia". Cosa si prefigge con tale iniziativa?

Elogio della poesia come Elogio della follia. Erasmo da Rotterdam, indossato l'abito della follia, spoglia l'uomo, gli toglie la maschera protettiva, lo consegna alla sua nudità per farlo camminare libero al di fuori del groviglio della mondanità; il poeta abbandona la realtà, alza lo sguardo oltre la muraglia del contingente, quella coperta dai "cocci aguzzi di bottiglia" (Montale) e distende un ponte tra i luoghi delle ombre e gli spazi della luce, porta la variabilità degli angoli nella perfezione della sfera, la turbolenza dei contrari all'armonia dell'Uno. Sia la follia che la poesia portano il berretto a sonagli, a birritta cu i ciancianeddi avrebbe detto Pirandello, e mentre la follia deridendo la mondanità indica all'uomo la via della saggezza, la poesia, abbandonandosi al vento del pensiero fantastico, indica il cammino verso la bellezza. Si elogia la poesia per far percepire l'armonia.

E' veramente convinto che "nel fuoco della parola, dove brucia | la follia della sillaba, | si tempra il metallo della lin­gua"?

Sì. Ne sono convinto perchè nella fiamma della parola la sillaba libera la sua sacralità (follia) e in questa sacralità il linguaggio, immergendosi ora nella realtà:e nel razionale, ora nel sogno e nello spirituale, trova la sua forma e la sua sostanza, si fa metallo che dura nel tempo.

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