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Intervista ad Elisa Sala Borin

“Basta una parola, a volte, ad aprire un’idea”

Il Salotto degli Autori
n. 1 gennaio 2013

Elisa Sala Borin ci ha confidato che “matrimonio, figli, malattie, problemi familiari, fecero correre gli anni, sin che un giorno mi voltai indietro e con smarrimento capii che non avevo partecipato alla mia vita, ma l’avevo vista scorrere da semplice spettatrice”. Ed ecco che prende corpo in lei l’idea, brillante, di uscire dal quotidiano e di riprendere in mano quel filo rosso con le arti visive e quindi con la scrittura che era troppo presto rimasta in disparte.

Ed ha fatto bene, benissimo. Sì, perché sia nella pittura che con la poesia, la narrativa e le fiabe ha messo in cantiere un percorso creativo di indubbia valenza, raggiungendo via via dei traguardi assai significativi e partecipando alla vita conviviale dopo essere uscita dal tunnel di una estrema timidezza.

Quadri dai toni forti e aerei ad un tempo si sono così alternati a libri e racconti che hanno ottenuto diversi primi premi in varie competizioni artistiche.

Noi, con grande piacere, ci siamo così avvicinati al suo io creativo e abbiamo gustato la freschezza espressiva, la sincerità, la gioia del raccontare e del raccontarsi, l’armonia coinvolgente delle sue fiabe dedicate ai più giovani, lo spaziare dalle “ore defunte / passate senza sogni” all’esuberante galoppare dei pensieri che nel suo intimo si muovono “come cavalli”…

Una caratteristica fondamentale della personalità di Elisa Sala Borin è, a nostro avviso, la devozione al ricordo, alla parola edificante, alla dottrina dell’ascolto, alla ragione stessa del dire suggerendo, del guardarsi attorno con curiosità, dello stringere a sé l’atmosfera e l’ambiente in cui si trova e si è trovata a vivere.

Nel suo percorso scritturale troviamo così una sequenza di opere che caratterizzano a fondo, visivamente e musicalmente, i momenti di un ieri nostalgico e di un poi che graffia alla porta con motivazioni diversificate: Diamoci del tu (una raccolta di haiku dai toni riflessivi), Il muro dietro la porta (un simpatico affresco della sua città, Treviso), Le storie del Bosco Bruno (fiabe dedicate a tutti i bambini e non che portano all’animo il fanciullino), Io, Arpa Eolia (una silloge di poesie dal suono assai simile al fruscio delle foglie mosse dal vento), Suites da Piccola Musica Notturna (un concerto di racconti, saggi, fiabe e poesie), Maria voleva le ali (un romanzo incentrato sulla figura di una donna e su un periodo storico che attraversa il primo Novecento) e quindi la breve silloge I dolci inganni con cui è risultata tra i finalisti della Selezione Editoriale Carta e Penna del 2012 e in cui abbiamo rilevato, tra l’altro, la pienezza e la maturità del verso e un paesaggio onirico mai astratto e superficiale.

Tanto per incominciare, cosa la spinge a dedicarsi alla scrittura e contemporaneamente alla pittura e come prende corpo in lei l’io creativo?

Premetto: non ho mai pensato che potesse interessare agli altri quello che scrivevo, ovviamente credo che la pittura sia un tutt’uno con la scrittura. Lo spunto per disegnare o dipingere mi viene dato sia dalla percezione della visione e sia dalla lettura anche di cose non mie. Per fare un esempio. quando scrivo un haiku devo anche disegnarlo. Molti miei quadri hanno dei titoli poetici. Anche la musica ha il suo peso. L’io creativo? Nasce all’improvviso e spesso di notte.

Ha qualche punto di riferimento oppure agisce seguendo il filo rosso che collega la parola alla musicalità della parola stessa, il colore al concerto policromo di una realtà vissuta e ricreata?

Basta una parola a volte ad aprire un’idea, e devo scrivere subito l’input. A volte un ricordo affiora attraverso la musica; tempi e luoghi lontani riaffiorano e, se il tempo me lo concede, mentre scrivo ritorno al passato rivivendolo. Generalmente è la mia curiosità che mi conduce per mano. Prendo ad esempio la sua prima telefonata: parlammo di tutto o quasi, ma mi soffermai sul mio libro di fiabe, si ricorda? Erano anni che non ne scrivevo, ma solo quel richiamo mi dette il via e ora ho completato delle storie di una certa Penelope, la protagonista di viaggi fantastici. Posso solo dirle grazie!

Lei ha dato molto spazio ai ricordi legati alla gioventù, al periodo in cui vivere significava darsi una mano uno con l’altro ad ogni livello. Ma cosa rimpiange di più di quell’epoca, di quel cercare e trovare in poche cose il motivo per sorridere e per guardare avanti con fiducia?

È stata una necessità ritornare all’infanzia, un bisogno di scaricare dei sensi di colpa e, mi creda, non è stato facile, ma incredibilmente utile: non sento più certi pesi che mi trascinavo e, soprattutto lasciare un documento alle figlie di quei tempi e dei problemi di una bambina timidissima. Certo che rimpiango il dopoguerra: c’era la povertà, quella vera; anche ora si annusa nell’aria un sentore simile, ma anche senza, sembrerebbe, un futuro. Allora? No! C’era nell’aria voglia di ritornare a vivere senza la paura. Bastava una passeggiata domenicale e soprattutto giocare, con i compagni si scappava di casa e le strade della città erano nostre. Un limone e una liquirizia erano la nostra merenda. I ragazzi ora mi sembrano polli in batteria. E poi la mia città, che sembra sempre lei, ma non lo è più. Il progresso, così veloce, ha spazzato via il bel vivere, senza l’affanno che vedo ora. Il futuro mi fa paura.

Lei ha scritto in una recente poesie: “Quante cose teniamo rinchiuse / nella soffitta / dei pipistrelli dormienti…” Ce ne può indicare le più importanti?

Le cose che hanno segnato nel bene e nel male la mia vita? Potrei dire il matrimonio, no non lo è, per me era un punto di partenza. Le più importanti in assoluto sono la nascita delle figlie, ricordo tutto anche i minimi particolari, qui potrei scrivere un romanzo! Mi rimarrà la visione di una nebbia vista dall’alto. E un tramonto rosso sullo Stretto dei Dardanelli. Così rosso da far male. La morte della nonna mi sconvolse, forse di più della morte della mamma. Sono passati gli anni, ma mi mancano ancora. Non dimenticherò uno zio che uccise dei gattini, tutti bianchi, in un secchio. Avrò avuto tre anni. Faccio fatica a ricordare le cose belle, mi vengono sempre incontro le mie tragedie personali: tante!

Nel romanzo Maria voleva le ali troneggia, oltre la forte personalità della protagonista, il recupero del ruolo della donna. È possibile, a suo avviso, che la donna acquisti ancora maggiore spazio in questa società decisamente distratta, egoista e votata all’apparire, alla superficialità?

Maria, la protagonista, lottò, ma dovette cedere al mondo maschilista di allora. Cioè, il matrimonio dava pieno potere all’uomo, anche se, come in questo caso, era entrato nella vita della donna con le toppe nel sedere. Ora la donna ha più poteri, ma secondo il mio parere non li sa gestire. Si lascia irretire dall’apparire. Quando imparerà a gestire con mano ferma i suoi poteri, potrà dire la sua. Ora non esiste comprensione fra i due sessi. Ma non dobbiamo scimmiottare gli uomini, siamo diverse. Ora si confonde l’amore col sesso. Dagli anni Sessanta abbiamo avuto degli esempi venuti dei mass media, tutti, ma soprattutto la televisione, che hanno esaltato la parte esteriore dei uomini e donne a scapito di un vivere sereno.

Quale è stata la tappa più importante del suo percorso letterario e artistico?

Quando decisi, malgrado la timidezza, di entrare in un gruppo artistico trevigiano. Mi resi conto che ero stata alla finestra a guardare gli altri. E crebbi.

Si sente ancora figlia del vento e libera da catene e quindi in grado di volare ancora?

Indubbiamente sì! Finché in me rimane l’entusiasmo e la voglia di scrivere. Solo per il piacere di farlo, prima per me stessa e poi, che male c’è, anche per gli altri.

E per finire, cosa ama di più della vita e come vorrebbe essere ricordata?

A questa domanda non so dare una qualsiasi risposta. La mia vita? Mi verrebbe da rispondere: legga Canto notturno di un pastore errante in Asia, di Leopardi, la vita di ognuno di noi è solo un segmento, piuttosto faticoso; spero nel prossimo… Io non morirò mai, spero solo che l’umanità cerchi di salvare quello che è possibile di questa Terra che da millenni ci ospita.

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