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Rosalba Masone Beltrame

Non è stata un'impresa facile riuscire a mettere a fuoco, usando il grimaldello giornalistico di un'intervista, il personaggio e la personalità di Rosalba Masone Beltrame. Il motivo? "Ogni volta in cui mi si rivolge una domanda pertinente la mia sfera – ci ha spiegato, con un sorriso enigmatico e guardando oltre il recinto dei giorni – rimango senza risposta. Scena muta che imbarazza l'interlocutore e sconvolge non poco me che invece di entrare nel mio memoriale a recuperare una risposta, chiudo l'uscio che, anzi, neppure minimamente tento di aprire, ignorando in quel momento la via che conduce alla «soglia»: concetto reale e metaforico insieme, per mancanza di senso di orientamento che porta allo smarrimento e ... al panico".

"Quando ho tenuto la mia prima mostra personale – ha aggiunto – richiesta di dire qualcosa, ho detto semplicemente di sperare che le mie opere parlassero per me, se avevano qualcosa da dire: cosa che mi auguravo davvero. Dover parlare della mia esperienza culturale è l'ennesima prova di quanto dolorosamente messo a fuoco nell'arco della mia esistenza: l'impossibilità effettiva di `raggiungere' gli altri, perché, come sostiene la filosofia greca dei Sofisti, è l'Uomo misura di tutte le cose, ma non l'Uomo con l'iniziale maiuscola, bensì ciascuno, ogni uomo, il quale capisce, coglie solo quanto appreso (provato) all'interno della propria personale esperienza e nebulosamente qualcosa d'altro. Così diventa più che mai vero – per esempio – che un libro è un amico di sempre, perché rileggendolo, a distanza di tempo, grazie all'arricchimento nel frattempo avvenuto, il fruitore scopre valori, si imbatte in affermazioni, in situazioni in precedenza semplicemente sfuggite, non rilevate, non colte nella loro valenza, perché prive di risonanza interiore".

Gira in tondo, gira in largo. Comunque, Rosalba Masone Beltrame si è arresa e si è un po' confidata, lasciandosi andare ad alcune rivelazioni che dimostrano la profondità del proprio io e del proprio modus vivendi.

Cosa significa per lei esprimere il proprio pensiero in versi e come abbina poesia e pittura, visto che anche la pittura fa parte del suo essere artista?

Che dire? Abituata da sempre a `pensare', a riflettere, a `guardare', mi capita di sentire vibrare corde prima inesistenti e ... comincia la rincorsa per cercare di capirle, di afferrarle, di liberarle. Scrivere poesie non è un atto liberatorio, ma un rinchiudersi, uno sprofondare, una `sofferenza' ritrovata, perché recupero di qualcosa di lontano, andato perduto o creduto tale. Subisco molto il Dio Cronos: il divoratore dei suoi stessi figli! Scrivere è un fatto che si può fare sempre, perché richiede solo la lavagna della mente e ... qualsiasi pezzo di carta (anche il sacchetto del pane) e una matita. Non così la pittura: un vero rito che richiede preparazione meccanica, strumenti di colori, appoggi, carta; occorre poi vincere un'inerzia di avvio, di preparazione. Fatto questo, tutto va poi in leggerezza. Dipingere è splendido, perché «vedo» ciò che `volevo' inconsciamente e, meraviglia delle meraviglie, posso intervenire a modificare fino a quando sento tutto in armonia, in ordine, lucido, chiaro. Allora risplende il sole e il mondo è improvvisamente bello, buono, amico.

Quale significato hanno per lei il silenzio, la gente, le tradizioni, la società dei facili consumi...

La mia tesi di laurea all'Università degli Studi di Milano verteva sulla schiavitù in Atene nel IV secolo a.C.: un motivante tuffo nella società antica, nei suoi usi, costumi, nel suo modo di rapportarsi con la natura, con la divinità, con la Patria, con l'etica, con le virtù, con l'arte, con un mondo che ancora oggi parla dalle colonne del Partenone. Vinta, la Grecia conquistò i `conquistatori romani'. Così fu e così sarà sempre, perché non c'è niente di nuovo sotto il sole, anche se poi la storia, maestra di vita, viene poco ascoltata.

Al centro del suo discorso c'è l'uomo. C'è un motivo particolare?

Ho molta curiosità per l'uomo anche perché crediamo – per il fatto di essere uomini – di essere uguali e invece non siamo gli `Uomini', ma un uomo alla volta, diverso l'uno dall'altro e per quella parte di ciascuno che non si specchia in nessun altro, ognuno si sente solo, con tutto quello che questa situazione comporta. I Geni sono, ovviamente e in assoluto, più di tutti soli. Così i Santi, tutti i Grandi: quelli in cui la Divinità, come afferma il Manzoni nella poesia `5 Maggio', ha voluto e vuole stampare una più vasta orma di sé.

Come vive la poesia in una metropoli come Milano ed in quali rapporti è con le associazioni ed i poeti di Milano?

Scontato: ho allentato i rapporti iniziali con tutti, se si esclude (a riprese) con la rivista `Artecultura', già frequentata da mio zio (da parte di mio marito): il pittore Alfredo Beltrame.

Quale è stato l'incontro più importante con un poeta o con un protagonista della letteratura contemporanea?

Quello con il mio professore universitario Mario Fubini, che mi ha insegnato come `leggere', cioè come crescere, come ritrovarmi.

Cosa pensa della poesia italiana e della poesia in genere?

Se vera poesia (senza aggettivi) essa è straordinariamente bella, sublime, musicale, altissima, raffinatissima. A volte bastano poche righe: tutto un mondo!.

Scrivere, dipingere, musicare, scolpire ... non sono che scavi, mi sembra, verso l'interiore lontano, quello dei primi tre anni di vita, come asseriva Sigmund Freud. E per questo che lei ha ancora il Friuli nel cuore?

Certo, anzi mi saluti la «nostra» terra friulana: Udine, luminosa e raffinata; la splendida Gemona, che mi ha accolta entro le mura possenti di S. Maria degli Angeli per la durata delle tre Medie... E poi Colloredo di Monte Albano, patria di Ippolito Nievo e per sempre la terra della bella Pisana; e poi ancora i vigneti, le strade, la polvere, i miti, le leggende di Carlo Sgorlon (Il trono di legno, La carrozza di rame). Il Friuli me lo porto dentro, forse come elemento di contrasto con le case bianche, i cieli azzurri della mia isola greca, la mia Zante!, dove ho aperto gli occhi per poi sparire da me, per sempre ricacciata (per quale colpa?).

E come vorrebbe ed amerebbe essere ricordata?

Come Rosalba: l'alba dalle dita di rosa. Adoro l'alba, non il crepuscolo, non la sera, non la notte, non il buio, non il nero. E se me lo concede, adoro l'alba per le montagne viola che vedevo dalla finestra della mia abitazione paterna di Buia, nel `cuore' del Friuli Collinare.

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