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"Emily Dickinson mi ha travolta con l'incisività del suo pensiero"
(Laura Pierdicchi)

"Nuova impronta", settembre 2008

La poetessa Laura Pierdicchi di recente, rispondendo ad alcune domande a proposito di un'inchiesta promossa dalla rivista torinese "Vernice", ha affermato che "la realtà, vista attraverso la parte sensibile dello scrivente, può essere trasfigurata; se però ci si addentra nel mondo poetico, si scopre che la poesia è l'unica fonte di ricerca di una possibile verità, proprio perché analizza sia la materia che lo spirito".

Come non condividere il suo assunto! E questo anche per il fatto, non di poco conto, che lei alla poesia si sta dedicando in toto e da parecchio tempo. Ogni sua accelerazione lirica, del resto, vive di una luce non effimera, trasmette sensazioni forti, naviga alla grande in direzione di una pienezza e compostezza stilistica e contenutistica di prim'ordine.

Segno fin troppo evidente, come del resto hanno avuto modo di rimarcare non pochi e qualificati critici (Zanzotto, Bárberi Squarotti, Ruffilli, Giudici, Carminati...), che il suo percorso scritturale si presenta nel segno di una grafia unitaria ed efficace, quanto pulita, moderna, mai macchiata di superficialismo, bensì profonda e priva di infingimenti di sorta.

Dopo aver letto e riletto alcune sue raccolte di versi (Aria d'altro colore, Altalena di voci e pensieri, Momenti diversi e Bianca era la sua stanza) e in attesa di un suo imminente, e sicuramente felice, libro di poesia, abbiamo ritenuto apportuno allargare gli anelli della sua catena creativa usando passe-partout di un'intervista.

Come si pone Laura Pierdicchi di fronte alla poesia e cosa significa per lei la poesia?

Ho iniziato a scrivere a 10 anni; le prime poesie sono delle filastrocche. Ne ho ripescate due per Altalena. Dopo vi è stato un periodo di crescita e di silenzio. Ho ripreso a 16 anni e non ho più smesso, pur lasciando a volte dei lunghi intervalli tra un libro e l’altro. Ora la poesia è parte integrante del mio quotidiano. Se non scrivo, leggo.

Che importanza hanno avuto per lei i vari poeti contemporanei e non, come Andrea Zanzotto, Emily Dickinson, Eugenio Montale, Charles Baudelaire, Mario Luzi…?

Ho sempre letto molto. Penso, infatti, che non si possa avanzare se non si conoscono i poeti e la storia della letteratura. Non credo a chi s’improvvisa poeta da un giorno all’altro. Senza accorgersene, ci si riempie di nozioni, visioni e timbri diversi, metriche e varie musicalità.

Tra i grandi poeti da lei citati, tutti punti di riferimento per la vita poetica, mi hanno colpito di più Emily Dickinson e Andrea Zanzotto. La Dickinson mi ha letteralmente travolta con l’incisività e la potenza del suo pensiero; inoltre, mi sento emotivamente vicina al suo sentire. Zanzotto mi ha affascinato con la sua ricerca strutturale; ha spaziato in ogni forma poetica. Con la sua trilogia (Galateo in bosco, Fosfeni, Idioma) è riuscito a portare la parola agli estremi confini ed ha segnato il secondo Novecento.

C’è chi afferma che un poeta non potrà mai essere un “uomo comune”. Lei è d’accordo? I motivi.

La mia vita è trascorsa normalmente (studio, lavoro, matrimonio), dentro ai canoni etici, civili e religiosi. La diversità del poeta, forse, consiste nel modo con il quale ci si accosta alle azioni ed alle emozioni. Per quanto mi riguarda, ho sempre avuto un’acuta sensibilità: una lama a doppio taglio che da una parte mi ha procurato delle intense soddisfazioni, dall’altra molta sofferenza. Ancora adesso non riesco a staccarmi dalle cose, a non sentirle, a rendermi neutrale.

E’ veramente difficile vivere senza la fede, senza guardare l’Oltre? Perché?

La fede aiuta a sperare che la vita abbia un seguito, che il nostro passaggio terreno abbia un senso. Aiuta inoltre a sopportare il dolore della morte, a sentire ancora vicini coloro che ci hanno lasciato. Restano in ogni modo tanti dubbi, perché il mistero non può sposarsi con la razionalità.

Ha un qualche ruolo nella sua poesia la città magica di Venezia, la sua storia, la singolarità delle sue calli? Ne parli.

Sono nata a Venezia. Vi ho trascorso l’infanzia (che considero il periodo d’oro della vita) e la prima giovinezza. Ai miei tempi i ragazzi giocavano nei campi e nelle calli, la città era viva e ci conoscevamo tutti. Eravamo una grande famiglia. Solo crescendo nell’ambiente veneziano, nella magia dell’acqua, nel silenzio di certi momenti e nella meraviglia di alcuni scorci, si può veramente cogliere la sua unicità. Ho dei ricordi meravigliosi e nei miei libri è sempre presente.

E’ nel giusto Nino Majellaro quando scrive che nel suo mondo poetico vi è, tra l’altro, “un battere e un levare musicale che è poi il commento arioso di una dolente solitudine”?

Prima ho detto di sentirmi vicina al mondo di Emily Dickinson. Effettivamente, ho una predisposizione al silenzio. Pur assaporando la vita in tutti i suoi aspetti, compresa la compagnia degli amici e la vicinanza delle persone care, sento spesso il bisogno d’isolarmi. Mi ritrovo solo nel silenzio, quando sola con me stessa posso meditare sulla vita e sulle cose; riesco allora ad estraniarmi da tutto ed a trovare la poesia.

Visto che il tempo, purtroppo, corre più in fretta di noi, come pensa di concludere la sua stagione poetica?

Purtroppo, ho già sperimentato il male. So perciò che devo ringraziare la vita, giorno dopo giorno. Per questo non faccio progetti. Finché potrò, continuerò a scrivere (è in stampa una mia nuova raccolta). Dopo, probabilmente, tutto andrà perduto.


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