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L'intervista a
Roberta Degl'Innocenti

 

Roberta Degl'Innocenti
e il libero arbitrio della fantasia

Da Il Venditore di Palloncini e altre storie del 1995 ad oggi, ovvero all’uscita della silloge poetica Un vestito di niente (già salutato con un coro di consensi e pacche sulla spalla), Roberta Degl’Innocenti può ben dire di avere percorso una lunga e fruttuosa incursione e navigazione nel non facile mondo della poesia e della narrativa italiana. Il suo avvicinarsi alla fantasia, il suo rileggersi, il suo saper miscelare in maniera anche onnivora il certo e l’incerto, il passato e le sfaccettature di un oggi non sempre gratificante, ha fatto sì che il suo scrivere “al positivo” sia tale anche quando sfoglia il dolore. Una donna-scrittrice, dunque, dal carattere forte e prensile, disponibilissima e simpaticamente ottimista; sempre, comunque, ligia a se stessa, al suo saper ascoltare la voce della natura e del cuore, al suo sapersi confrontare con la realtà…

È una scrittura pregnante e magica, la sua; ed un canto lo si può notare, e gustare, sia leggendo le storie narrate in Donne in fuga, sia seguendo il fluire di versi come questi: “a piedi scalzi, | senza mai tremare, | affondo le unghie | nella pelle | e sono io, | girovaga o aquilone, | a tessere le fila | del mio credo”. Non a caso Paolo Ruffilli, del resto, nella prefazione a Un vestito di niente, ha scritto che la poesia di Roberta Degl’Innocenti è “limpida, trasparente, lucidissima, sul piano della forma ma densa e avviluppata in improvvisi nodi drammatici, quanto a sostanza”.

Invogliati a saperne di più sul suo conto, ci è venuto spontaneo rivolgerle alcune domane e lei, con il dinamismo che la contraddistingue, ci ha risposto con il sorriso sulle labbra quasi passeggiando “lungo il fiume, | pellegrina di respiri e aurore vellutate”.

29 aprile 2005, Firenze, Caffè Storico Letterario "Giubbe Rosse":
Roberta Degl'Innocenti presenta: Giorgio Bárberi Squarotti

Ci può dire se lo scrivere poesie e racconti costituisce per lei un unicum inscindibile o se, al contrario, le due realtà creative si muovono in maniera autonoma e perciò navigano seguendo itinerari diversificati?

Non esiste divisione, per quanto mi riguarda, di queste due forme di scrittura. Sono un unicum inscindibile, a volte sono capace di scrivere una prosa che occhieggia alla poesia, oppure scrivo, come ho fatto recentemente in poesia, la storia dei miei personaggi della prosa. Credo però che la mia sia una matrice poetica e poi, come chi mi conosce sa, scrivo di tutto a seconda dell’estro del momento.

Detto questo, perché la poesia tende soprattutto a scrollarsi di dosso i vuoti del vivere attuale ed a tonificare al massimo quel senso fascinoso della vita, di cui parla anche Paolo Ruffilli nella prefazione alla sua ultima “fatica” poetica?

Credo che la poesia sia la più grande forma e possibilità di autoconfessione e quindi scrivo la rabbia, l’angoscia, la parte oscura che a volte prevale sull’altra, (quella chiara), sempre ammesso che le convenzioni che le determinano siano giuste. In questo lasciarsi andare alla scrittura come urgenza, bisogno, io canto e m’incanto, talvolta, nella vita e nel fascino che sprigiona, pur rimanendo più o meno consapevole del vuoto che spesso ci circonda. Si ritorna alla frase di una mia poesia che forse meglio mi identifica: “Sono il guerriero | disarmato al vento, | la musica che prega | e si consuma”.

29 settembre 2005, Firenze, Edizion Book Store:
Paolo Ruffilli
presenta il volume di poesie Un vestito di niente

Perché poi, privilegia, anche nella narrativa, il fantastico e la rilettura del tempo andato?

Il mondo dell’onirico mi ha sempre affascinata. Poter dare vita a un oggetto inanimato, poter ascoltare la voce della natura, trasformare, raccontare. Il libero arbitrio della fantasia. Poi, però, viene fuori la mia parte razionale e allora non posso fare a meno di rivolgere uno sguardo al passato. In fondo quello che siamo oggi è la risultanza di tanti piccoli o grandi frammenti di vita. Non posso fare a meno, ogni tanto, di guardare indietro. Un attimo dopo, però, guardo avanti a me.

Si sente veramente “in fuga” come, più o meno, ha lasciato intendere nel libro “Donne in fuga”? Per quali motivi?

Non sempre, e non necessariamente. Quando ho scritto “Donne in fuga” i personaggi del libro mi sono venuti a trovare in riva al fiume ed io non ho potuto fare a meno di scrivere la loro storia. Casualmente erano donne, casualmente erano storie estreme. Eppure tutto è nato dalla mia fantasia, solo dopo molto tempo ho compreso i motivi che l’avevano scatenata. Il titolo del libro è stata la cosa più contraddittoria e sono d’accordo con quello che ha scritto Enrico Nistri: “fuga da e per stesse o dai peggiori mali del mondo”. Potessi scegliere sarei sempre in fuga, anche se nella maggior parte dei casi non riuscirei a farlo, sono fughe provvisorie, fughe nelle quali la fantasia mi dona un fremito, un sussulto. Sono il viaggio di Fiore o i sospiri rauchi degli abitanti della casa sul fiume”.

Enrico Nistri ha scritto che nei suoi racconti si riscontra “un certo realismo magico alla Massimo Bontempelli”. E’ d’accordo?

Quando fanno dei paragoni illustri rimango sempre perplessa, non mi rifaccio mai a nessun tipo di scrittura. Può darsi, non ne sono sicura. Il realismo magico e Bontempelli, sì, mi piacciono, non sono certa, però, che la mia scrittura se ne possa cibare. lo scrivo in un certo modo perché rivestendo la realtà di magia si può fare tutto e il contrario di tutto. Gli opposti mi hanno sempre affascinata. Tutte le considerazioni le lascio fare ai critici.

Crede nel destino?

Sì, ma credo anche nella forza dell’uomo (e della donna) per combatterlo. Ci sono dei momenti nei quali pare che il destino (o chi per lui) riesca a metterci in ginocchio, allora bisogna fermarsi e tirare fuori le unghie (vere, possibilmente!).

Quanto contano per lei la speranza, l’amore per la vita e l’attesa ineluttabile della morte, visto che tali argomenti fanno parte non secondaria della sia limpida ed inquietante, a volte, narrativa?

La speranza e l’amore per la vita sono ciò che ci muove e quindi insostituibili, la morte una compagna scomoda che ogni tanto si affaccia ed allora è necessario parlarne anche per autoconvincersi che prima o poi busserà alla porta e non si potrà eludere l’invito. La mia narrativa è, sì, a volte inquietante, ma anche inquieta. Aggiungerei: spesso gioca a carte scoperte con questi tre elementi, ma capita che sia  anche un baro peccaminoso.

29 marzo 2005, Firenze, Centro d'Arte Modigliani:
Lia Bronzi
assieme a Duccia Camiciotti presenta il volume di poesie
Un vestito di niente

C’è un motivo specifico che la spinge a privilegiare i colori rosso e nero anche se l’azzurro, che compone la parte centrale della silloge poetica Colore di donna, le regala dei fremiti invisibili, “un umido sussulto”?

Non c’è un motivo specifico, diciamo che in Colore di donna dichiaro che il rosso e il nero sono i miei colori poi dedico all’azzurro, forse, la parte, a mia modesta opinione, più bella del libro. Credo che il rosso sia importante perché rappresenta l’autodeterminazione della donna e la forza, oltre ovviamente all’amore, e che il nero non si possa accomunare solo al lutto ma anche al silenzio, alla malinconia. Tra l’altro, nel libro successivo, la malinconia l’ho definita un dono. Insomma questi colori non sono assoluti, possono di volta in volta assumere emozioni e importanza differente. Diciamo che adesso, in questo preciso momento, e lei sa che l’artista, o comunque chi si interessa di arte, è continuo cambiamento, darei maggiore importanza all’azzurro come simbolo di volo, di libertà (sempreché poi decida di utilizzarla).

Quale è la critica che le ha fatto maggiormente piacere?

Quella di Paolo Ruffilli per Un vestito di niente perché oltre a comprendere l’animo con il quale ho scritto questo libro pieno di opposti ha compreso la donna. Emblematica è la frase che lui ha usato “il documento privilegiato che di sé e del proprio mondo l’autrice è disposta ad esibire”. Non ci si svela mai fino in fondo, anche se crediamo di farlo poi, in realtà, non sarà così. E per avere citato la poesia  “Leggerezza di piuma” concludendo che sono padrona e schiava, insieme, di me stessa. Tutto quello che ha scritto è vero. Non c’è niente di didattico, non è una prefazione di mestiere.

Firenze, la sua città, come vive e accoglie una scrittrice come Roberta Degl’Innocenti? E lei cosa si attende da Firenze?

Firenze è una città bella e terribile. Chi si interessa o fa arte in prima persona non può che sentirsi gratificato, però è anche faticosa: ci sono troppi eventi, a volte si è costretti a correre da un posto all’altro, senza misura. Diversi anni fa Carmelo Mezzasalma mi scrisse: “Il tuo scrivere appartato è quasi silenzioso, rispetto al clamore fiorentino, ecc.” Ecco adesso mi sento in questo clamore ed a volte non sono contenta di esservi. Per quanto riguarda cosa mi aspetto: niente in particolare, preferisco dare che ricevere.

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