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Lilia Slomp Ferrari
Scrivo per non soffocare nelle mie stesse emozioni

"Poeti nella Società"
nr. 34-35/2009

"E' quando i tuoi domani sono già stracciati | prima che bussino piano al tuo portone | che vorresti | per te, solo per te, | una stradina che rotola nella valle, | una pallina di vetro | giocata da bambino nella scarsella": questo scriveva già nel 1991, nel suo splendido dialetto trentino, Lilia Slomp Ferrari, una poetessa che sa passeggiare sui sentieri dell'anima e raccogliere a piene mani ogni sfaccettatura dell'ambiente, del sogno della memoria, dell'amore universalmente votato a creare simpatia, amicizia, dialogo.... Quella "stradina" e quella "pallina di vetro", lei le ha trovate, e fatte sue, proprio nella poesia sia dialettale che in lingua e nel suo contemporaneo dedicarsi alla prosa con racconti e favole per l'infanzia. I versi di Lilia Slomp Ferrari sono, a nostro avviso, lo specchio della sua sensibilità onnivora, del suo seguire passo dopo passo il gioco, magico e gratificante, di un'armonia soffusa che accompagna quel mondo fatato in cui si immerge, quasi con voluttà, ad ogni variare di stagione estrapolandone freschezza espressiva, refrigerio, risposte ai perché della vita, del suo diuturno I eggersi dentro... Non si cantano le sue presenze in antologie e repertori (ricordiamo "L'altro Novecento" a cura di Vittoriano Esposito; "Poesia nel Trentino Alto Adige" a cura di Duccio Canestrini, Silvano Demarchi e Vittoriano Esposito; "Poesie dal Trentin" a cura di Renzo Francescotti; "Dialect Poetry of Northern & Central Italy" a cura di Luigi Bonaffini e Achille Serrao...), così come le pubblicazioni poetiche a partire dal 1987: ultime in ordine di tempo le sillogi All'ombra delle nove lune (2005) e Come goccia di vetrata (2008). C'è da ricordare poi che ha conseguito importanti premi in ambito regionale e nazionale, e che, tra l'altro, vicepresidente del Gruppo "Il Cenacolo trentino di Cultura dialettale", diretto da Elio Fox. Tutto questo sta a indicare come Lilia Slomp Ferrari abbia colto nel segno con la sua poesia dal taglio inconfondibile, avvolgente e graffiante quanto basta per capire a fondo, e gustare, "il perché dell'abbaiare di silenzi | al cancello rugginoso dell'anima". Ma a questo punto seguiamo il suo pensiero ascoltando il gocciare della sua parola calda, vibrante e vibratile.

E' assodato che, come ha scritto Mario Lunetta, "il capitalismo è nemico della letteratura, quindi della meditazione e della riflessione", quindi della poesia in modo particolare ci permettiamo di aggiungere con non poca amarezza. Ma perché allora si scrive poesia e lei perché lo va facendo?

La poesia credo sia un dono che ti porti dentro da quando sei nato e che proprio per questo sia impossibile al poeta lasciarsi condizionare dal periodo storico nel quale è costretto a vivere. Infatti, nella storia non è mai mancata la poesia. Come un fiore caparbio è fiorita sui muri, su quaderni inventati, su fogli stropicciati, sul rovescio di pagine di calendari scaduti. E' nata perché è un bisogno imperioso dell'anima e finché l'anima non muore continuerà a sbocciare bella o meno bella, apprezzata dagli altri o celata con gelosia in fondo a un cassetto. Si scrive perché è un piccolo miracolo. Io mi accorgo quando il primo verso esige la penna, la carta: mi pizzica la mente, il cuore come strumento che cerca l'accordo. E' già dentro, perfetta la poesia, per quel mistero d'introspezione che sempre mi accompagna al di sopra del baillame che ci circonda. Scrivo quasi sotto dettatura ed è meraviglia, rileggendo, scoprire le parole, la musica. Scrivo perché non posso farne a meno. Scrivo per non soffocare nelle mie stesse emozioni.

Scrivere in dialetto o in lingua fa una qualche differenza? E perché attualmente, a quanto sembra, il dialetto viene seguito con rinnovato interesse?

A parer mio, non c 'è alcuna differenza se è poesia. Infatti, e parlo per esperienza personale, non sono io che scelgo quale abito deve indossare: è la poesia stessa che nasce già dal primo verso in lingua o in dialetto per esigenza di musica o di tema trattato. Con questo non intendo dire che in dialetto non si possano esprimere concetti "alti" e che si debba per forza pascolare il prato dei ricordi e della nostalgia. La delicatezza e l'incisività data per certi dialetti (includo quello trentino) dalla scarsità di vocaboli costringe il poeta alla sintesi e ad una musica particolare. Quando scrivo nella mia scarna parlata inconsciamente rievoco la canta, la ninnananna, la magia dell'attimo, tutta l'innocenza del tempo perduto. Forse è proprio per questo peregrinare dei poeti nelle valli degli affetti, dell'infanzia, che il dialetto cattura la platea, è un ritorno. Non dimentichiamo che il pubblico che segue la poesia, che compra i libri è soprattutto un pubblico adulto. Il pubblico delle serate dialettali si emoziona perché rivive i propri attimi, quel mondo inesorabilmente trascorso.

L'apporto dei critici è importante per l'affermazione di un'opera e la divulgazione di un autore, sia esso un poeta o un narratore?

Indubbiamente un autore che riesce a catturare l'attenzione di critici autorevoli si ritrova a volte al centro dell 'attenzione dei mass media e da questo ne esce una pubblicità vasta, extra meonia. Il fatto stesso di apparire su riviste nazionali o addirittura in televisione, apre miracolosamente le porte ed è quasi una reazione a catena. E parliamo perlopiù di autori di romanzi perché pare che i poeti non facciano audience. Credo comunque che la critica sia importante e serva in tutti i campi solo quando severa e costruttiva.

A Trento e nella sua regione come viene accettato un poeta e quale spazio gli viene riservato nel contesto culturale e sociale che lei ben conosce in quanto vicepresidente del "Cenacolo trentino di Cultura dialettale" e segretaria della Pro Cultura di Trento?

Da noi, il poeta può trovare gli spazi per proporre le sue opere attraverso incontri in biblioteca, in centri sociali, proponendo recite presso case di riposo o circoli di pensionati o culturali Capita anche di essere chiamati nelle scuole ed è sempre emozionante specchiarsi negli occhi dei bimbi, far capire loro la meraviglia della nascita di una poesia. Un libro quando esce trova sempre il suo spazio di presentazione. La Pro Cultura organizza con successo otto incontri all'anno presso il Centro Antonio Rosmini e il Cenacolo si fa promotore e divulgatore della parlata della nostra terra e non solo, con serate e incontri sempre molto frequentati. Direi che il "volontariato" per proporre la poesia funziona. Esce inoltre ogni tre mesi la rivista "Ciàcere ed trentin ", diretta da Elio Fox che è anche il massimo studioso del dialetto trentino oltre che presidente del "Cenacolo ", che quest'anno festeggerà i suoi venti anni di vita.

Perché ha scritto: "Ago senza filo la rimembranza | che punteggia l'attimo smarrito, | non capito al momento giusto"? E cosa si nasconde dietro tali versi?

Sono sempre stata dell'avviso che il poeta sia la persona meno adatta a spiegare la propria poesia. Ci proverò, pur nella consapevolezza che ogni lettore può trovare interpretazioni diverse: "è continuo il ricamo della rimembranza, ago che non lascia cuciture, né tracce di filo colorato, ma solo punture, stimolazioni, squarci di memoria per catturare gli attimi sfuggiti al tempo, addirittura alla consapevolezza di averli vissuti pienamente ". Nel prosieguo della poesia credo ci sia una possibile spiegazione ai versi iniziali: avanziamo, attimo dopo attimo, angoscia dopo angoscia verso l'abbraccio universale in ballate di terra. Questo ago è il nostro ego più nascosto, così spietato e sapiente, così fantasioso e ombroso, sempre comunque giudice severo del nostro percorso di vita.

Paolo Ruffilli, ha sottolineato, nella prefazione a Come goccia di vetrata, un suo "proiettarsi sempre oltre la barriera della propria vicenda e della propria storia" e ciò "tra l'ossessiva deiezione del tempo e il dolce umanissimo recupero di sé e degli altri". E' d'accordo?

Sì. Paolo Ruffilli con rara sensibilità è entrato nel mio poetare cercando in modo attento di capirne la motivazione, il perché dei versi e quel loro agganciarsi spesso ad accadimenti trascorsi in un tempo vulcanico, costantemente eruttivo, proiettato verso l'alto e paradossalmente nell 'introspezione per un recupero di stabilità personale e universale. Da sempre il mio sguardo ha carezzato gli altri cercando di penetrarne le gioie e i dolori per una comunione di passi sul sentiero. Molto spesso mi faccio "io narrante" e sorrido, soffro, fantastico, sogno le loro stesse emozioni, nel bene e nel male.

A chi sente, dal punto di vista letterario, di dovere qualcosa?

Leggo moltissimo sia prosa che poesia. e sono stata catturata prestissimo dall'Ariosto per quel regalo dell'Orlando furioso, letto e riletto costantemente dall'età di dieci anni. Ho carezzato i versi di moltissimi poeti, italiani e stranieri. Sicuramente a tutti loro devo qualcosa per i brividi che hanno saputo trasmettermi. Sono innamorata di Emily Dickinson. Sarebbe troppo lungo elencare poi tutti gli autori che tengo nel cuore e che l 'hanno fatto vibrare da diverse latitudini. Sono però fedele in amore, pur essendo costantemente innamorata delle vibrazioni diverse da questo sentimento. Ho vissuto tradimenti passeggeri in poesia, molto intensi, ma Emily era sempre là che mi. aspettava sulla soglia ammaliatrice della sua scrittura.

In confidenza: quando riesce a ritrovare la "striaria" che le vecchie fate del bosco poeticamente possiedono ancora?

Non riesco a vivere, ad affrontare la realtà del quotidiano, senza quella malia che ogni giorno ricamo ricalcando sentieri luminosi e ombrosi, pieni di sorprese, di bacche e funghi, di fiori e farfalle, di animali mansueti e feroci, di alberi dal volto di corteccia (ha mai provato ad abbracciare un albero? Scoprirà di proiettarsi in alto attraverso la linfa vitale della madre terra). Di nascosto, lo faccio da quando ero bambina. In fine, in confidenza: è proprio sicuro di non aver mai incontrato qualche vecchia fata in incognito, smarrita?

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