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Intervista a Guglielmo Peralta

in: Temperamente

Temperamente è lieto di ospitare, nel nostro consueto salotto letterario virtuale, l’autore del romanzo H-ombre-s. Guglielmo Peralta, palermitano, è stato insegnante elementare e docente nelle scuole medie e superiori. Scrive poesie, racconti, saggi, romanzi e nel 2004 ha fondato la rivista monografica della Soaltà.

Soaltà è un neologismo da lei coniato per indicare una dimensione tra sogno e realtà. Quando l’ha scoperta e cosa rappresenta per lei?

La soaltà, più che indicare una dimensione tra sogno e realtà, è la loro identità, la sintesi perfetta tra mondo del sogno o della visione, e visione del mondo, ossia: tra la realtà interiore, in cui si rappresenta il mondo del sogno, e la realtà esteriore, in cui il sogno acquista un corpo e, dunque, visibilità. Per comprendere come non ci sia opposizione tra la realtà e il sogno, bensì piena identità, bisogna accogliere con flessibilità e senza pre-giudizi il nuovo concetto di sogno; occorre fare posto, accanto ai suoi significati tradizionali e ormai radicati, al nuovo significato che esso acquista relativamente alla visione soale. Qui, il sogno non è il fenomeno onirico né il desiderio che accarezziamo ad occhi aperti, ma è l’idea, l’immaginazione creatrice, la rappresentazione che los-guardo creativo sollecita e contempla sulla scena che si apre dietro le quinte dell’occhio. Il sogno è quest’intima apparizione, il mero fenomeno che dà consistenza alla realtà; che in-siste, sta dentro di essa annullandone l’aspetto illusorio.
La scoperta di soaltà (“scoperta” è il termine esatto, poiché sempre si scopre – ne sono convinto – qualcosa che già esiste autonomamente, in noi o fuori di noi, e che a un certo momento si svela venendoci incontro), è avvenuta ventisei anni fa, ma allora era solo un neologismo, una parola contenente un pensiero nuovo, un’idea, un lucore, un magma in attesa di effondersi, e ancora, una “materia” che avrebbe conosciuto nel tempo il suo big bang.
La soaltà: il suo spirito, la sua natura, il suo essere e il suo divenire non si possono concentrare e spiegare in una sola definizione. Essa rappresenta per me una soaltanschauung, una nuova visione del mondo, una rivoluzione ottica. È l’universo delle idee, che genera il mondo delle cose, ed è la visione che concilia, fino a svelarne l’identità, il regno dello spirito, cui appartengono i sogni, con il regno della materia, cui appartengono le cose, risolvendo così l’opposizione tra queste due nature, colta dall’opinione comune fondata sulla “cattiva” vista. Alla concretezza della realtà fisica, materiale, si contrappone la “concretezza” del sogno spirituale. Sogno e realtà sono ritenuti opposti e distanti perché collocati in regni separati. Ma lo spirito è la realtà interiore dell’uomo. È lo spazio sacro della creazione, dove si rappresenta il mondo del sogno, o della visione. Ed è, al tempo stesso, la realtà esteriore che gli dà corpo e visibilità; un corpo che è una veste “confezionata” dallo spirito stesso.

Che importanza hanno i sogni nella vita di ognuno e, in particolare, per i giovani di questo sempre più tecnologico terzo millennio?

Il sogno, nel suo significato soale e come è stato già definito nella prima risposta, è creativo e ci fa eliotropi volgendoci verso la luce della bellezza, all’interno del regno dello spirito. Lo s-guardo, che opera questa conversione, riconduce il mondo dentro di noi, a differenza dei sensi che lo tengono fuori. Così lo abitiamo ed esso si concede al nostro spazio interiore, lo guardiamo da quel punto di vista radiante e ne cogliamo l’intima natura, generata dal sogno del Divino Creatore. Insieme col mondo, le cose tornano ad essere nostre creature e ne cogliamo la bontà, inscindibile dalla bellezza e dal sogno da cui sono nate, da cui nascono, per esserci fedeli compagne nella vita di ogni giorno, per servirci e alleggerire le nostre fatiche. Dentro ci sentiamo migliori, restituiti a noi stessi. Impariamo a sognare con altri occhi, con lo s-guardo che ci decanta e incanta mantenendoci saldamente nella realtà, che esso autentica e rende più vera con la sua luce creatrice. Sì, questo è il sogno che dà importanza alla vita e che consiglio a tutti, ai giovani, soprattutto, di coltivare, di volere fortemente. Non è un sogno da realizzare ma da scoprire ogni giorno nel suo luogo naturale e a noi familiare, dove possiamo accedere tranquillamente con lo s-guardo, che è la password universale, e dove solo possiamo sentirci veramente sicuri e aperti alla comunicazione della vera ricchezza che riceviamo, che vi cogliamo. Più dei sogni comuni, “tradizionali”, vale questo sogno pantocratore, da cui deriva anche la tecnologia e che la supera andando sempre oltre, perché esso è il progresso ed è la vera cultura e la civiltà da riscoprire. Con questo sogno dobbiamo imparare a guardare il mondo; in sua costante presenza dobbiamo e possiamo addentrarci e andare con passo sicuro nella selva dei siti tecnologici sapendo che cosa cercarvi, come utilizzarli e uscirne più ricchi senza correre il rischio di perderci.

Tra tutte le forme di scrittura nelle quali si destreggia, quale preferisce?

Alla base di tutte le scritture e, dunque, del pensiero creativo, c’è la Poesia come predisposizione dell’anima alla bellezza e che apre alle forme dell’arte o della creazione; come voce che chiama e alla quale non si può non rispondere. Pertanto, non ho preferenze riguardo alle diverse forme di espressione, ma tutte le prediligo. Avendo tutte, come già detto, la Poesia come matrice comune, nell’esprimermi in una forma o nell’altra ho sempre l’impressione di “fare” poesia!

“H-ombre-s” pullula di richiami letterari. Quali sono gli autori o i libri che l’hanno segnata significativamente? E quale, tra i classici, può considerare il più “attuale”?

I libri, innanzitutto! Essi hanno alimentato, in maniera inesauribile, l’amore e la passione, prima per la lettura e poi per la scrittura, quando l’una non aveva ancora per me un volto, un nome da sfogliare e la scrittura, angelo senza ali, giaceva in un cielo ancora sconosciuto. Sempre ho visto nei libri un simbolo della cultura, della poesia, della bellezza e ne ho avvertito il fascino fin da bambino, quando, ancora in età prescolastica, ad attrarmi erano i libri di scuola dei miei fratelli più grandi. Il primo grande autore, che mi ha sollecitato e “iniziato” alla scrittura, è stato John Steinbeck, di cui ho letto tutti i romanzi. A seguire, tanti altri autori e tantissimi libri spaziando negli ampi pascoli della poesia, della narrativa, della saggistica, della filosofia, del teatro. Di ciascuna di queste coltivazioni, mi limito a segnalare tre nomi. Per la poesia: Leopardi, Neruda, Pavese. Per la narrativa: Dostoevskij, Hesse, Buzzati. Per la saggistica: Blanchot, Foucault, Borges. Per la filosofia: Hegel, Heidegger, Cartesio. Per il teatro: Pirandello, Ionesco, Shakespeare. Tra i libri che mi hanno “segnato” e che ricordo con rinnovato stupore, cito: “Le parole e le cose”, di Foucault; “In cammino verso il linguaggio” e “Sentieri interrotti”, di Heidegger; “Lo spazio letterario”, di Blanchot; “Altre inquisizioni”, di Borges; “Fahrenheit451”, di Bradbury; “L’idiota” e “I fratelli Karamazov”, di Dostoevskij; “Platero y yo”, di Jimenez…Per quanto riguarda il “classico” più attuale, dico che l’attualità di un libro, definito un classico, non è legata al tempo che, trascorrendo, può relegarlo in soffitta, ma al nostro spazio interiore e al calco che vi ha lasciato, sul quale possiamo modellare, per sempre, il nostro sogno e il nostro stile di vita. Ma se proprio devo scegliere tra i classici, Pirandello è attualissimo perché nel suo teatro non c’è nulla d’inventato. Esso rappresenta la vita, ne svela gli aspetti più intimi e segreti lasciando cadere le maschere e mostrandone il volto nella sua nuda e cruda verità.

Che consiglio sente di offrire a quanti oggi leggono e scrivono?

È già una “fortuna”, un miracolo, leggere e scrivere. Per cui un consiglio andrebbe dato a chi non gode di queste due forme di “ricchezza”. E il consiglio è, appunto, di accostarsi con curiosità alla lettura, che è, comunque, un bene a portata di mano (o di occhi), e di mettersi alla prova con la scrittura, cosa più difficile ma possibile, in quanto ognuno è libero di esprimersi e può farlo a diversi livelli, secondo le conoscenze acquisite, secondo il proprio bagaglio culturale e il proprio talento. Per quanto riguarda coloro che praticano o, meglio, coltivano queste “piante” dello spirito (la lettura, che dà frutti già maturati e concimati con la sostanza spirituale; la scrittura, che genera l’albero della lettura e vi appende i propri frutti), mi sento non di consigliare, ma di ricordare di ringraziare sempre il Poeta universale per il dono o grazia ricevuta, per questi beni ofelimi, che hanno come “utilità”, soprattutto il godimento estetico, il piacere puro, derivante dal loro uso e dal loro semplice possesso.

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