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Alessandro Pierfederici:
maestro di tasti e tastiera

Rivista Melitonline
29 Agosto 2018
Filippo Di Nardo

Il gentleman in questione vanta, aggiornato al momento in cui state leggendo, un Curriculum Artistico prestigiosissimo ed invidiabile; e siccome i primi momenti di gloria si ravvisano già dalle scuole medie, il nostro amicov anta una carriera lunga quanto la Muraglia Cinese: Casello-Casello.

Musicista di caratura mondiale, è stato recensito ed intervistato da eminenti giornalisti in Tv, emittenti radiofoniche, OnLine, e stampa.

Scrittore di vaglia, ha vinto numerosi premi letterari di rilevanza nazionale.

Su di lui è stato quasi detto e scritto tutto.

Finora, s’intende!

Nonostante sia indaffarato oltre ogni dire, e sia immerso nelle sue innumerevoli attività, ha trovato un (gran) lasso di tempo da dedicarmi.

Ho avuto perciò il privilegio di una piacevolissima chiacchierata con il Maestro, il quale, ben volentieri, ha accettato di esaudire alcune mie curiosità.

Dopo un crepuscolo color piombo e mentre le tenebre stanno calando su questo nostro Stivale ridotto da variopinti pagliacci a vecchio scarpone, lo chiamo al telefono.

Ecco di seguito la trascrizione di questa piacevole chiacchierata by night, dalla quale trasparirà l’eclettismo dell’illustre ospite, e si evidenziano anche alcuni aspetti personali dell’uomo Alessandro Pierfederici.

Maestro, Lei è appena tornato da La Palma, una delle isole delle Canarie. Vedo che ormai è un habitué di questo splendido posto e ci ritorna ogni anno: come mai?

Perché è uno dei luoghi più belli del mondo, dove ancora la natura detta i suoi tempi e le sue leggi all’uomo; dove si possono trovare paesaggi incredibilmente diversi a pochi chilometri l’uno dall’altro: dalla giungla tropicale ai paesaggi lunari creati dalle eruzioni vulcaniche; dalle catene montuose verdissime solcate dai “barrancos”, che ricordano il paesaggio delle lontanissime Isole Marchesi, alle vallate di pini che ricordano quelle alpine; dalle piantagioni di banane e avocado a piccoli villaggi circondati da vegetazione bassa e fichi d’india, nei quali sembra di trovarsi in Sudamerica; dalle piccole cittadine che conservano ancora le vestigia della storia coloniale, soprattutto nelle chiese, alcune delle quali risalgono agli inizi del Cinquecento, a paesaggi rocciosi, strapiombi e caverne che sembrano usciti di peso dall’Inferno dantesco; dalle vette più alte che si ergono oltre il mare di nubi creato dai venti alisei che, anche quando sono forti, sfiorano ciò che toccano con delicatezza estrema, ad un mare immenso il cui azzurro non ho mai visto altrove e che abbraccia le varie e frastagliate coste quasi come un padre, ora bonario e carezzevole, ora adirato e furente; da un clima vario, fresco anche d’estate (che per me è un’autentica benedizione), che contempla fenomeni particolari, come la pioggia orizzontale, ad una meravigliosa varietà di colori: gli arcobaleni più belli della mia vita li ho visti in quest’isola in inverno.

Se aggiungiamo la pulizia dell’aria, dovuta allo scarso inquinamento e alla forte ventilazione, l’ottima qualità del cibo, poiché non è solo un’isola di pescatori ma anche di contadini e allevatori, la tranquillità e il silenzio, che in certe zone di notte è assoluto, e soprattutto il fatto di essere fuori dalle destinazioni turistiche di massa, si può facilmente comprendere la mia predilezione per questo luogo.

Inoltre, almeno una volta all’anno, vi tengo un concerto e dei corsi assieme a mia moglie, per cui l’utile si unisce al dilettevole.

Lei è un enfant prodige: all’età di 12 anni già accompagna cantanti lirici affermati. Cosa prova un quasi ragazzino in questo cimento che farebbe tremare i polsi ai più navigati?

È stato come entrare improvvisamente in un mondo fiabesco, di cui fino a poco prima avevo solo sentito parlare e che non mi era mai interessato molto. Sentire storie di teatro, conoscere artisti che si erano esibiti accanto a coloro che avevano fatto o stavano facendo la storia dell’opera lirica o che erano i protagonisti delle maggiori incisioni discografiche, fare musica con loro in un vortice di suoni, di parole, di sensazioni (e tantissime volte mi mettevano davanti spartiti di arie che dovevo all’istante leggere a prima vista), è stato decisivo nel determinare la mia scelta di prendere questa strada e decidere di diventare un musicista professionista. Fu anche il momento, però, in cui inconsapevolmente entrai nel mondo degli adulti senza essere ancora passato per l’adolescenza; mi sentii già allora diverso dai miei amici e compagni di scuola e lontano dal mondo che fino a poco prima era il mio: ero preso da un entusiasmo che non avevo ancora conosciuto, certo che sarebbe andato tutto benissimo e il futuro sarebbe stato sicuro e brillante. Ma quella brutta bestia dell’adolescenza era ancora di là da venire, sarebbe stata molto difficile e si sarebbe incaricata di far svanire ad uno ad uno tutti quei sogni.

Due anni dopo è Pianista Accompagnatore nella rassegna “Musica Giovane”, in quel di Treviso. Quali i suoi ricordi?

Il ricordo più vivo, che ho davanti a me come se fosse stato ieri, è quello del cosiddetto “dietro le quinte”: ero uno studente ed era la prima volta che entravo in teatro dalla parte degli artisti e vedere, nella penombra delle luci di servizio, il retro del palcoscenico, con tutta la sua struttura tecnica, oltre che con tutti coloro che vi lavoravano, mi ha lasciato un’impressione indimenticabile, quasi fosse un presagio del destino: dieci anni dopo avrei iniziato a lavorare in quello stesso teatro, su quel palcoscenico e dietro quelle quinte, come maestro collaboratore. Ricordo la tranquillità, che mi stupì già allora, con cui affrontai quella prova, accompagnando alcuni brani di Mozart, senza ansia, senza paura del pubblico, con naturalezza. E ricordo quanto mi sentii importante nel far parte di quell’evento, nel vedere il mio nome stampato sui programmi, nell’essere dalla parte “privilegiata” del palcoscenico.

Ma come nasce questa passione per il Pianoforte e la Musica colta?

Sono stato iscritto ad una scuola di musica quando frequentavo la quarta elementare, credo perché mio padre tenesse a che i suoi figli facessero ciò che lui avrebbe desiderato per sé, senza poterlo fare; quando affrontai l’esame di ammissione, lo ricordo ancora adesso, non dimostrai la benché minima attitudine musicale: non sapevo intonare una nota né riprodurre un ritmo! Venni comunque ammesso, forse perché avevano bisogno di qualche allievo in più, e cominciai a studiare il pianoforte, all’inizio svogliatamente, poi con un po’ più di interesse. Non avevo nessuna intenzione di diventare un musicista, ma l’incontro con il mondo della lirica e dei cantanti, tre anni dopo, mi indirizzò verso la musica ed io, preso dell’entusiasmo giovanile e credendo di aver trovato il mondo delle fiabe, facile alle illusioni, mi lasciai trascinare su questa strada che si rivelò, già a partire da un paio di anni dopo, irta di ostacoli, ripensamenti, ripensamenti dei ripensamenti e così via. Ho smesso lo studio della musica, sia del pianoforte che della composizione, per due volte e per due volte l’ho ripreso; ad un certo momento ho lasciato perdere tutto per cambiare completamente strada e sono stato militare dell’Aeronautica per quasi tre anni (è stata la mia personale versione dell’arruolarsi nella Legione Straniera per dimenticare fallimenti e delusioni), ma poi, lasciata la vita militare, ho ripreso gli studi e, mentre li completavo, ho iniziato anche la mia attività professionale di musicista.

Lei fuma?

Per la parte dell’anno che trascorro a Treviso, fumo l’inquinamento non proprio indifferente della Pianura Padana, e ne farei volentieri a meno. Quanto al tabacco o altro… no; ma ogni tanto mi diverto a farmi fotografare con una sigaretta spenta in bocca, così, per prendermi in giro da solo.

Lei ha iniziato lo studio di Direzione Orchestrale con Ludmil Descev, per poi conseguire il Diploma di Direzione d’orchestra sotto la guida del M° Julius Kalmar - allievo di Hans Swarowski - il quale ha portato avanti la direzione direttoriale dell’illustre Sergiu Celibidache. Ma cosa si intende quando si parla di tradizione musicale?

Un modo condiviso di rapportarsi con la musica, con la conoscenza di un autore o di una scuola, con l’interpretazione di un brano, con le scelte tecniche, nel quale generazioni diverse si riconoscono l’una dopo l’altra, seguendo i loro maestri e ricevendo da chi viene prima, aggiungendovi del proprio per passarlo a chi verrà.

Come studente di composizione sono stato allievo di Corrado Pasquotti, che proseguiva la tradizione di Manzoni e Donatoni, la quale a sua volta si riallacciava ai principi della scuola di Darmstadt, post-dodecafonica. Ricordo ancora oggi intere giornate a studiare, analizzare, ascoltare, imitare nella scrittura e nello stile tutti i grandi compositori del Novecento storico, dalla Seconda Scuola di Vienna (nella quale il mio prediletto è Alban Berg) a Bartok, Stravinsky, Prokofiev, Hindemith; tuttavia, per quanto mi sia stato detto di possedere un talento anche per la composizione, non ho mai voluto seguire quella strada, convinto che non si possa più scrivere nulla che sia apprezzato o capito dal pubblico senza che il compositore non debba essere lì a spiegare la sua musica.

Come studente di direzione d’orchestra, quando sono entrato in contatto a Vienna, in modo poco meno che brutale, con il metodo Swarowski, riletto dal suo allievo Kalmar, che ritengo uno dei massimi didatti della direzione d’orchestra, severo, intransigente, estremamente passionale e sanguigno (non ricordo più di due “bravo” in tutto il tempo in cui l’ho frequentato, ma quei due apprezzamenti significavano che sarei potuto andare in quel momento davanti a qualunque orchestra e dirigervi, seduta stante, senza difficoltà, quei brani) – metodo basato essenzialmente sulla precisione tecnica del gesto in rapporto al ritmo e sull’analisi meticolosa, direi quasi “radiografica” della composizione affrontata; quando sono entrato in contatto con questo metodo – dicevo – ho capito, per la prima volta, cosa significasse conoscere la musica e mi sono reso conto che non sapevo quasi nulla. Da tale consapevolezza è sorta poi la necessità di ricominciare e da allora ho sempre sostenuto che, nonostante anni di studio precedente, solo a Vienna ho imparato che cos’è la musica e come affrontarla in modo dignitoso e rispettoso.

Alla scuola di Swarowski si formarono direttori del calibro di Abbado e Mehta, per restare sui nomi maggiori che ora mi vengono in mente; Kalmar, nella sua “rilettura” inserì la sua personale ammirazione, spinta fino alla devozione, per l’arte di Toscanini, che considerava come modello fondamentale, e che aveva anche lui come pilastri essenziali della sua interpretazione la chiarezza dell’insieme e la precisione ritmica. Da questa tradizione, dunque, ho ripreso il modo analitico di rapportarmi con la musica, la necessità della chiarezza assoluta del gesto del direttore, l’importanza della struttura ritmica, dagli elementi basilari alle grandi architetture sinfoniche e liriche, che diventa poi anche struttura estetica, trasformando il ritmo in espressione musicale fatta di equilibrio tra espansione e compressione.

Lei è stato a stretto contatto con gente del calibro di Peter Maag, Virginio Puecher, Gianfranco De Bosio e tantissimi altri di elevato spessore. Mi eviti la querela: cosa ha rubato a questa gente?

Dal direttore Peter Maag ho imparato innanzitutto cosa significa eseguire la musica di Mozart, di cui fu un eminente specialista; come equilibrare tempi, colori, intenzioni drammatiche e musicali in funzione di una forma chiarissima e perfettamente comprensibile, che era la sua prerogativa nella lettura di tutto il repertorio che eseguiva; come cercare un pensiero, talora anche una filosofia, dietro la forma musicale.

Dal regista Virginio Puecher ho imparato che cos’è il teatro: con lui (e con Maag) ho debuttato quale maestro collaboratore, con il “Falstaff” verdiano, ed ho l’enorme rimpianto che sia scomparso subito dopo, prima che potessi lavorarvi ancora. L’ho visto prendere una massa informe, uno spazio vuoto e riempirlo, istante dopo istante, movimento dopo movimento, di creazione, arte e bellezza. Dopo di lui, ho ritrovato la stessa suggestione nel vedersi formare a poco a poco la realtà scenica con un altro regista con cui ho collaborato numerose volte con immenso piacere, Ulisse Santicchi, con il quale sono tuttora in contatto come un autentico maestro di cultura e di estetica.

Con Gianfranco De Bosio ho lavorato ne “Le Nozze di Figaro”, e conservo il ricordo di una bellissima produzione tradizionale, dalla semplicità e chiarezza veramente illuministiche: potrei dire di aver avuto conferma che la semplicità e la chiarezza sono due delle prerogative irrinunciabili della grande arte.

Vorrei poi ricordare anche Pier Luigi Pizzi, con il quale ho lavorato in una prestigiosa produzione nel 1990 e dal quale ho imparato cosa sia il gusto estetico dell’accostamento di colori, costumi, luci quali elementi non solo decorativi ma essenziali per la realizzazione di uno spettacolo: e da quell’esperienza, arricchita dalla presenza di cantanti di prim’ordine, ho maturato la consapevolezza che anche nella musica la ricchezza di colori e di chiaroscuri ha un ruolo fondamentale per definirne e rappresentarne la vera natura.

Dopo cena gradisce un Whisky, un Cognac oppure del Bourbon?

Non ho molta dimestichezza con gli alcolici, tantomeno con il vino (pur essendo nato in una terra di vini ed essendo figlio di un sommelier…), fatta eccezione per il Rom Miel, specialità dell’isola de La Palma, che in più occasioni, alla sera, mi ha acceso l’ispirazione creativa in modo irrefrenabile, tanto che il saggio “Oltre le colonne d’Ercole”, del quale una buona parte è nato sotto l’egida di questo dolcissimo liquore misto di rum e miele entrambi prodotti a La Palma, ha poi superato le 500 pagine; e fatta eccezione per la Caipirinha, che ho imparato a fare in Brasile dai cugini di mia moglie e che è diventata per me non una bevanda ma una vera e propria filosofia.

Due Direttori D’Orchestra a confronto: Herbert von Karajan e Wilhelm Furtwangler…

Mettere a confronto due esponenti colossali dell’interpretazione musicale, tra l’altro provenienti, sia pur appartenendo a due generazioni diverse, dalla stessa tradizione (a proposito…), alla quale hanno aggiunto il sigillo della propria personalità, oltre che quello dei tempi in cui lavoravano, richiederebbe forse un intero libro. Ricordo che, fra gli undici e i dodici anni, avevo iniziato ad ascoltare, con la passione e l’entusiasmo del ragazzino, i dischi delle sinfonie di Beethoven, che mi facevo regalare ad ogni occasione possibile; fra questi, avevo l’Eroica diretta da Furtwängler e la Pastorale diretta da Von Karajan: il primo confronto fra questi due titani della direzione avvenne involontariamente e inconsapevolmente durante quegli ascolti. Ricordo l’impressione dell’Eroica come quella di una creazione monumentale, massiccia, ciclopica, così come la trasmetteva Furtwängler, e quella della Pastorale come un incantevole, affascinante viaggio attraverso la freschezza e la dolcezza della natura, impressione datami certamente dalla bellezza celestiale del suono che usciva dall’orchestra di Karajan. E quelle impressioni hanno avuto conforto e conferma nel corso degli anni quando, ascoltando ulteriori esecuzioni dei due maestri e conoscendone in parte la loro biografia, ho capito che tali impressioni corrispondevano pienamente alle due personalità interpretative: la grandiosità architettonica di Furtwängler, che comprendeva e assorbiva nella delineazione di una struttura ad amplissimo raggio anche i particolari più minuti del discorso musicale (ho riscontrato qualcosa di simile in un altro grande contemporaneo, Otto Klemperer, il cui taglio era ancora più squadrato, asciutto e quasi primordiale), forse un retaggio culturale trasmessogli dal padre, noto archeologo; e la raffinatezza di suono, l’eleganza del fraseggio, la ricerca quasi ossessiva del rilievo di ogni minimo particolare, fino alle microstrutture, in Karajan. In altre parole, Furtwängler guarda all’imponenza dell’architettura complessiva nella quale inserisce tutti i particolari ornamentali, dai fregi ai bassorilievi, Karajan assembla in una collana multicolore ma coerente nella forma una serie di pietre preziose; o, se vogliamo, Furtwängler scrive un poema epico, (persino in Die Zauberflöte, dando alla fiaba mozartiana una valenza simbolica e sacrale appartenente davvero al postromanticismo), Karajan una silloge di liriche, l’una collegata all’altra: sia in Beethoven che in Wagner, frequentati abbondantemente da entrambi i direttori, questo aspetto appare evidente e mette in rilievo perfettamente la loro diversa lettura, cosmica e sovrumana quella di Furtwängler lirica, psicologica ed umana quella di Karajan.

Di Karajan ho sempre ammirato la varietà di repertorio, che spaziava fra le tradizioni sinfoniche di vari paesi e scuole e comprendeva anche l’opera italiana, e la straordinaria bellezza di suono: mi vengono in mente, a titolo di esempio, l’attacco del tema del destino nella sinfonia da “La forza del destino” di Verdi, l’attacco dell’orchestra con il primo tema del secondo concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov, dopo gli accordi introduttivi del solista, il secondo tema del primo movimento dell’Incompiuta di Schubert e del primo movimento della Sinfonia “Dal Nuovo Mondo” di Dvorak, il primo movimento della Quinta di Beethoven (esiste uno straordinario video in bianco e nero, con un’esecuzione sontuosa), l’Allegretto della Settima e così via all’infinito. Ho avuto la fortuna di conoscere artisti che hanno suonato in orchestra o cantato sotto la sua bacchetta e mi hanno tutti parlato di un magnetismo incredibile, un carisma ed una capacità insuperabile di forgiare il suono con il gesto.

Tuttavia, per continuare il confronto in una sorta di equilibrio, trovo insuperabile di Furtwängler il finale della Quarta Sinfonia di Brahms, la marcia funebre di Siegfried e tantissimi altri momenti della Tetralogia, fra cui l’inizio di Die Walküre, in cui la tempesta nel bosco dipinta da Wagner diventa davvero un rivolgimento cosmico che investe tutta la terra e tutta l’umanità.

Inutile aggiungere che avrei tanto voluto conoscerli entrambi…

Due Pianisti a confronto: Arturo Benedetti Michelangeli e Wladimir Ashkenazi…

Arturo Benedetti Michelangeli mi ha sempre affascinato per la sobrietà e l’attenta selezione delle occasioni di esibizione pubblica e di registrazione, e per quella sorta di sacralità con cui affrontava un repertorio non vastissimo ma approfondito fino alla ricerca della vera, autentica, anima della musica; e a mio avviso si trattava di un approfondimento volto a limitare sempre di più il proprio intervento di interprete, le proprie sovrastrutture espressive, per arrivare all’essenza stessa del brano, della volontà e dello spirito del compositore, grazie ad un dominio tecnico sbalorditivo e assoluto. Mi è servito da modello più volte durante gli anni finali di studio in vista del diploma di pianoforte, per quanto io sia cresciuto negli anni precedenti con l’ascolto quasi esclusivo di Maurizio Pollini.

Per quanto riguarda Ashkenazy, non ho ascoltato moltissimo delle sue registrazioni e quindi non sono in grado di avere un’opinione plausibile.

Il suo compositore preferito…

Quello che sto studiando o eseguendo in quel momento.

Lei è un eccellente pianista. Il brano che esegue con immenso piacere personale ?

La ringrazio dell’eccellente; personalmente mi ritengo un discreto strumentista. Per quanto riguarda i brani, direi, come solista, il Preludio op.24 n.15 di Chopin; come accompagnatore d’opera, il “Liebestod” dal “Tristan und Isolde” di Wagner; come accompagnatore di musica vocale da camera, il “Busslied” op.48 n.6 di Beethoven.

Mi consenta una domanda da Par Condicio: qual è stato il suo muso ispiratore?

C’è stato un periodo in cui, alla mattina, appena sveglio, mi guardavo il viso allo specchio e dicevo: “Così non va! Devi assolutamente migliorarti!” e la spinta che mi veniva da quella non proprio incantevole visione mi ispirava a fare qualcosa per me. Adesso non è più così, nel senso che ho realizzato che migliorare il mio aspetto è una partita persa in partenza… Ma l’ispirazione, per fortuna, è rimasta! Mi consenta, naturalmente, la mia personale interpretazione della sua domanda.

Da tempo a questa parte vanno di moda i Talent. Mai però che ce ne fossero di dedicati alla Lirica, Classica, all’Operetta o per giovani di altra estrazione musicale. A suo avviso ci vorrebbero, oppure sono solo una vetrina passeggera?

Il discorso è molto complesso e dovrei fare un grande sforzo per restare obiettivo e non diventare scurrile; fortunatamente non guardo mai i programmi televisivi e rimango sempre del parere che una televisione come quella che ricordo, quando ancora la seguivo, potrebbe tranquillamente chiudere senza lasciarmi alcunché di nostalgia: a casa mia abbiamo staccato l’antenna da molti anni e non ne sentiamo davvero la mancanza. Aggiungo solo che sono pienamente convinto che tutto ciò che passa dalla televisione ha una valenza esclusivamente passeggera e il più delle volte lascia il tempo che trova, per cui ritengo che non sarebbero di alcuna utilità.

Il suo piatto preferito è?

Da cuoco, il chili messicano con carne e fagioli rossi, naturalmente accompagnato dal riso bianco: ho una ricetta tutta mia nella combinazione e nell’equilibrio tra gli ingredienti e le spezie; da fruitore del cibo, adoro il pane tostato con il burro e la marmellata… ma forse lei intendeva un piatto “elaborato” e allora, per restare sul leggero, gli spaghetti alla carbonara, naturalmente preparati da me (ho una referenza importante: uno chef di un lussuoso albergo di Cascais, in Portogallo, compagno di un’allieva portoghese di mia moglie, dopo aver assaggiato la mia carbonara, mi ha testualmente detto: “Prepariamo carbonara tutti i giorni per i nostri clienti, ma questa è la migliore che io abbia mai mangiato!”).

L’albergo dove ritorna volentieri?

Non ritorno quasi mai nello stesso albergo (di solito, quando vi ritorno dopo qualche anno, li trovo molto più decadenti e inefficienti), ma quello nel quale tornerei certamente è l’Hotel San Martìn di Foz de Iguaçu, in Brasile, per il semplice motivo che si trova a pochi passi dal luogo più bello che io abbia mai visto al mondo, le Cataratas do Iguaçu: un vero paradiso in terra, dove umano e sovrumano si incontrano e si parlano; dove un autentico misticismo della natura si diffonde dalla Mata Atlantica, che costituisce anche la quasi totalità del parco dell’hotel, a tutto il paesaggio di foreste e acque, evocando suggestioni da fiaba, dell’infinito oltre l’orizzonte, di una dimensione fuori dal tempo; dove tutto si ridimensiona e tutte le passioni, i conflitti, i dubbi umani diventano qualcosa di piccolissimo, invisibile di fronte a tanta grandezza: ho avuto la fortuna di vedere le cascate, e soprattutto l’imponente Garganta do Diablo, sia dalla parte brasiliana che da quella argentina, nella stagione di piena: una dimostrazione di forza della natura che è difficile spiegare a parole e che mi ha lasciato il desiderio di non staccarmi più da quel luogo.

L’Associazione Asolo Musica la vuole nell’attività di Docente nei corsi, svoltisi alla Fondazione Levi di Venezia in collaborazione con il Teatro La Fenice, per Maestri Sostituti. Quanto dura e su che verte la sua lezione?

Si trattava di lezioni individuali svolte in un contesto collettivo in cui tutta la classe assisteva alle lezioni dei compagni. Il mio compito era quello di insegnare a pianisti neodiplomati in conservatorio, quando ancora la specializzazione nell’accompagnamento non esisteva, le modalità di studio, apprendimento, esecuzione durante le prove di sala e insegnamento o collaborazione con i cantanti per il ripasso delle parti vocali, di uno o più spartiti d’opera: il programma verteva su alcuni titoli della stagione della Fenice di quell’anno (1992). Si tratta dello stesso lavoro che farei adesso qualora mi chiamassero per insegnare questa medesima disciplina: la conoscenza strumentale del pianoforte è solo il requisito basico per affrontare poi questo percorso di approfondimento e specializzazione, che presenta aspetti abbastanza diversi, come la necessità di sintetizzare spesso la struttura musicale che, essendo una trascrizione orchestrale, deve essere resa al meglio nei suoi tratti fondamentali, considerando che, comunque, il lavoro del pianista di sala non porta all’esecuzione pubblica al pianoforte dell’opera o del brano ma è il primo passo sulla via della realizzazione finale, a supporto del direttore e dei cantanti per poi affrontare le prove e le esecuzioni con l’orchestra: l’esigenza fondamentale, nell’ordine è quella di mantenere con assoluta precisione il ritmo, seguendo il gesto del direttore, in secondo luogo le armonie: il cantante ha bisogno di strutture chiare a supporto della sua esecuzione e il direttore ugualmente; tentare, come spesso ho sentito fare, di suonare tutto ciò che è stato pedissequamente trascritto dall’orchestra senza tener conto della diversa componente tecnica dello strumento (ad esempio, gli archi suonano con relativa facilità anche in velocità passaggi a note ribattute che per il pianoforte sono invece molto più ostici e, con alcuni strumenti dalla meccanica pigra e pesante, come ho avuto modo di sperimentare, quasi impossibili; ragion per cui, il compito del pianista chiamato a suonare brani o passaggi di tal genere è quello di semplificare, sintetizzando e rendendo l’effetto al massimo così che il cantante e il direttore abbiano la medesima percezione della precisione che si realizzerà poi, nell’esecuzione completa con l’orchestra.) Di fatto, si insegna un mestiere, con le sue tecniche, i suoi trucchi, le sue esigenze, un mestiere musicalmente molto importante perché ha come altro presupposto indispensabile un amore sviscerato per le voci, i cantanti, l’opera, e quindi una progressiva conoscenza del repertorio e delle esigenze, delle difficoltà e delle caratteristiche dei registri vocali e dei singoli cantanti.

Lei crede nella vita dopo la morte?

Credo nella vita dopo la vita, anzi, in altre vite dopo questa vita.

Partecipa alla prima italiana di: Un Segreto D’Importanza. Le piace l’Opera Buffa?

Moltissimo, per più motivi. Il primo è la scrittura musicale, che mi diverte sempre tantissimo, e che, comunque, a seconda dell’autore, connota l’elemento buffo di aspetti diversi: il pensiero e il simbolismo in Mozart, il comico ora farsesco, ora amaro ora patetico in Rossini, il sentimentalismo romantico in Donizetti, fino al pessimismo sulla condizione umana che avvolge la straordinaria commedia verdiana del “Falstaff”. Il secondo è la sfida, che parte dall’autore ma coinvolge gli interpreti, consistente nel far divertire il pubblico attraverso l’elemento comico, divertente, ora giocoso e brioso, ora surreale e grottesco, il che non è così facile come potrebbe apparire a risultato ottenuto: ritengo che il genere comico sia molto più difficile di quello serio perché bisogna far ridere e sorridere facendo bene e non far sbellicare dalle risa per la pessima qualità dell’esecuzione. Sono convinto che sia più facile far piangere sulla sorte di Mimì, Cio Cio San, Violetta, Desdemona, Liù ed altre eroine dell’amore che far ridere (o sorridere amaramente) sugli inganni ai danni di Mustafà, Don Bartolo, Don Pasquale o sull’ingenuità di Nemorino o sulla boria di Don Magnifico. Il terzo è la particolare caratteristica costruttiva del genere comico che di sua natura prevede un’interazione continua fra i personaggi nelle scene d’assieme, tale per cui ogni battuta trae alimento dalla precedente e provoca la successiva: la grandezza di una compagnia di interpreti del genere buffo sta nell’affiatamento, nell’essere in grado, musicalmente, vocalmente e scenicamente, di ricreare ogni volta con la freschezza dell’improvvisazione la scena, l’atto, l’intera vicenda; e tale freschezza la si ottiene certamente con l’esperienza del palcoscenico e del ruolo ma anche con prove accurate e approfondite che creino l’assieme con un’unica voce e un’unica intenzione: che è poi il miracolo del teatro.

La mia prima stagione come maestro sostituto in teatro comprendeva tre capolavori di questo genere, “Falstaff”, “Le Nozze di Figaro” e “L’Italiana in Algeri”; il culmine della mia esperienza con il genere buffo è poi avvenuto con quello squisito, elegantissimo capolavoro che è “Il Campiello” di Wolf Ferrari, da me diretto qualche anno fa in Giappone, con un cast quasi interamente di giovanissimi artisti giapponesi, che sono stati in grado non solo di cantare in dialetto veneziano (per insegnarlo durante le prove, ho dovuto studiarmi prima un dizionario goldoniano…) ma di interpretare perfettamente lo spirito della commedia e della musica che diventa narrazione, ricreando un divertente, gustoso, raffinato quadretto del Settecento veneziano a Nagoya.

Come pianista, ha accompagnato sia superstar che giovani emergenti, in sale quali la “Salle Pleyel”, dove si sono esibiti quasi tutti i musicisti di fama mondiale. Qual è la differenza tecnica e come cambiano le direttive?

Con gli artisti professionisti già in carriera e affermati, si tratta di un lavoro al servizio delle loro esigenze; spesso questi cantanti eseguono brani che hanno in repertorio da anni o provano qualcosa di nuovo che dovranno poi successivamente eseguire in teatro: nell’un caso e nell’altro, si tratta di capire al volo, e qui soccorre l’esperienza, quali sono le loro intenzioni, le loro esigenze, le loro abitudini, qualche volta anche i momenti difficili, ed assecondarli al massimo: non ho mai avuto problemi nell’accompagnare cantanti professionisti, e talora, solo con una semplice intesa verbale prima del concerto, l’esecuzione risultava impeccabile.

Con gli studenti o i giovani alle prime armi, è necessaria una maggiore vigilanza, poiché spesso non hanno ancora realizzato loro stessi quali siano le loro intenzioni e i loro punti deboli, spesso sono preoccupati per la memoria o per la riuscita tecnica, altre volte l’ansia da prestazione li rende vulnerabili musicalmente; direi che, più ancora che un’assistenza musicale, occorre in questi casi trasmettere un senso di sicurezza e tranquillità, che consenta loro di dimenticarsi di avere un pianista accompagnatore di supporto e concentrarsi totalmente sulla loro esecuzione. Non con tutti ci si riesce, ma – e questa è un’equazione matematica – coloro che non ci riescono durante le loro prime esecuzioni, non ci riusciranno mai e finiranno per dedicarsi ad altro: il talento per tenere il palcoscenico e fronteggiare il pubblico non lo si impara, o lo si possiede o è meglio non insistere.

Nel 2005 è assistente del Direttore Hubert Soudant, alla Muza Kawasaki Symphony Hall, inaugurata l’anno prima; subito dopo la troviamo alla Suntary Hall. A Luglio del 2006 debutta, stavolta, come Direttore in un concerto lirico a Nagoya; mentre ad Ottobre si esibisce come pianista al celeberrimo Bunka Kaykan, in quel di Tokyo. Come si è trovato nella Terra del Sol Levante? È vero che il pubblico giapponese è più che competente e al contempo impietoso?

In linea generale, in Giappone mi sono quasi sempre trovato bene; la proverbiale organizzazione, efficienza e professionalità giapponesi sono un ottimo aiuto per il lavoro musicale e la realizzazione degli spettacoli. La puntualità, precisione, considerazione per il lavoro altrui mi ha sempre affascinato, anche al di fuori del mio ambito professionale. Sono stato in Giappone otto volte e sempre ho cercato di conoscere anche la cultura, la civiltà, la storia e i costumi di questo popolo affascinante: visitare piccoli paesi, campagne, mercati, castelli storici, templi, musei, vivere la vita quotidiana è fondamentale per comprendere uno spirito così lontano dal nostro.

Per quanto riguarda il pubblico, devo dire che ha certamente una buona conoscenza media di ciò che va ad ascoltare, ma mai pari a ciò che lo contraddistingue di più, ossia, nonostante i luoghi comuni sulla riservatezza e compostezza orientali, l’entusiasmo; per quanto mi riguarda, non mi sono mai trovato di fronte ad un pubblico impietoso, tanto meno quello giapponese, non so se per merito mio o bontà del pubblico stesso.

Il ristorante dove ha mangiato bene?

Questa domanda mi fa venire in mente una gustosissima (è il caso di dirlo) scena del film “Guerra, amore e fuga” nella quale il soldato Frigg (Paul Newman) – trasformato in generale di divisione per far evadere un manipolo di generali di brigata prigionieri di lusso in una villa in Italia durante la guerra, ad una cena alla quale partecipano tutti i generali e durante la quale la contessa che li ospita chiede di dire quale è il loro ristorante preferito – di fronte alle risposte dei generali veri, che citano alcuni fra i locali più di lusso, raffinati, eleganti del mondo, rimane interdetto e, arrangiandosi alla meglio, cita il nome di una bettolaccia della sua città, che nessuno conosce… Ecco, di fronte ad una domanda come questa, mi rendo conto di non essere assolutamente tipo da ristorante, men che meno elegante: la prima cosa che cerco, in questi casi, è il pacchetto dei grissini, per svuotarlo, soffiarvi dentro per gonfiarlo e farlo scoppiare Detesto cordialmente la Nouvelle Cuisine e quella “cosa” incomprensibile e moderna che si chiama Fusion; sono sempre in difficoltà in quelle situazioni in cui ci sono troppe posate e troppi bicchieri e non si sa mai quale usare correttamente. Se posso, evito fino all’ultimo i ristoranti; se non posso, preferisco quelli “alla buona”, cucina casalinga, specialità locali…

Potrei dire che la città in cui ho mangiato peggio è stata Londra, il paese in cui ho mangiato meglio è il Brasile.

L’oggetto che non manca mai nella sua valigia?

Un astuccio con penne e matite.

Domenico Cimarosa e Il Maestro Di Cappella. Lei si è mai trovato in una situazione analoga? Credo di no, ma glielo chiedo ugualmente.

Sì, la prima volta che ho diretto; era un’orchestra raccolta per l’occasione da un altro direttore, con alcuni elementi che si conoscevano ma che per la maggior parte non avevano mai suonato gli uni assieme agli altri; per di più le prove erano ridotte al minimo di sopravvivenza per la musica che andavamo ad eseguire, e quindi ho dovuto fare di necessità virtù ed affidare alle mie braccia la parte che Cimarosa affida al suo Maestro di cappella, ossia far “vedere” letteralmente la musica da eseguire attraverso la gestualità (e qui mi viene in mente la raccomandazione del mio primo maestro, Descev: “Fai musica con mani!”). Il risultato è stato buono ma ricordo bene la totale assenza di soddisfazione provata alla fine: dopo anni di desideri e di una spasmodica ricerca di un’occasione per dirigere, tutto mi era apparso così facile,naturale, banale quasi, che non potei che pensare: “Tutto qua? Ed ho passato anni di vita a desiderare questo?”

Qualche anno dopo, e siamo nel 2008, debutta negli States, in un concerto all’Istituto Italiano di Cultura nella città degli Angeli in collaborazione con la Los Angeles Opera e il Goethe Institute. L’anno dopo vi ritorna per un concerto, di nuovo con il Basso Andrea Silvestrelli e Lucia Mazzaria. Quali ricordi ha ben fotografati nella sua memoria?

Tre ricordi indelebili che mi accompagneranno per tutta la vita.

Quando sono arrivato a Los Angeles la prima volta (ed era la mia prima volta negli Stati Uniti), dopo un’alzataccia alle cinque di mattina, uno scalo a Francoforte e ulteriori dodici ore di volo tutte di giorno, al momento del controllo passaporti mi rendo conto che qualcosa non va: la guardia addetta al controllo, una giovane ragazza di colore, è un po’ agitata, cerca e ricerca al computer, ed io intanto attendo impaziente perché Andrea mi stava aspettando, stanco e sempre più inquieto; poi la ragazza si mette al telefono e l’unica cosa che capisco è “A lost passport”.

Mentre mi fanno accomodare in una sorta di recinto protetto, mi viene in mente che, quattro anni prima, avevo smarrito il passaporto all’aeroporto di Malpensa al rientro dal Centroamerica ma che il documento era stato ritrovato un mese dopo e restituitomi dalla Questura di Treviso; l’anno dopo quello stesso passaporto era stato rinnovato e l’avevo portato senza problemi due volte in Giappone e una in Brasile. Nel frattempo arriva un altro agente addetto al controllo, rosso, lentigginoso e con gli occhiali, tanto da sembrarmi un oriundo irlandese. A lui, nel mio inglese d’emergenza, riesco a spiegare la situazione e lui, nel frattempo, mi sequestra il passaporto e il biglietto di ritorno e telefona – dice – all’Interpol e poi in Italia, dove nel frattempo è notte fonda e mia moglie Lucia sta aspettando mie notizie. Ad un certo momento, mentre è ancora al telefono, lo vedo fare con il braccio libero ed il pugno chiuso un gesto di esultanza, come se avesse fra le mani il pericolo pubblico numero uno, e la cosa mi disturba non poco, tanto più che sento da minuti il mio nome risuonare all’altoparlante dell’aeroporto per ritirare la valigia prelevata dalla sicurezza dal nastro trasportatore. Allora l’ipotetico irlandese, passaporto e biglietto alla mano, mi porta a ritirare la valigia: tiro un sospiro di sollievo, convinto che adesso mi lasci uscire. Poi mi dice: “Follow me!” e mi imbarca con lui in un ascensore che scende. All’arrivo mi trovo in una stanza senza finestre, con poche sedie, assieme ad un cinese con una valigetta piena di soldi, un messicano che dava l’impressione di essere sempre sul punto di estrarre un coltello e scuoiarci vivi, una ragazza caraibica di colore che pochi minuti dopo viene prelevata da un losco figuro, piccolo, grasso, ben vestito, dall’apparenza un po’ laida, rimasto misterioso: davvero sembrava di essere sul set di un film. Vengo preso in consegna dalla polizia di frontiera, e mi fanno attendere in quello stanzone sul quale dava una vetrata attraverso la quale i poliziotti ci osservavano; vengo interrogato da un’altra ragazza di colore in divisa nera, alta, dai capelli ricci e lunghi: mi dice di parlarle pure in italiano poiché essendo di madre lingua spagnola afferma di capire ciò che dico; in realtà, mi rendo conto dopo pochi minuti che non sta capendo una sola parola. Infatti, arriva poco dopo un suo superiore, più anziano, al quale ripeto la storia in inglese, ma, complice la mia pronuncia molto personale, anche lui mi dà l’impressione di non capire nulla e se ne va corrucciato: alla fine capisco che vogliono sapere perché vado in giro per il mondo con un passaporto segnalato all’Interpol come smarrito, come se fossi un criminale che usa una falsa identità. La ragazza mi dice: “Adesso arriverà l’interprete per l’intervista” (sì, ha detto proprio così…) e allora il mio pensiero immediato è: “Qua la storia si fa lunga, sarà meglio che mi metta tranquillo…” Arrivano nel frattempo due poliziotti, mi fanno appoggiare al muro a braccia e gambe aperte e controllano quante armi ho con me, se ho droga, se sto introducendo in America esplosivi o simili, se ho documenti compromettenti, se sono venuto per attentare al Presidente e così via; registrano i miei averi: circa duecento dollari, la catenina d’oro e l’orologio (!); poi mi riportano nello stanzone. Finalmente arriva l’interprete, un italiano, forse figlio di immigrati, che lavora in aeroporto e che parla solo inglese e napoletano. Io il napoletano, complici anche i dieci mesi trascorsi a Caserta alla Scuola Sottufficiali dell’Aeronautica Militare, in mezzo a tantissimi napoletani, lo comprendo un po’, per cui l’operazione riesce: il superiore di prima parla all’interprete in inglese e lui mi parla in napoletano, io rispondo in italiano e l’interprete ritraduce in inglese… Giuro che è tutto vero fino all’ultima parola! L’agente capisce che io non sapevo di viaggiare con un passaporto segnalato, e soprattutto non si rende conto di come possa essere stato rinnovato pur risultando smarrito. Poi guarda la copertina, vi legge “Repubblica Italiana”, scuote la testa e chiama il suo ulteriore superiore, un uomo dai capelli grigi e dagli occhi enormi, dalla faccia quadrata e severa, gli spiega tutto e quest’ultimo mi avverte: “Vada subito a sanare la sua posizione al consolato italiano; se cercherà di entrare ancora in America con questo passaporto, sarà respinto e segnalato come non gradito e non potrà più venire negli USA!”

Mi lascia con l’interprete, che intanto mi dice che mi avevano già riservato il posto sul primo aereo Lufthansa che partisse per Francoforte, e con l’altro agente, per completare le formalità di rito. Quando mi chiede la mia professione ed io gli rispondo parlando dell’opera lirica, l’agente finisce di scrivere il verbale, cantando: “Vincerò!” e dicendomi che lui è un appassionato d’opera che passa le sue vacanze in Toscana!… Giuro di nuovo che è tutto vero fino all’ultima parola!

Finalmente l’interprete mi accompagna al controllo bagagli, spiega la situazione, l’addetto alla dogana mi guarda come se volesse farmi linciare dalla folla inferocita e finalmente, dopo sette ore di prigionia, interrogatori, etc… riesco ad uscire e vedo Andrea che mi aspetta e mi fa chiamare immediatamente mia moglie Lucia, ancora sveglia in attesa di notizie (e quello che ha fatto lei quella notte per cercare di avere notizie, riempirebbe altrettanto spazio…): sono in piedi da ventiquattro ore ma, poiché siamo un po’ di ritardo per riposare, vado direttamente con Andrea ad una festa di compleanno nella casa del direttore James Conlon, dove si ritrovano alcuni degli artisti impegnati nella stagione del teatro e dove si conclude il mio “welcome in America!”

Il secondo ricordo si riferisce all’anno successivo, il 2009, quando sono stato agli Universal Studios, assieme a Lucia e Andrea, e durante una visita ad un padiglione ho visto sotto una teca la prima pagina manoscritta della partitura della musica del film “Jurassic Park” (una colonna sonora che trovo di una bellezza straordinaria) e sono rimasto impressionato dalla chiarezza di scrittura, che sembrava quasi stampata: è stato bellissimo vedere una parte reale, viva, quella parte che più mi riguardava da vicino, delle componenti di quel film: in un certo senso è stato come sentirlo ancora più vicino.

Il terzo ricordo è, sempre in quell’anno, il concerto alla Sala Rossellini: c’era così tanto pubblico che la sala, per usare un termine attuale, andò in “over booking”, e così una parte del pubblico fu sistemata sulla parte anteriore del palco, seduta a terra in semicerchio attorno a noi, quasi a contatto con gli artisti, e noi con loro: fu un’esperienza bellissima, con un pubblico attento, appassionato ed entusiasta e non potei che pensare che, nella spontaneità, naturalezza e ordine in cui accadde, si trattasse di qualcosa di “molto americano”, come se fossimo davvero parte di un film.

Dennis O’ Neal & Paolo Gavanelli sono accompagnati da lei nel 2010 alla National Concert Hall di Dublino. In che modo si crea l’alchimia vincente tra calibri di cotanto spessore?

Ognuno di loro porta al concerto il bagaglio della propria esperienza, della propria professionalità, della propria arte e soprattutto della propria personalità; il miracolo sta nella fusione degli elementi comuni e nella sinergia con cui sono rivolti ad uno stesso fine espressivo gli elementi di diversità, ed il pubblico se ne accorge e ne rimane interessato e coinvolto. Per quanto mi riguarda, è stata una delle esperienze più intense della mia vita di musicista, soprattutto per il luogo, quell’Irlanda che per me, appassionato di letteratura e cultura celtica, ha sempre rappresentato una meta ideale (e spero un giorno di poter raccontare anche le emozioni vissute in quei quattro giorni a Dublino), e per le parole dell’organizzatore, l’anziano impresario Barra O’Tuama, che nel corso della sua carriera aveva portato in Irlanda i massimi nomi della lirica mondiale e che, alla fine del concerto, battendomi una mano sulla spalla, mi ha detto: “Well done!”, apprezzamento che per me è sempre stato più importante di tanti giri di parole di lodi, complimenti ed elogi superficiali, formali e vuoti.

Facciamo retromarcia. Nell’aprile 2008 fonda, con sua moglie Lucia Mazzaria, l’Associazione Culturale Musicaemozioni, di cui è Presidente, che le sta regalando grandi soddisfazioni. Ce ne parla?

Un verso famoso di F.M.Piave nel libretto de “La Traviata” inquadra perfettamente questi dieci anni di vita di Musicaemozioni: “Croce e delizia”. Allora, iniziamo dalle delizie: in dieci anni abbiamo creato oltre cento eventi fra concerti di musica lirica e vocale da camera, master, conferenze, eventi teatrali e il primo concorso “Voci giovani a Treviso”, tenutosi lo scorso anno; abbiamo operato a Treviso, Venezia, Trieste, Bologna, Milano, in centri minori del Veneto, dell’Emilia e delle Marche, a Creta e a La Palma; il nome e il marchio di Musicaemozioni sono stati legati ad altri eventi culturali musicali e artistici dal sottoscritto negli USA e dal nostro Socio Onorario, maestro di arti figurative, Lorenzo Nale in Indonesia e Thailandia; abbiamo al nostro attivo, per citarne solo alcune, collaborazioni con il San Giacomo Festival di Bologna, l’Associazione Amici del Loggione della Scala, l’Associazione culturale italo-tedesca di Venezia. Il nostro motto è: “Raccontare la musica”, e la nostra attività è nata proprio con l’intento di divulgare, anche attraverso la spiegazione e l’illustrazione del contesto storico, letterario e artistico, il repertorio vocale lirico e cameristico: il primo principio iniziale dei nostri programmi, dal quale negli anni abbiamo dovuto discostarci un po’ per ragioni pratiche, è sempre stato la creazione di programmi tematici, con scelta di brani relativa, e presentazione verbale degli stessi prima dell’esecuzione; il secondo è l’unione delle varie forme d’arte e di cultura per cui, per fare due esempi, abbiamo realizzato un master tematico per cantanti lirici sulle opere liriche tratte dai drammi di V. Hugo, così da unire letteratura (e Storia), teatro e musica, ed abbiamo cercato, nei limiti del possibile, di celebrare tutti gli anniversari dei grandi compositori o di grandi personaggi della cultura legati in qualche modo alla musica, unendo così storia, biografia e musica: nel 2010 Chopin, Schumann, Wolf e Mahler, nel 2011 ancora Mahler, nel 2013 Verdi e Wagner, nel 2014 Gluck e R.Strauss, nel 2016 Shakespeare, quest’anno Debussy (e purtroppo credo che non riusciremo a celebrare adeguatamente Boito e Rossini, ma su questo non ho alcuna possibilità di agire…); il terzo è dare l’opportunità agli studenti, appena pronti per essere presentati in pubblico, o ai giovani agli inizi del loro percorso di cantanti, di sperimentare, provare, entrare in contatto con il pubblico prima di presentarsi a concorsi, audizioni o concerti in istituzioni più importanti, e questo talora al fianco di artisti già in carriera a fare da guida e battistrada. Peccato, ma questo fa già parte della croce, che davvero in pochi abbiano capito l’importanza e il valore di questo lavoro e di queste opportunità: del resto, ognuno risponde per sé ed è padrone delle proprie scelte e della propria vita. Ma torniamo alla delizia. Abbiamo creato una delle pochissime rassegne di musica vocale da camera in Italia, “Liederemozioni”, che si è tenuta nel 2011 a Treviso e Bologna e dal 2012 al 2015 solo a Bologna (purtroppo il pubblico di Treviso ha disertato completamente quell’occasione, che prevedeva tre concerti, in uno dei quali si sono esibiti Andrea Silvestrelli e Lucia in un programma celebrativo interamente dedicato a Mahler; così abbiamo deciso di tenere questa rassegna esclusivamente a Bologna, dove ha sempre riscosso un successo ed un apprezzamento straordinari). Nel 2013 mi risulta che siamo stati gli unici a presentare in un solo concerto tutta la musica vocale da camera di Verdi e in un altro tutta quella di Wagner; in quello stesso anno abbiamo celebrato Verdi anche con due concerti il cui programma comprendeva un brano per ogni opera del maestro, in ordine cronologico. Abbiamo realizzato “Carmen: da Mérimée a Bizet” attraverso un mio lavoro teatrale che parte dai passi della novella, da me tradotti, ai quali si aggiunge la mia narrazione, il tutto alternato ai brani di Bizet, ed abbiamo anche portato in scena “Orfeo ed Euridice” di Gluck per l’anniversario del compositore, in una versione alternata di narrazione e brani musicali. So che questo tipo di spettacolo, che noi abbiamo iniziato nel 2011, adesso è realizzato da molte altre associazioni. Abbiamo presentato con concerti e Liederabend sia il mio primo romanzo che il mio saggio musicale e anche il romanzo di Daniela Lojarro “Il suono sacro di Arjiam”, evento al quale ha preso parte, offrendo la sua grande esperienza e i suoi preziosi suggerimenti ai nostri giovani artisti, il maestro Ulisse Santicchi; in questi anni hanno cantato per noi, accanto ai giovani studenti e artisti agli inizi di carriera, artisti pienamente affermati e importanti quali P. Gavanelli, A. Silvestrelli, D. Lojarro, A.L. Longo, P. Rumetz e naturalmente Lucia.

Fin qui la delizia e adesso dovrei enumerare la croce, anzi le croci: sono tante e alcune hanno lasciato un’amarezza enorme, soprattutto per l’ingratitudine di chi è stato aiutato e ha dimenticato e per chi non si è mai sentito parte del sodalizio (una delle frasi che più mi hanno alterato in questi anni è stata: “La vostra associazione”: l’associazione non è nostra, è dei soci e lavora per il bene di tutti, ma molti hanno creduto che partecipare ad un progetto culturale così ricco, vario, impegnativo e per certi versi ambizioso, fosse solo fare un favore a me e Lucia e non maturare ed acquisire da studente l’esperienza per poter poi affrontare il palcoscenico. C’è però da dire che tutti coloro che hanno ragionato così, nel giro di pochi anni hanno smesso sia di cantare che di studiare ed hanno dato l’addio ad un sogno, fingendo con loro stessi che non li interessasse più. Un’altra croce sono gli sponsor, praticamente inesistenti, soprattutto se rapportati ad una realtà economica come quella della nostra città e provincia che non mancava di possibilità, neppure nei difficili anni in cui abbiamo operato: rispetto a quanto abbiamo fatto, ciò che abbiamo ricevuto è stato davvero un bicchiere d’acqua nel mare e quasi tutti i nostri eventi si sono autofinanziati grazie ai tesseramenti e alla volontarietà di alcuni soci. E poi potremmo parlare del rapporto con le pubbliche istituzioni, della difficoltà ad avere spazi, del finire in mezzo a rivalità e ripicche senza saperlo e dover così cancellare eventi o riprogrammarli altrove, e del rapporto con la burocrazia (datemi dieci euro per ogni volta che ho messo piede negli uffici della SIAE e sarò ricco…). Ma a questo punto mi fermo, prima che la bellezza di quanto fatto, con strenuo impegno e sempre a titolo gratuito da me e Lucia in primis ma anche dai Soci che ci sostengono, ci credono e partecipano direttamente a questo progetto, precipiti nel nero abisso delle difficoltà, delle opposizioni e dei boicottaggi, delle rivalità e dell’invidia: una volta ho detto e da allora l’ho sempre ripetuto: “Io vado avanti, io non mi suicido; se volete che io mi fermi, dovete uccidermi!” e così vale per Musicaemozioni: l’associazione andrà sempre avanti e chi vorrà fermarla dovrà ucciderla, altrimenti, a suo dispetto, ora qui ora lì se la ritroverà sempre.

Chi ha un talento deve pur sempre coltivarlo: cosa consiglia e, soprattutto, pretende dai suoi allievi?

I miei consigli sono tutti di natura musicale e interpretativa, un invito ad andare sempre oltre le note e a leggere fra le righe la volontà del compositore. A pretendere ho rinunciato da tempo, poiché l’esperienza mi ha insegnato che con chi si impegna e crede in ciò che insegno non serve, poiché arriva da solo a capire ciò che deve fare e ciò che è importante, mentre con chi è pigro e demotivato, e si aspetta che il maestro faccia tutto il lavoro al posto suo, è assolutamente inutile sprecare fiato e parole.

A proposito. Sua moglie, non so come, è venuta a conoscenza di questa nostra chiacchierata, e siccome vorrebbe regalarle una nuova auto mi ha suggerito di chiederle: per il suo prossimo compleanno preferisce una Ferrari, o una più sobria Lamborghini?

Quando andavo a trovare mia moglie prima che fosse tale, viaggiavo con un motorino Garelli di quasi vent’anni che faceva un fracasso tale che lei mi sentiva arrivare dalla parte opposta della città; la prima volta che ho guidato la sua auto, ho preso troppo stretta la curva per uscire dal cancello ed ho strisciato la fiancata sulla colonnina di cemento… Doveva essere davvero innamorata per essere passata sopra ad un tale scempio! Dati i precedenti con i mezzi di trasporto (è vero che da bambino sono stato sulle ginocchia di un conducente di un treno locale che mi ha fatto guidare con lui per pochi minuti e che a sedici anni ho pilotato un piccolo aereo da turismo accanto al pilota vero, durante il primo volo della mia vita, ma è anche vero che sono affondato con un materassino gonfiabile in una piscina di un metro e mezzo di profondità…); dati questi precedenti, ritengo difficile che voglia affidarmi un’automobile così importante. Alla fine, le consigli di regalarmi un trenino elettrico: dopo quelli che avevo da bambino, sono quarant’anni che non ci gioco più e vorrei tanto riaverne uno (del resto, ne aveva uno anche Robert Langdon, che ho sempre ammirato tantissimo…).

Enormi consensi li sta raccogliendo anche con la sua attività di scrittore. Come le è nata questa passione?

Sui banchi di scuola, già alle medie scrivevo imitando gli autori che studiavo. Sono sempre stato un appassionato lettore ma, purtroppo, molto lento, per cui ho letto meno di quanto avrei voluto. Prima dei sedici anni ho iniziato a scrivere racconti e poesie, abbozzato un romanzo e alcuni saggi e, l’anno dopo, complice una delusione sentimentale, ho bruciato tutto quello che avevo realizzato. Ho ripreso a scrivere nel 1992, dopo aver iniziato l’attività di musicista: racconti, poesie, il romanzo che poi, dopo varie vicissitudini di alcuni anni, in cui la stesura è stata sospesa e ripresa più volte, è diventato il mio primo libro pubblicato; dal 2010, quando ho rimesso mano gradualmente a tutto quanto avevo prima realizzato per revisionarlo e sistemarlo, non ho più smesso. Al primo romanzo, pubblicato nel 2011, sono seguiti un secondo (“Ascesa al regno degli immortali”, 2013), che ha conseguito l’anno scorso il Primo Premio per la categoria Romanzo al premio Kafka Italia 2017, un saggio su Verdi e Wagner “Oltre le colonne d’Ercole” (2016, Premio speciale della Giuria per la Saggistica al Premio Kafka 2017 e Primo Premio per la categoria Saggistica al Premio Internazionale Cibotto 2018) e “Racconti e memorie di isole e mari” (2016, Primo Premio per la categoria Racconti al Premio Kafka Italia 2017).

Non elenco tutto ciò che è stato detto dei suoi libri, ma le riporto uno stralcio di quanto ha scritto Ginevra Grisi, per farle una domanda trasversale: “Emerge dalla scrittura di Pierfederici, che scorre fluida e chiara come il fiume che è teatro delle vicende dei protagonisti, una vena intensamente romantica…”. Lei è un romantico?

Ho attraversato una fase romantica della mia vita durante l’adolescenza, in cui ero imbevuto letteralmente del pensiero e delle opere di Foscolo, Leopardi e, in musica, Beethoven, Chopin e Brahms… Ma il risultato è stato quello di stare così male a causa delle mie emozioni e dei sentimenti che provavo senza riuscire ad esternarli che, uscito ferito e malconcio da quel periodo, ho ricacciato, forse inconsciamente, forse per le circostanze successive della vita, il romanticismo nella parte più inaccessibile di me. E da lì esce solo in quello che scrivo e si trasferisce nei personaggi, nelle vicende, nelle descrizioni, nei caratteri, nelle storie.

Antonietta Mirra invece scrive: “L’autore riesce ancora una volta a presentare figure femminili indimenticabili… Tutte donne forti, determinate, molto femminili, che incarnano un ideale di perfezione senza tempo…”. Dove prende lo spunto per i suoi romanzi?

I due romanzi partono da vicende autobiografiche, molto diverse fra loro, e le sviluppano attraverso un percorso innanzitutto psicologico, ma anche reale, simbolico l’uno, artistico l’altro, che non è necessariamente quello che ho compiuto io nella realtà. Il saggio musicale ha un’origine pratica nel bicentenario di Verdi e Wagner (2013) al quale si aggiunge la componente autobiografica nell’interpretare gli autori attraverso la mia visione, costellata di ricordi e di studi, di suggestioni e fantasia. La raccolta di racconti porta con sé tutte le mie suggestioni d’infanzia e giovinezza, quando trascorrevo le estati a contatto con il mare e con le sue leggende, le narrazioni, le persone anziane che trasmettevano antiche memorie e che, in età adulta, ho ripreso, trasformato, elaborato, aggiungendovi la componente psicologica, il mistero della mente e dei sentimenti.

Quanto c’è di autobiografico in quello che racconta? In altre parole: è possibile riscontrare in qualche personaggio il suo alter ego?

Ciò che scrivo è sempre fortemente autobiografico, anche se gli aspetti della mia personalità o le vicende della mia vita sono talora ripartiti fra più personaggi. Nel primo romanzo il protagonista è decisamente autobiografico, come lo sono i luoghi che frequenta e alcune vicende, in particolare quelle iniziali, ma il percorso che compie è poi totalmente suo; nel secondo, gli aspetti della mia personalità di musicista sono ripartiti fra almeno due personaggi, uno dei quali è il protagonista, e proprio per questo entrambi sviluppano poi aspetti che mi corrispondono accanto ad altri ai quali sono completamente estraneo: in altre parole, vivono di vita propria.

Il saggio, che di sua natura sarebbe l’opera più oggettiva e distaccata, presenta il sottotitolo: “Verdi e Wagner alla mia maniera” che dice tutto sul modo personale con il quale mi sono accostato ai due grandi maestri, portando la mia esperienza, i miei ricordi fin dai primi ascolti giovanili e la mia fantasia nella parte esclusivamente creativa dei sei racconti e dell’Epistolario Impossibile. Anche la raccolta di racconti vive di una componente autobiografica non solo nei racconti psicologici e visionari, ma anche in quelli che sono stati ispirati dalle storie che sentivo e dai luoghi che frequentavo da ragazzo.

In realtà non c’è nessun alter ego in senso assoluto fra i miei personaggi, anche se faccio sempre molta fatica a convincere i lettori che il protagonista di “Ritorno al tempo che non fu”, scritto in prima persona, sono io solo all’inizio; che Anton Giuliani presenta molte delle mie spigolature e psicosi ma non è completamente me; che i racconti del mare di impianto psicologico ed esoterico, scritti in prima persona, sono riflessioni interiori che hanno origine dal profondo del mio vissuto ma che non vogliono essere una confessione ma una riflessione universale sulla condizione umana.

Dove si possono acquistare?

I primi due romanzi sono ormai in esaurimento, anche se si possono ancora trovare su qualche portale on line e presso qualche libreria; ma se qualcuno fosse interessato, può richiederli anche direttamente a me. Il saggio musicale e la raccolta di racconti sono sempre reperibili in pochissimo tempo sul portale di Amazon.

Sta preparando qualcos’altro?

Due romanzi, un romanzo breve, una raccolta di racconti, una pièce teatrale: queste sono le opere su cui sto lavorando adesso; in abbozzo ho già progettato e impostato altri due romanzi, un altro romanzo breve e un altro saggio musicale. Come sempre, io procedo parallelamente con più opere fino al momento in cui una prende il sopravvento e chiede di essere conclusa, per cui le altre aspettano pazientemente il loro turno.

Parliamo di donne. Lei, tra virgolette, ne ha accompagnate un numero considerevole, ma le riporto solo due nomi: Anna Laura Longo & Daniela Lojarro: artiste affascinanti e, a dir poco, carismatiche. Mi dice quando e dove si è creata questa incantevole convergenza?

Ho conosciuto Daniela in teatro, durante una produzione di “Lucia di Lammermoor” e l’ho ritrovata tanti anni dopo, sia pur inizialmente solo in modo “virtuale”, venendo così a conoscenza che oltre a cantare aveva intrapreso anche l’attività di scrittrice. Siamo rimasti in contatto, le ho chiesto di scrivere la prefazione del mio primo romanzo, è diventata Socia Onoraria di Musicaemozioni e in quanto tale, ha partecipato ad alcuni eventi. Sempre in teatro ho incontrato più volte Anna Laura, che partecipava assieme a mia moglie Lucia ad alcune produzioni di “Turandot”, prima a Catania e poi alle Terme di Caracalla; da quel momento Anna Laura è sempre rimasta in contatto con Lucia e, nel momento in cui è nata Musicaemozioni, abbiamo chiesto anche a lei di farne parte quale Socia Onoraria, ed anche lei ha partecipato numerose volte ai nostri eventi.

Lavorare assieme a due brave artiste che sono anche persone autentiche crea di per sé i presupposti per una convergenza di idee espressive e musicali che portano a buoni risultati.

Anno di grazia duemilaundici. Carmen è il suo primo testo teatrale, rappresentato nell’ambito della rassegna: Un Libro All’Opera, che la vede impegnata anche al Pianoforte. Quali sensazioni si provano a veder eseguita una propria opera? È quasi come vedere nelle librerie il proprio libro?

Ricordo di non aver provato alcuna sensazione particolare: ero così preoccupato che l’organizzazione funzionasse bene (era un evento molto impegnativo e lo divenne ancora di più alla ripresa, l’anno successivo a Thiene, quando la produzione fu più complessa ed elaborata, con la partecipazione di ulteriori artisti, comparse e con un maggiore sviluppo della parte musicale) e che l’esecuzione andasse bene, che non ho avuto il tempo di godermi la rappresentazione né il risultato: è il triste destino dell’autore impegnato in prima persona nella realizzazione dei suoi lavori.

Per quanto riguarda il libro in libreria, devo dire che fa certamente piacere vederlo esposto in mezzo a tutti gli altri; si ha l’impressione di essere davvero uno scrittore Poi però succede che la stessa libreria che ha tenuto il tuo libro esposto in vetrina per un mese, ti rifiuti lo spazio per una presentazione, ma senza dirtelo, semplicemente evitando di risponderti o accampando scuse poco plausibili… E quello, riguardante il mio secondo romanzo, non fu l’unico caso: avrei altre storie davvero interessanti da raccontare.

La buona musica è il farmaco dell’anima?

Dipende da come viene eseguita: a volte può diventare il peggior veleno.

Vostra figlia ha intenzione di seguire le orme dei suoi genitori?

Per la verità, Tatiana segue le orme dei cavalli: ha una passione enorme per questi animali e ha intenzione di farne la sua professione futura. Non le interessa la musica classica né quella lirica ma adora quella della cantanti afroamericane (in modo particolare W. Houston), mentre le piace molto scrivere, per cui forse un giorno scriverà e pubblicherà storie che avranno come protagonisti naturalmente i cavalli.

Bando alla scaramanzia: lei è superstizioso?

Non in modo ossessivo, ma devo dire che se un gatto nero mi attraversa la strada, aspetto che passi qualcuno prima di me, oppure, se proprio non posso fermarmi, mi convinco che non era nero e che quindi non succederà nulla, come puntualmente si verifica. Sto molto attento sia al 13 che al 17 e se mi cade a terra il sale, mi affretto a raccoglierne un po’ e gettarlo dietro le spalle. Se mi cade uno spartito durante lo studio o le prove, lo prendo e percuoto il suolo tre volte per evitare problemi durante l’esibizione. Inoltre, di fronte ad alcuni nomi avventatamente pronunciati in mia presenza e di cui ho potuto sperimentare personalmente il potere iettatorio, faccio di nascosto un gesto di scongiuro molto popolare e che pubblicamente è stato considerato addirittura reato. Alla fine, la mia superstizione (compresi gli oroscopi ai quali credo solo quando fanno predizioni positive) assume un aspetto abbastanza goliardico; tuttavia, per ogni evenienza, ho fatto mio il titolo di una commedia del suo illustre conterraneo Peppino De Filippo: “Non è vero… ma ci credo!” Infine, come corollario a questa risposta, devo ammettere che la famosa “Legge di Murphy”, in tutte le sue espressioni e manifestazioni, ha sempre trovato in me uno dei maggiori sostenitori della sua veridicità.

Progetti musicali a breve e lungo termine?

Viviamo in un periodo in cui fare progetti, soprattutto a lungo termine, è purtroppo diventata pura utopia e avere delle idee nuove può essere considerato addirittura pericoloso. Non è possibile spiegare quanta opposizione abbiano trovato negli anni alcuni progetti culturali e musicali importanti da me presentati e quanto boicottaggio sia stato fatto ai loro danni quando si riusciva a realizzarli: purtroppo tantissimi, quando si trovano di fronte a chi sa fare, ben lungi dall’essere stimolati ad imitarlo e superarlo in progettualità e capacità, passano il loro tempo a tentare di distruggere, obbedendo al motto: “se io non riesco a fare, almeno posso impedire che altri facciano!” Così ho imparato, negli anni, a svelare i miei progetti, sia personali che associativi, solo quando sono certo della loro tranquilla realizzazione.

Maestro, avrei da porle altre trentasei domande e mezza, ma mi fermo per evitare che si passi la notte al telefono; però se vuole aggiungere qualcos’altro a quanto abbiamo sviscerato è libero di farlo…

Un invito sincero a leggere, ascoltare musica, appassionarsi all’arte, alla cultura, alla conoscenza in tutte le sue forme perché non si tratta di concetti astratti di cui amano riempirsi la bocca, spesso a sproposito e spessissimo solo per lamentarsi del fatto che siano osteggiate e trascurate, coloro che in realtà non le praticano, bensì di qualcosa che, se presente nelle nostre vite, ci può dare molto per farci star meglio, per avere maggiore consapevolezza di chi siamo e cosa facciamo, per arricchire i nostri pensieri che – non dovremmo dimenticarlo mai – non hanno limiti, proprio come i sogni, e ci portano a toccare con mano l’esistenza dell’infinito che è in noi e quindi il valore assoluto del nostro essere.

° ° °

Ringrazio il M° Alessandro per questa infinita ma più che suggestiva conversazione, e Lucia Mazzaria per avermi concesso l’utilizzo di alcune foto tratte dall’archivio privato della famiglia Pierfederici.

p. s. Chiedo pubblicamente a Lucia di regalare, quanto prima, un trenino elettrico ad Alessandro. Per i binari provvederò personalmente!

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