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Auto intervista

Tu sei anche pittrice e scenografa. Come mai da qualche tempo a queste attività hai aggiunto la scrittura?

Io scrivevo già da bambina e a soli 16 anni ho iniziato la carriera giornalistica, sostituita poi da quella artistica ma non ho mai smesso di scrivere racconti. In ogni modo l'espressione creativa, in qualsiasi forma si manifesti, a sempre "scrittura". Cioè trasposizione di qualcosa che a al tuo interno, sia che crei immagini stendendo i colori col pennello sulla tela, che metta già con la penna idee sulla carta o che schizzi un bozzetto di scena. Io dico sempre che non esercito il mestiere di idraulico o di odontotecnico, semmai sono una cuoca che impasta e mescola concetti, esperienze, sogni, visioni, fantasie, ricordi, cronaca e realtà insieme alla tempera o all'inchiostro. Più che altro io mi immergo nella vita in quanto mi interessa esserci dentro cucinandola, mangiandola, espellendola.

Il tuo nome-cognome suona un po' strano. E' forse uno pseudonimo dietro cui nasconderti. E semmai da che cosa?

Non puoi sapere quanti problemi mi dà: spesso per farmi capire sono costretta a fare lo spelling. In realtà io mi chiamo Nessuno.

Vuoi prendermi in giro?

Assolutamente no! Intendo dire che sono una come tanti/e altri/e, escludendo quelli che credono di essere chi sa chi se ottengono successo, potere, denaro. Come Ulisse sono una viaggiatrice, o meglio una pellegrina che naviga verso porti che possano condurla a Itaca ... Eden ... anche se poi ho indirizzato la protagonista del libro verso crocicchi infernali, pur di farle conoscere la realtà della vita e così imparare a difendersi.

Dal titolo del tuo libro tutto questo non è chiaro.

Quand'ero bambina si faceva un gioco in due intrecciando uno spago fra le dita che, facendolo passare da una mano all'altra, assumeva forme diverse. Si iniziava con la culla e chi dei due ritrovava la culla a quel punto perdeva: nasciamo, giochiamo/viviamo, moriamo. E la culla del perdente non è simbolo di morte ma di rinascita in quanto il gioco ricomincia, la vita prosegue nell'oltre.

Ritornando al percorso "esagerato" delle tue attività (giornalismo, pittura, teatro, politica, convegni, saggi, testimonianze dell'aldilà, ecc. ecc.) a tutt'oggi non è stato forse un pastiche?

In ognuno di noi vi sono tante persone (lo diceva anche Pirandello). Io cerco di farle vivere tutte. In caso contrario, cioè carcerandole al mio interno, diventerei schizofrenica. In ogni modo tutte convergono nell'arte, inclusa la sensitività che componente della psiche di molti artisti.

Allora questo libro è autobiografico.

Ogni scrittore parla di sé. Non dimentichiamo Proust, lo stesso Joyce che ha viaggiato nel suo interno. E direi anche Dante poiché non c'è niente che immaginiamo se non viviamo con la mente quella data "realtà". Come ho già detto se non avessi avuto coscienza delle esperienze della mia infanzia e poi non mi fossi guardata intorno scrutando quel tipo di società in cui sono cresciuta non avrei potuto scrivere questo libro, fra le cui righe — nella veste di (ipotetico) diario — vi sono invenzione e trasposizione fantasiosa dei fatti. Non è un caso se i sinonimi di "romanzare" sono: arricchire, colorire, reinventare, ricostruire, sublimare, trasformare.

Perche ti sei espressa con un linguaggio eterodosso dal punto di vista rigorosamente letterario, fra l'altro intercalato da parole in dialetto siciliano?

Non possiamo lasciare che i linguaggi si mummifichino, vedi quello che è accaduto e continua ad accadere nell'arte dove tutti i canoni vengono periodicamente stravolti. Se non mi fossi inventata uno stile avrei solo scritto una storia come tante altre. Inoltre l'uso del dialetto (in questo caso siciliano) mi è stato necessario per colorire certi fatti, in quanto ci sono parole intraducibili nella loro essenza.

Nella narrazione vie una parte che e ben lontana della fede, che to pratichi con sentimenti che raggiungono la mistica.

La mia, prima di tutto, è una denuncia. Inoltre, quando fuori da ogni fideismo si raggiunge la fede, tutto è preghiera e quindi ho ritenuto opportuno offrire le miserie della vita "attraversando" un percorso storico, a partire dallo sbarco in Sicilia di Garibaldi con lo smantellamento dei palazzi borbonici, per poi immergermi nell'infanzia e ricostruire a mente la fine del patriarcato, i disagi della guerra, la rinascita del Paese con il suicidio della nobiltà sopraffatta da una classe emergente senza cultura e senza radici. Ho così avuto modo di descrivere una fascia della società che viveva di privilegi, concedendosi tutto, e che invece era diventata il rituffo dell'umanità. E' a partire dagli anni cinquanta che il mondo si è degradato ulteriormente attingendo a un modo di vita smodato, senza porsi il problema di una coscienza, cancellando la morale in nome di una posizione sociale che a quel tempo tutto consentiva purché la donna mantenesse la verginità – merce di scambio per il matrimonio. Il '68 è stato il benvenuto pur se altre frange sociali hanno preso il sopravvento sull'utopia. E il mondo via via è stato ridotto dal potere insediatosi a Tv, telefonini, Internet con tutte le conseguenze disastrose che provengono dall'impropria gestione e dall'uso di questi mezzi di comunicazione che hanno occupato gli spazi della fantasia.

Stai facendo moralismo pur se spesso, nel libro, hai usato l'autoironia.

Sapersi prendere in giro è anche un modo di riconoscere le proprie debolezze e così esorcizzarle. Per il resto mi rendo conto che i mass-media sono di utilità per la comunicazione. Il danno è stato ormai fatto dal consumismo voluto dai poteri forti e non avrei niente contro questi aggeggi elettronici se fossero regolati da norme e se il virtuale non avesse preso il sopravvento sul reale. Così tutto è possibile all'insegna del relativismo etico. Ma attenzione, quando i discepoli chiesero al Rabbi quando sarebbe venuto il giorno del Signore, Lui rispose: "Vegliate. ... Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa" (Mt 24,42-43).

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