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Emerico Giachery
«Letteratura come amicizia»:
l'interpretazione affiancata dalla riflessione e dalla memoria

"L'Osservatore Romano",
Terza Pagina - domenica 1 ottobre 2000, p. 3

In un signorile appartamento di quella via Labicana che lambisce le falde del Celio tra la Merulana e il Colosseo mi riceve Emerico Giachery, già titolare di Letteratura Italiana moderna nella Facoltà di Lettere di Tor Vergata ed ora attivo indagatore, in totale indipendenza, dei segreti delle parole e delle immagini, delle musiche e dei silenzi a cui ha dedicato tutta la sua vita di studioso e di scrittore.

«Sono nato a Roma, battezzato in san Giovanni in Laterano (quindi ho avuto anch'io un bel san Giovanni di cui sono orgoglioso), ed a Roma ho vissuto i primi anni, amandola fin da fanciullo per i suoi monumenti e la sua bellezza nonostante l'amara stagione storica in cui ebbi a viverci: guerra, bombardamenti, e poi la tragedia dell'Urbe occupata per dieci mesi.

«Mio padre, palermitano di famiglia piemontese, trasferitosi a Roma dove era passato per concorso attraverso vari uffici governativi, vi incontrò mia madre di origine austriaca, e nacqui così mezzo tedesco e mezzo latino, parlando la lingua materna dimenticata poi, m'avvedo ora con rammarico, perché amo infinitamente la filosofia, la musica, la cultura tedesca che sono alla radice della civiltà romantica. Per meglio individuarmi come italiano ho stupidamente smarrito una fonte d'arricchimento che ormai non posso più ricuperare.

«Il mio grande amore per Roma è stato alimentato dalle passeggiate che mio papà, con qualche dotto amico, mi faceva fare nelle zone archeologiche, e ogni giorno era una scoperta, un entusiasmo crescente. Più tardi mi è venuta a grande tenerezza per il palcocristiano, le catacombe, le basiliche, e quindi per l'incontro tra due civiltà, quella classica e quella cristiana, avviate verso l'integrazione».

Quanto agli studi primari e secondari, per speditezza eccone una sintesi in terza persona: corsi normali con buoni docenti e buoni risultati, ginnasio e liceo all'«Augusto» in otto anni, secondo la sequenza lineare della riforma Gentile, rigorosamente classica: ottimo ricordo di diversi insegnanti, tra cui quello di italiano e quella di filosofia, entrambi di estrazione crociana ma liberi e veramente formativi; rifugio nel mondo degli studi quando la guerra riduceva al minimo la vita sociale, lo spettacolo e lo sport; memoria nostalgica delle esplorazioni solitarie, al lume di candela o di petrolio, inseguendo un ideale di conoscenza e di umanità che parve allora ultima ancora di salvezza negli anni del buio.

Ed eccoci alla scelta universitaria: «Mio padre ha lasciato che facessi quel che volevo. Lui aveva ufficio al Ministero del commercio con l'estero (Direzione valute) dove non gli sarebbe spiaciuto introdurmi per la sua specializzazione: ma io seguii l'inclinazione umanistica e mi iscrissi alla facoltà di Lettere, cioè al settore più lontano possibile dall'economia e dalla finanza; a cui egli non oppose divieti.

«Quella di Lettere alla Sapienza era una bellissima facoltà, folta di personaggi prestigiosi: seguivo i corsi di Pantaleo Carabellese, e poi di Guido De Ruggiero che, facendo lezione normalmente nel pomeriggio, acconsentiva poi ad un gruppo di studenti di accompagnarlo alla stazione per il rientro a Napoli. Era un uomo di grande fascino e fece uno dei suoi corsi più belli sulla filosofia dell'idealismo romantico, specie su Schelling che allora mi andava singolarmente a genio anche se non portai a fondo la mia ricerca.

«In quel periodo dominava nelle scuole, onnipresente, il crocianesimo: avevo letto l'Estetica come scienza dell'espressione fino dagli anni del liceo, e il Saper vedere di Marangoni che è sulla linea crociana e mi impressionò per l'efficacia dell'applicazione dell'Estetica alle arti figurative (ricordo anche le circostanze esterne di quell'apprendimento: una pergola vicina a casa mia, una lettura sincronizzata col mio trasporto entusiastico); anche La Sapienza era prevalentemente sulla scia dell'idealismo storicistico c'era Carlo Antoni ma già s'affacciavano tempi nuovi, a cominciare dalla Kierkegaard-renaissance e dall'esplosione dell'esistenzialismo e della psicanalisi.

«lo cercavo di seguire tutti i corsi che mi interessavano, ma nel modo acritico dei novizi: soltanto in un secondo tempo focalizzai i miei interessi su due discipline, l'archeologia di Giulio Quirino Giglioli e la storia della lingua di Alfredo Schiaffini, il prestigioso filologo e linguista che mi avrebbe poi avviato alla carriera universitaria, da me assolutamente non prevista».

Dall'archeologia alla storia della lingua

«Inizialmente, chissà perché, io ero convinto che mi sarei laureato in archeologia: ne ero affascinato, ed avevo già sostenuto parecchi esami nel settore. Invece la vicinanza con Schiaffini e gli incoraggiamenti che mi sono venuti da un maestro così autorevole mi hanno portato alla laurea sotto la sua direzione».

Ascoltando Emerico, confronto idealmente le sue con le mie memorie (quasi coeve, ma riferite al polo milanese) e rifletto sulla natura quasi ludica delle vocazioni, che raramente illuminano i percorsi umani per linee rette come le luci d'un faro, ma vanno soggette ad avvolgimenti, a volute non prevedibili (Dante parlava di «circular natura») ed a capricciosi ritorni, per trionfare spesso in tempi assai lunghi.

Anche questo pertiene al mistero dell'uomo, a quel gioco di occasioni e di incontri a cui il Manzoni ha esemplarmente dato il none di Provvidenza. «Il mio mutamento di direzione — continua infatti Giachery — nella sua genesi è ignoto anche a me. Rammento però che il mio primissimo lavoro a stampa, sulla rivista "Il Cenacolo" diretta da Carlo Cassia, un simpatico personaggio che ho rievocato in epoca recente, era sull'idea del tragico nell'Alfieri e risentiva probabilmente del saggio di Giacomo Debenedetti fresco di stampa. Ma la cattedra di Letteratura moderna non era ancora occupata da lui, bensì da un poeta-critico di fama già alta e ancora crescente, Giuseppe Ungaretti, alle cui lezioni ero già furtivamente intervenuto negli anni del Liceo. Non fui tra i più assidui alle lezioni di Ungaretti, e mi chiedo ancora perché mi piacesse più leggerlo che ascoltarlo, dato che il mio ungarettismo di fondo non è mai stato smentito, si è anzi rafforzato attraverso il matrimonio con una ungarettiana in toto».

Qui assisto ad una schermaglia semiseria tra l'intervistato e la consorte Noemi Paolini che finora aveva assistito in silenzio al colloquio. Noemi è una donna di intelligenza critica eccezionale, sorretta da una vasta cultura letteraria di raggio europeo e da una coltivata dose d'ironia che le fa scorgere iI rovescio ludico, direi sterniano, di ogni enunciato serioso.

Ungarettisrno e rnontalismo

Ora, avendo io notato che l'ungarettismo dell'amico era stato non corretto ma integrato dal montalismo folgorante di Metamorfosi dell'orto (Roma, 1985) Emerico ammette la compresenza in sé dei due Dioscuri dell'ermetismo italiano, mentre Noemi rivendica il primato almeno diacronico dell'«uomo di pena». «Tuttavia — egli conclude — per quanto riguarda Montale, io ho avuto la folgorazione da alcuni testi in certo senso più semplici, che però sono rimasti immediatamente dentro di me: uno è I limoni col loro giallo solare e la dolcezza inquieta dell'odore che non sa staccarsi da terra; l'altro è un testo che Montale mise in certo senso da parte, ma che io imparai subito a memoria, Riviere col suo proposito di mutare in inno l'elegia, e mi ha accompagnato negli anni della maturazione.

«Ma veniamo alla laurea in lettere, che fu impostata secondo le indicazioni di Schiaffini il quale, da crociano qual era (non fanatico ma coerentissimo) identificava lingua e poesia. Essendo io più letterato che linguista, accettai di buon grado una ricerca su «La caduta di tono della poesia italiana tra l'Otto e il Novecento»; ma appunto per rendermi conto della qualità di quel tono mi indussi, con l'entusiasmo dei neofiti, a spingere la mia indagine a ritroso nei secoli fino alla poesia delle origini, al dolce stile e all'antiscuola realistica. L'introduzione mi occupò per diversi mesi, protraendosi oltre le duecento pagine, che piacquero a Schiaffini ma gli fecero dire: — Basta così, altrimenti Lei non si laurea più! — Ma non sono arrivato neppure al Cinquecento! protestai. Però la tesi, a suo parere, era già fatta. Rammento benissimo che non feci neppure in tempo ad aggiungere un paragrafo (almeno questo in sintonia) su Francesco Berni. L'ordinanza del preside Monteverdi (anche lui grande signore della cultura, umanissimo principe della ricerca storico-linguistica) che prescriveva la consegna della tesi entro una certa data, non poté essere elusa. E così mi fermai al Quattrocento del Burchiello per illustrare un tema che avrebbe dovuto essere post-romantico. Ma la discussione fu felicissima, la tesi lodata anche dal correlatore Sapegno, la carriera della docenza nelle Medie Superiori immediatamente dischiusa».

Eccone in sintesi le tappe: supplenze varie nei Licei, tra i quali lo stesso Augusto che l'aveva allevato; coabitazione di cattedra con vecchi maestri, tra cui il grecista Oddone che gli fece ricuperare il greco (e di riflesso anche il latino) abbandonato negli anni universitari. A proposito di quest'indistruttibile classicismo, Giachery apre una parentesi sulla versione dall'italiano in latino, tanto snobbata dai pedagogisti, che ritiene al contrario «uno dei più alti esercizi linguistici di strutturazione mentale che esistano al mondo, ed è un vero peccato che sia stata totalmente estromessa».

Poi, assistentato volontario alla cattedra di Schiaffini, presto interrotto per assumere incarichi di lettorato d'italiano all'estero: due anni a Nancy in Lorena, poi, per tre trimestri, all'Università di Berna. Esperienze interessanti che l'hanno portato nel vivo della cultura europea, facendo incontri con maestri di fama (fondamentale quello, benché solo epistolare, con Leo Spitzer) ed allacciando amicizie preziose: nella sola Svizzera, Giovanni Pozzi, Remo Fasani, Reto Roedel, Adolfo Tenni (al cui fianco lavorò nell'ateneo bernese: tanto amabile, arguto, ospitale da conservare tutte le lettere di corrispondenza — ed una di esse fu incorniciata dalla moglie Sabine) e poi Bonalumi, Bezzola e tanti altri.

Nel fuoco di quelle scorrerie franco-elvetiche maturano così i primi lavori a stampa, e vi confluiscono sia lo stilismo della linea Schiaffini-Spitzer sia gli stimoli della psicologia del profondo, che aveva già accostato nel periodo della docenza bernese e che avrebbe ripreso più tardi, nel secondo e più disteso soggiorno svizzero, a Ginevra, come cattedratico di Letteratura Italiana (1971-1976) e negli amichevoli scambi con maestri quali Jean Rousset, Jean Starobinski, George Steiner e Michel Butor. E veniamo alle opere: «Il primo exploit importante è il volume Verga e D'Annunzio (1968) che rappresenta la mia fase se non di infatuazione, certo di soggezione alla nuovelle critique ed al fascino dei grandi maestri francesi accostati (direttamente o indirettamente) in quei pellegrinaggi all'estero. Fu considerato non a torto un volume di critica simbolica, perché numerose erano in esso le suggestioni'in tal senso.

Nei risultati, esso collima generaliter con le conclusioni di Giacomo De Benedetti sul verismo (Presagi del Verga); ma il titolo non deve ingannare perché non comporta un confronto fra i due grandi scrittori, essi sono avvicinati solo nel frontespizio e il verghismo dannunziano delle novelle abruzzesi non è preso in considerazione. Di D'Annunzio è esplorato solo il tema del Labirinto, assai in voga negli anni Sessanta (Hocke, Sanguineti, ecc.).

Nella conversazione con Giachery si ha l'impressione che ogni dato esterno del cosiddetto vissuto (studi, incontri, edizioni, cattedre) sia una ricognizione verso i sensi arcani della vita, in cui nulla va rifiutato perché nulla è estraneo al destino dei percorsi solo in parte chiari all'autocoscienza del prorneneur solitaire. Il resto è una ricerca inconsapevole, ma non rinunciabile, di vibrazioni che s'accordano di volta in volta con gli strumenti dell'ermeneutica, così come le pulsazioni pacate del battello sul lago di Ginevra — uso una sua immagine densa di avvolgimenti musicali — si accordavano con le letture montaliane.

Questa conciliazione della ricerca letteraria con le figure dei tempi e dei luoghi favorisce quella che egli chiama amicizia, cioè condizione d'incontro e quasi respiro comune, comunità di emozioni, agape letteraria che s'approssima a quella del convito platonico e del cenacolo pentecostale. Non vanno dimenticate, frutto di antico irriducibile amore, diverse pagine e lecturae dantesche. La sua attività interpretativa, fondata sul richiamo continuo alla presenza del testo col suo vivo e dinamico universo di segni, si muove su piani diversi e convergenti: stilistico, semantico, simbolico. E l'itinerario dell'opera rappresenta, per l'autore come per l'interprete, un cammino di conoscenza. Sempre di più, in tempi recenti, lo studioso affianca alle pagine propriamente interpretative e critiche più libere pagine di cordiale riflessione e memoria, alle quali si addice la formula «letteratura come amicizia» che dà il titolo a uno dei suoi libri, uno di quelli che gli sono più cari. Col passar degli anni cerca di mettere a punto meglio che può uno stile critico affabile e non seriosamente accademico, e tuttavia il più possibile pertinente, anche o soprattutto per «sintonia», ai testi esaminati e ai problemi di metodo che di volta in volta emergono. Ma procediamo con ordine.

«L'esperienza letteraria è una ricerca, un itinerario alla scoperta di sé nel mondo; conoscenza del mondo e auto-realizzazione di sé attraverso l'opera, e quindi diciamo pure di ricerca spirituale anche se questa parola scandalizza i sacerdoti della laicità scientifica. Come se non fossero mai esistite scienze dello spirito! E accanto a spirituale, uso volentieri l'aggettivo ontologico perché soltanto le attività spirituali sono, pertengono all'essere distinguendo l'uomo dagli altri viventi.

«La mia filologia (che esclude i cataloghi, gli schemi, le formule) ha sempre cercato di essere pertinente all'opera, di camminare con il testo. La scrittura del critico deve essere fluida, morbida per aderire a tutte le asperità o discontinuità del testo. E questo che ho cercato di fare con Ungaretti, sia nel volume del 1988 Nostro Ungaretti sia in quello recentissimo sulla verticalità ungarettiana scritto a due mani con Noemi. C'era per me una pienezza di identificazione tra vita d'un uomo e vita di scrittore, nel senso più vasto: stagioni, paesaggi, tutto ciò che viene vissuto idealmente e diventa simbolo, illuminando rispondenze e provocando echi».

La pluralità dei metodi

«Il mio metodo consiste appunto nella pluralità dei metodi o dei cosiddetti approcci, che non possono ma debbono essere diversi a seconda del testo in esame e dell'occasione che ha fatto scoccare l'incontro. Si vedano gli studi sul Pascoli: il Trittico pascoliamo che affronta tre poemetti di cui due strettamente legati ai miti agrari e migratori della gente barghigiana (La morte del Papa e Italy) mentre il terzo, Il transito, ha relazione con Barga soltanto per il fatto che la sua lettura appartiene ad un ciclo di conferenze tenute, a dieci anni di distanza dai primi due, nel Centro di studi pascoliani, è stato da me composto nella convinzione che non soltanto un paesaggio è diverso dopo che vi è passato un poeta, ma che quell'incontro umano è essenziale per capire l'intera esperienza pascoliana. Quella gente che è tanto radicata nella Garfagnana delle proprie origini da non riconoscerla più dentro di sé quando vi ritorna dopo una generazione e la trova mutata ha commosso profondamente il Pascoli.

«A livello linguistico, tematico, simbolico il ricupero faticoso della maternità (ennesima variante del ritorno ad Itaca) ha toccato nel vivo la sensibilità del poeta e mi ha dato modo, al di là del giudizio estetico che resta soprattutto per Italy alquanto riduttivo, di compiere delle verifiche che ritengo interessanti e che possono ridare ala al testo: a cominciare dal linguaggio anglo-lucchese della piccola Molly, che nell'ultima battuta del poemetto («Tornerai, Molly?» rispondeva: «Sì»!) lascia supporre e sperare, nell'avvenire augurale che si schiude ormai oltre Io spazio narrativo del verso, una serie indefinita di lieti ritorni; si fa garante di una continuità che coinvolge il nido».

Poiché il tempo stringe, lo prego di esprimere un giudizio sulI'Università, e in particolare sulla rivoluzione metodologica che per un ventennio ha imperato nelle Facoltà umanistiche, facendo emergere e spesso rientrare correnti tra loro contrastanti: formalismo, strutturalismo, semiologia, decostruzionismo, neoermeneutica.

«Sono stato affascinato, negli anni dell'esperienza francofona — risponde — non tanto dai metodi quanto dai personaggi che se ne facevano portatori. In genere sono rimasto estraneo agli schemi, alle funzioni, ai cataloghi, ed addirittura avverso agli indirizzi sociologici che asserviscono la ricerca agli accertamenti esterni, alla realtà storica in cui si rispecchierebbe (perché poi?) la letteratura.

«Però la nuovelle critique mi ha aperto prospettive non prevedibili, che ho condotto tanto sui testi (il momento filologico della ricerca è per me imprescindibile) quanto sui luoghi dell'invenzione, i paesaggi d'anima che si concretizzano in motivi e parole. I luoghi amici sono diventati per me scoperte di consonanze interiori, iniziali porzioni di tempo ritrovato; e mi sono serviti per illuminare sia i percorsi segreti degli autori sia, nella ricerca, il senso del mio ricercare».

Le prospettive della «nouvelle critique»

«Nella stagione presente mi riconosco meglio in un genere tra divagazione, interpretazione letteraria e memoria, che mi attrae sempre più, prodigo di sorprese e di offerte... Un genere che non riceve regole dall'esterno ma trova in se stesso, inventa di volta in volta la propria legge, e per il quale mi adopero a mettere a punto uno strumento espressivo confacente e duttile, saggiando ritmi e coloriture verbali, esercitandomi nelle tecniche del concertare».

E evidente qui il modello critico lontano (Antonio Baldini, il Lettore in pantofole del 1971) ed è anche evidente il fascino del contrappunto musicale che lo avvicina come scrittore ai grandi maestri protonovecenteschi della poesia come musica, della prosa come concertato.

Il dialogo, sempre a tre voci, sì distende e tocca libri, movimenti, incontri di cui posso citare solo una minima parte. Per esempio, la poesia in dialetto di cui Giacheiy è attento cultore, sia nella sfera per dir così classica (Belli e Goldoni) sia in quella contemporanea (Albino Pierro); oppure l'attenzione verso presenze non ancora emerse, autori di qualità avvicinati nel segno dell'amicizia e riconosciuti in quello dell'autenticità (qualche nome: Adriano Guerrini, Andrea Rivier, Loris Iacopo Bononi, Antonio Bonchino, Alberto Caramella); o la collaborazione d'entrambi i coniugi, Emerico e Noemi, a quell'aristocratica palestra che è «L'occhiale», prezioso mensile a gestione semiprivata; o la contemporaneità intesa non già come una débacle dell'umanesimo e quindi dei valori — secondo la moda degli apocalittici che oggi sormontano nettamente gli integrati — ma come transito verso un nuovo umanesimo il cui profilo ci è ancora oscuro.

Siamo così ai bilanci di fine millennio: per un letterato così attento alle realtà spirituali, ai profili alti dell'essere umano, la constatazione della crisi non può incrinare la persuasione che un Regno dei fini, qualunque sia la sua consistenza teologica, si apra sopra l'irrazionale della storia.

E significativo che sia Emerico sia Noemi abbiano in tempi recenti, da diversi punti di vista, parlato di escatologia: lo richiede l'anno giubilare, ma lo esige soprattutto il bisogno, che nessuno può eludere, di rispondere in qualche modo alla terribile domanda: dove va l'uomo?

Ecco la risposta di Emerico: «Non sono tenuto a previsioni (e chi potrebbe?) ma sono convinto che la richiesta di perdono formulata da Giovanni Paolo II sia un passo importantissimo sulla via dell'ecumenismo. E credo nell'azione dello Spirito Santo, nella pioggia benefica che riscatta ogni miseria e la investe della propria fiamma. Dio è amore, essere dalla parte di Dio significa essere da quella dell'amore.


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