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Intervista ad una giovane e promettente scrittrice
La ricetta di un successo:
Cristiana Bullita e il sapore della prugna
selvatica

Prendete un po’ di nostalgia, un pizzico di memoria spolverizzata di numerosi
ricordi, autoironia quanto basta, annaffiate tutto con tanta leggerezza,
guarnite con un tocco di poesia, infornate e fate cuocere a fuoco vivace con
tanto sentimento per una vita almeno e avrete il piatto più gustoso che vi sia
mai capitato: il libro dell’esordiente Cristiana Bullita dal titolo Il sapore
della prugna selvatica, edito da DEd’A nel 2011.
Il romanzo, che si legge rapidamente grazie allo stile limpido e prezioso
dell’autrice oltre che a d una buona dose di mistero, narra la storia di
Patrizia che si è trasferita in America dopo la laurea, lasciando tra l’altro in
Italia un amore forte, Paolo, e un passato irrisolto. È costretta, però, a
rientrare in Italia, a Roma, richiamata dal cugino, Andrea. Patrizia che ha
trascorso l’infanzia e l’adolescenza nel quartiere di Cinecittà, negli anni
Sessanta e Settanta, tra molteplici difficoltà legate al carattere schivo e
all’ambiente scolastico élitario, farà finalmente i conti con il suo doloroso
passato.
Come sei approdata alla scrittura?
Ho cominciato a scrivere senza nemmeno pensarci, poco dopo essere inciampata
su una frase di George Eliot dall’ineludibile forza evocativa: “Non è mai troppo
tardi per essere quello che potevi essere”. Quel seme ha cominciato a germinarmi
dentro inquietudini che si esprimevano essenzialmente in una domanda: cosa
potevo essere e non ero stata? Dopo aver passato in rassegna le mie
determinazioni esistenziali (madre, insegnante, cittadina) l’ho scoperto, per
caso, sedendo davanti alla tastiera di un pc. Ecco, potevo essere una
scrittrice, perché no?
In quali momenti della giornata scrivi? Hai una tabella di marcia?
Prendi appunti su ogni tipo di supporto (scontrini, notes, buste ecc) o solo
al pc?
Scrivo soprattutto in estate, o comunque nei periodi di vacanza, quando,
allentandosi la morsa delle incombenze quotidiane, trovo tranquillità e
concentrazione in “una stanza tutta per me”, come prescrive Virginia Woolf.
Prendo appunti, in modo estemporaneo, su un’agenda che tengo sempre nella
borsetta, oppure attraverso sms senza destinatario che poi salvo in “bozze”.
A che cosa ti ispiri per i tuoi scritti?
Scrivo soprattutto di donne. Mi ispiro alla vita di quelle che conosco, o che
ho fugacemente incrociato, spesso donne mature che guardano al proprio passato
con nostalgia, con rimpianto, ma anche con lucido disincanto o con l’incredulità
di un superstite scampato ad un disastro. Donne però proiettate verso il futuro
e già sulla rotta di una propria dimensione esistenziale che oggi non è più
quella imposta dal ruolo e dall’età.
Quali sono i tuoi scrittori preferiti? E i tuoi maestri?
Tra gli italiani voglio ricordare senz’altro, prima degli altri, Dino
Buzzati. E poi, già oltre l’argine del millennio, De Luca, Carofiglio,
Mazzantini, Mazzucco, Veronesi.
Tra gli stranieri rileggo sempre con piacere Goethe, e il meno classico
Schnitzler. Ho amato indicibilmente Böll in Opinioni di un clown. Apprezzo
molto la Duras e pure Marquez e Grossman. Leggo con molto piacere anche i
racconti di Steven King. I miei maestri? Ho imparato e continuo ad imparare da
tutti gli autori citati e da molti altri, compresi certi classici come
Pirandello e Svevo che, ancor oggi imposti nelle scuole, rischiano sempre
l’estromissione dall’orizzonte dell’interesse autentico...
Secondo Pedro Almodovar “quando avvenimenti tragici sconvolgono la vita,
bisogna tornare nel posto dove siamo nati, visitare l’eremo del santo, prendere
il fresco con le vicine, recitare le novene con loro, anche se non si è
credenti, altrimenti ci perdiamo per i campi come vacche senza campanacci”:
scrivi perché sei infelice?
Diversi scrittori che amo hanno deciso un ritorno alle origini attraverso la
narrazione.
Narrazione autobiografica, nel caso della Allende in Paula, e proprio a
seguito di una tragedia che ha riguardato la figlia. Narrazione in gran parte
autobiografica anche per la Duras che ne L’amante cerca la pace con memorie
antiche e dolorose. Anche Khaled Hosseini torna alle proprie origini in
Afghanistan, a braccetto con Amir, il protagonista de Il cacciatore di
aquiloni.
Ho iniziato a scrivere, come dicevo, in un momento in cui sentivo l’urgenza
di una mia definizione esistenziale. I miei testi sono molto più autobiografici
di quanto sia disposta ad ammettere, quando scrivo parlo di me stessa anche se
parlo d’altro. Il sapore della prugna selvatica mi riporta nel posto in cui
sono nata, in un mondo di affetti e di relazioni che si è ormai estinto. Coltivo
la speranza (illusione?) che averlo raccontato lo abbia in parte riportato in
vita. Che niente e nessuno muoia se vive in un racconto. Scrivere può avere
talvolta un carattere produttivo, e riproduttivo, in senso ontologico. Il
racconto può diventare un risarcimento, un atto di restituzione, come ha scritto
Emanuele Trevi. “Forse è così che sono sfuggita al dolore, quello della vacca
persa per i campi senza campanaccio”. Appunto.
Considerato il richiamo del titolo del tuo libro, che rapporto c’è, secondo
te, tra cibo e letteratura? Il titolo ricorda quello della scrittrice rumena
vincitrice del Premio Nobel per la letteratura 2009 Herta Müller, Il paese
delle prugne verdi…
Se penso al rapporto tra cibo e letteratura, mi viene in mente la raffinata
mescolanza di erotismo e culinaria della Allende in Afrodita. Quanto alla
bravissima Müller, credo che le prugne di cui lei parla siano totalmente
espropriate del loro originario valore nutritivo e di appagamento del gusto, e
assurgano dolorosamente a simbolo della pulsione autodistruttiva che ogni regime
sanguinario alimenta. La prugna del titolo del mio libro è invece una metafora
della verità, che ha talvolta il sapore di un piccolo frutto selvatico e
asprigno.
La paura di prendere l’aereo equivale a quella di fare i conti con il
passato e crescere cioè “decollare”?
È certamente possibile una lettura “psicoanalitica” della fobia della
protagonista, riconducibile plausibilmente al “soffio gelido di un
presentimento” che per buona parte della sua esistenza le ha imposto “quel
rifugio nella lontananza delle miglia e dei pensieri divaganti”.
Che cosa dà “sapore” alla vita?
Ah, tante cose! Il Brunello di Montalcino, i romanzi di Marquez, il ragù alla
bolognese, l’odore di un neonato, le risate matte con le amiche, i tramonti di
Santorini, il sesso appassionato. Non necessariamente in quest’ordine.
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rubrica |
| L'intervista |
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Bullitta, Cristiana
autore: Fausta Genziana Le Piane
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