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Leonardo Caimi, voce della Calabria nel mondo

Quanti gioielli cesella la Calabria, quanti figli nascono in questa terra dalla storia millenaria e portano il loro talento in giro per il mondo rendendo grande il nome del nostro Paese. Leonardo Caimi è uno di questi. Nato a Lamezia Terme, ha studiato al Conservatorio «F. Torrefranca» di Vibo Valentia, conseguendo il diploma in clarinetto e, successivamente, al Conservatorio «A. Corelli» di Messina dove si è diplomato in canto lirico. Nel frattempo ha conseguito la laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Messina, con il massimo dei voti e la lode. Vincitore o finalista in molti concorsi anche internazionali, si è esibito nei più importanti teatri italiani e all’estero in Giappone, Ungheria, Salisburgo – per il Festival. Intensa è la sua attività concertistica con l’orchestra dei Pomeriggi Musicali al Teatro Dal Verme di Milano e, in collaborazione con l’ ”Associazione Amici di Josè Carreras per la lotta contro la leucemia”, al Teatro Regio di Torino. La sua versatilità teatrale e vocale gli permette di affrontare con disinvoltura anche il repertorio operettistico.

Leonardo Caimi

Leonardo Caimi nell'Elisir d'amore di G. Donizzetti al Teatro Bellini di Catania

Dal clarinetto all’opera: cosa prediligi, suonare o cantare? Continui a suonare?

Sono stato clarinettista per un po’ di anni, 10 circa. Il passaggio al canto è avvenuto per necessità, o direi addirittura per “ripiego”. Un serio problema alla mano sinistra mi ha messo di fronte all’impossibilità di poter continuare la carriera di strumentista. Lo studio della Filosofia all’università dava i suoi frutti, tuttavia volevo fortemente dedicare la mia vita alla musica. Occorreva però trovare uno strumento per il quale non servisse la mano sinistra e, in un primo momento, ho intrapreso gli studi per diventare direttore d’orchestra. Avevo scoperto il dono della voce lirica alcuni anni prima, ma non avevo mai pensato di poterne fare una professione, anche perché per natura sono stato, e in fondo lo sono ancora, timido e introverso. Alla fine tuttavia la voce ha avuto il sopravvento. Il clarinetto però lo porto sempre con me, anche se ormai non suono più.

C’è una tradizione famigliare per quanto riguarda la musica?

Posso dire che indubbiamente provengo da una famiglia che ama molto la musica. E questo sicuramente ha significato molto per me. Per quanto riguarda proprio l’“imprinting” del canto lirico, molto lo devo alla mia nonna materna che era un soprano.

Com’è accolta all’estero l’opera italiana? In Giappone? In Ungheria? Ecc.

All’estero l’opera è molto amata e la competenza, alimentata dalla formazione scolastico- musicale dei giovani, appassiona una grande quantità di pubblico. Questo purtroppo manca in Italia. Da noi lo studio della musica, infatti, viene affidato occasionalmente a quei pochi che lo richiedono e non rappresenta una vera educazione e formazione culturale di tutti.

Quale ruolo preferisci interpretare?

Kafka diceva che il Teatro è necessario perché ci da la possibilità di “vivere quella pluralità di vite di cui abbiamo bisogno”. Io ho uno sfrenato desiderio di vita e quindi o bisogno della recitazione! Ho avuto la fortuna di poter interpretare già molti personaggi con diverse sfaccettature, pur tuttavia, per le mie caratteristiche vocali e fisiche sono probabilmente più adatto ai ruoli amorosi; come Rodolfo della Bohème ad esempio.

In che cosa è differente il canto dell’operetta?

L’operetta è un mondo particolare. Personalmente la trovo molto interessante ma solo se fatta ad un certo livello. La scrittura vocale e orchestrale per la precisione è tutt’altro che facile. Inoltre, i continui passaggi dal canto al parlato della recitazione puramente attoriale, richiesta dal genere, creano non poche difficoltà agli interpreti.

Oggi, in Italia, i giovani si dedicano al canto?

Ho cominciato la mia carriera cantando proprio di fronte al pubblico delle scuole e ai giovani. E devo dire che ho sempre riscontrato un grande interesse da parte loro. Purtroppo però finora non c’è stata una politica culturale adeguata. Nel senso che chiunque voglia affrontare lo studio del canto, deve affidarsi soprattutto a degli sforzi personali, mancando nella realtà dei nostri conservatori (salvo rari casi) un corpo insegnante capace di educare adeguatamente un giovane e condurlo con competenza fino alle tavole del palcoscenico.

Che esperienza è stata cantare alla Scala?

Cantare al teatro Alla Scala ? …Era il 7 ottobre del 2006, chi può dimenticarlo?! “La mia prima volta!”: Petite messe solemnelle di Rossini. Quando sono salito su quel palco e subito dopo quando è arrivato il momento di “attaccare”, cioè di cominciare a cantare, la mia aria solistica, credo mi sia passata davanti in un solo momento tutta la mia vita di studente di musica. E’ stata un’emozione indescrivibile. Non ci sono parole ancora oggi!

Il pubblico amante della musica è lo stesso in tutto il mondo?

Cambia la cultura dei popoli, la loro preparazione alla fruizione del messaggio artistico, ma la luce degli occhi di chi si commuove di fronte all’opera…no. Quella non cambia, è uguale in tutto il mondo.

Hai cantato sotto la direzione di Lorin Maazel e Riccardo Muti: quale è il rapporto tra il tenore ed il direttore d’orchestra?

Il rapporto tra il cantante e il direttore d’orchestra è un rapporto di grande collaborazione, potrei dire di bisogno reciproco. Spesso non mancano gli scontri, ma ciò è dovuto ovviamente ai grandi momenti di tensione che non mancano mai durante una produzione. Lorin Maazel e Riccardo Muti sono indubbiamente i migliori direttori d’orchestra con i quali io abbia avuto la fortuna di lavorare. Due grandi personalità così diverse tra loro, ma entrambi mosse da una rara dedizione per quest’arte.

Ti dedichi solo al canto? E la filosofia che posto occupa oggi nella tua vita?

“La musica è l’arte suprema, poiché manifesta non le oggettivizzazioni della Volontà bensì la Volontà stessa”(A. Schopenhauer). Filosofia e arte sono due soli che brillano di luce propria, ma che per Necessità si irradiano reciprocamente. Inscindibili da sempre non possono che trovare anche nel “mio infinitamente piccolo” una amorevole unità.


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