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Intervista ad una singolare artista calabrese:
Dalia Pelaggi, tra pittura e scrittura

La provincia italiana nasconde talenti artistici di inestimabile valore che meritano di essere portati alla conoscenza di tutti. E’ il caso dell'artista Dalia Pelaggi che incontro nella sua bella casa di Lamezia Terme ricolma di quadri, colori, cavalletti e pennelli.

Dalia è nata e vive a Lamezia Terme. Medico, pittrice, ha compiuto tra l’altro studi specialistici di psicologia infantile.

La pittura è una tradizione famigliare?

Mio nonno dipingeva ad acquerelli. Ho qui un suo lavoro: ho copiato da lui a 15 anni e questo dimostra che ero portata. Mio zio suonava la fisarmonica, disegnava con la penna e ad olio; mio fratello ha dipinto ad olio, suona la tastiera ed il pianoforte.

Quali soggetti ami dipingere?

Un po’ di tutto, direi. In un certo periodo è stata prepotente la tendenza alle icone, con particolare interesse alla figura femminile. Ho un po’ inventato la tecnica: ho fatto preparare pezzi di legno lavorati ai lati e vi ho dipinto sopra direttamente. E’ stata una fatica perché il colore non scorre bene e non rende come sulla tela ma ho avuto lo stesso degli ottimi risultati.

Si noti la vicinanza dei volti, il loro cercarsi accompagnato dallo stesso spasimo delle mani, una sopra l’altra, concave entrambi, mentre si offrono il palmo aperto, disponibile ad accogliere l’amore.

Mi piace molto viaggiare – in Spagna ho visitato Madrid e ad Avila, città che mi hanno colpito per i loro colori crudi – e scatto molte fotografie: amo ritrarre paesaggi diversi dai nostri.

Si osservi ad esempio la notte estiva norvegese di Rosendal, giunto finalista al Premio Arte nel 1986, caratterizzato da una spiccata capacità di cogliere atmosfere lontane dalle nostre, algide, ma tuttavia palpitanti nel cuore della pittrice di un’emozione nuova, come dimostra il nastro di colore rosso – quasi una ferita – che attraversa la tela dall’alto in basso.

C’è stato un altro periodo in cui sono stata attratta dal Medioevo quotidiano, non quello degli episodi epici o conosciuti, ma dal Medioevo come doveva essere una volta, espresso con le forme del tempo (la musica, per esempio).

Prediligi qualche tecnica?

Sono un po’ “chiarista”, un po’ “macchiaiola” e un po’ “naïf”.

“Chiarismo”è il termine coniato da Leonardo Borgese nel 1935 per rappresentare la pittura di un gruppo di artisti operanti a Milano negli ultimi anni venti.
Il movimento nasce con l'intento di creare nuove linee architettoniche e pittoriche in opposizione al neoclassicismo del novecento. I pittori chiaristi mirano tendenzialmente alla riconquista di una scioltezza di tratto di ispirazione post-impressionista e cromie libere dalle terre della tavolozza sironiana. Eliminato il chiaroscuro accademico, veniva recuperata, con il lavoro all´aperto, una tipica trasparenza e leggerezza della tavolozza, in un anelito di riscoperta dei valori luministici propri all´arte dei primitivi lombardi. Il Chiarismo ritrovava e rinnovava la pittura di paesaggio e di fiori; rendeva il ritratto immediato sottraendolo a forzature simboliche; proponeva spontaneità in composizioni soltanto apparentemente schematiche ma invero aggiornate sulla lezione delle avanguardie.
Il movimento pittorico dei macchiaioli si è sviluppato a Firenze a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Il termine venne coniato nel 1862 da un anonimo recensore della «Gazzetta del Popolo» che così, in senso dispregiativo, aveva definito quei pittori che intorno al 1855 avevano dato origine ad un rinnovamento antiaccademico della pittura italiana in senso verista.
La poetica macchiaiola è verista opponendosi al Romanticismo, al Neoclassicismo e al Purismo accademico, e sostiene che l’immagine del vero è un contrasto di macchie di colore e di chiaroscuro, inizialmente ottenuti tramite una tecnica chiamata dello specchio nero, ossia utilizzando uno specchio annerito col fumo permettendo di esaltare i contrasti chiaroscurali all’interno del dipinto. L’arte di questi pittori consisteva "nel rendere le impressioni che ricevevano dal vero col mezzo di macchie di colori di chiari e di scuri. Del gruppo fanno parte il livornese Giovanni Fattori, Silvestro Lega da Modigliana (Forlì) ed il fiorentino Telemaco Signorini. Il loro luogo di ritrovo fu inizialmente il Caffè Michelangelo a Firenze e successivamente nella tenuta che nel 1861 ereditò Diego Martelli a Castiglioncello (il Castello Pasquini). I Macchiaioli sono considerati gli iniziatori della pittura moderna italiana.
Osservo le pareti tappezzate di ritratti dal vero a sanguigna, oli rappresentanti località quali Avila, Altomonte, Zurigo, Salisburgo, Roma, Firenze, paesaggi del Nord, l’amata Platania d’autunno, matite colorate, acquarelli…Mi colpisce il ritratto di una donna – Fantasia in arancio – di cui non si scorge lo sguardo…

Oltre a dipingere, tu scrivi: com’è nato il libro “Fuga al castello”?

Tempo fa, ho trascorso l’estate a Platania – la terza di seguito –, abitavamo tra i contadini, si sentiva un grande silenzio, il rumore di un ruscello, il cinguettio degli uccellini e voci di bambini. Tutto questo mi ricordava l’ambiente di dove ero vissuta a Via Garibaldi, nel centro storico di Lamezia, da bambina. Una mattina che mi sentivo poco bene e non potevo uscire, mi sono messa a scrivere una lettera, e poi ho iniziato a scrivere una fiaba. Pensavo di completarla la mattina e di leggerla a mio fratello, di ridere un po’ con lui. Invece la storia mi ha preso e ho scritto tutto il pomeriggio in camicia da notte, sul letto, le finestre spalancate, piena di fogli…Ho scritto come sotto dettatura. Quell’anno stesso ho conosciuto Padre Alfonso del Convento dei Cappuccini, dall’umorismo finissimo e insospettabile, che s’interessò subito alla mia fiaba ambientata nel quartiere di San Teodoro e s’impose perché fosse pubblicata.

Si tratta di un libro [Fuga al castello, Quasi una storia, quasi una fiaba, Jaca Book, 2005, p. 74, con illustrazioni dell’Autrice] che, oltre ad essere stato adottato dalle scuole lametine, è stato l’ oggetto della realizzazione di un bel tabellone da parte dei ragazzi. La lettura scorre veloce grazie allo stile fluido dell’Autrice. Pur se favola – o fiaba – il racconto è fortemente calato nella realtà sociale e storica dei luoghi e si avverte una conoscenza profonda delle problematiche sottilmente sfiorate e accennate nel racconto.
Chi, come me anche, è nato nel centro storico di Nicastro, a ridosso dell’antico quartiere di San Teodoro e sotto il castello di Federico II, inevitabilmente ne subisce il fascino e non lo dimenticherà più.
Il castello fu fatto costruire dai Normanni durante la seconda metà del secolo XI, per fortificare la zona e proteggere la ricca piana di S. Eufemia da eventuali incursioni. Fu costruito in due tempi: la parte alta dai Normanni e la parte più bassa da Federico II. Quando Federico II ereditò tutti i beni dai Normanni per via della madre Costanza di Sicilia, si rammaricò che metà della città di Nicastro e il castello fossero infeudati all’Abbazia di S. Eufemia e nel 1240 li riscattò in cambio della terra di Nocera, del porto del mare Arata e del Casale di Aprigliano. Sia per incoraggiamento della madre Costanza, sia perché era molto affezionato a questa città, fece allargare il castello con la costruzione della parte anteriore. Quando il figlio Enrico VII, re di Germania, si ribellò al padre, Federico II lo fece rinchiudere nella rocca. Di qui fu trasferito nella fortezza di Martirano, da dove stava nuovamente per raggiungere il castello di S. Marco, quando, stanco delle lunghe sofferenze, il 12 aprile 1242, si uccise gettandosi in un burrone della Valle del Savuto, non lontano da Martirano. Morto poco dopo, fu trasportato e sepolto nel Duomo di Cosenza.

Ma quale è il fascino del castello di Federico II?

Rappresenta il mistero, l’ignoto: lo si guarda ma in realtà non ci si è mai entrati, soprattutto ai tempi in cui ho scritto la storia in cui era tutto da restaurare. Si può immaginare ciò che si desidera: fate, una streghe ecc.

Hai in progetto qualche altro libro?

Se viene l’ispirazione, perché no?

In “Fuga al castello”, come in tutte le favole che si rispettano, il tempo non esiste, trionfa solo l’immaginazione che ritma le scoperte: Le due avventate amichette, naturalmente, non avevano la minima idea di quanto potesse succedere giù nel Borgo. Non che non avessero potuto immaginarlo: semplicemente, non ci pensavano. Il Tempo tiranno per loro si era fermato in un magnifico presente, anche perché non c’erano orologi a pendolo al Castello, a ricordare lo scandire delle ore (…)


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