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Paolo Ruffilli: il mondo ed io, corrispondenze esatte

Paolo Ruffilli, nato a Rieti nel 1949, si è laureato in lettere presso l’università di Bologna. Da più di vent’anni, collabora alle pagine culturali de "Il Resto del Carlino". Ha pubblicato alcune raccolte di versi, tra le quali Piccola colazione, Diario di Normandia, Camera oscura, Nuvole e La gioia e il lutto e i racconti di Preparativi per la partenza. È autore di una Vita di Ippolito Nievo (1991) e di Vita, amori e meraviglie del signor Carlo Goldoni (1993). È curatore di edizioni delle Operette morali di Leopardi, della traduzione foscoliana del Viaggio sentimentale di Sterne, delle Confessioni d’un italiano di Nievo, di un’antologia di Scrittori garibaldini. Ha tradotto Gibran, Tagore e tanti altri. L’ultima raccolta poetica s’intitola Le stanze del cielo (Marsilio, 2008).

Come mai hai scelto proprio le categorie dei “carcerati” e dei “drogati” per sottolineare la privazione della propria libertà?

Perché valgono bene, per sottolineatura e amplificazione, a costruire una metafora delle nostre molte catene. La vita infatti spesso più che un liberatore è un carceriere e ci riserva situazioni in cui ci togliamo libertà da soli. Non serve finire in cella o tra le grinfie della droga per fare esperienza di prigione. Ma non ce ne rendiamo conto, quasi mai. E abbiamo bisogno di effetti estremi per acquistarne coscienza

Definiresti la tua poesia “civile”?

Non mi sono mai posto il problema. Né ho mai pensato di farmi cantore o vate, come si diceva una volta, degli interessi comuni e collettivi. Ma si vede che è una delle corde della mia poesia, perché la critica è andata sottolineando questa caratteristica via via lungo il percorso della mia esperienza. Del resto, per me la scrittura è sempre qualcosa di necessario e sufficiente. E vado dietro a questo impulso, che resta un’ossessione di tipo musicale.

C’è un “j’accuse” nei confronti della giustizia?

C’è un “j’accuse” nei confronti della società. Nonostante tutti i nostri propositi civili, resta estremamente incivile il sistema carcerario. Non siamo stati capaci di elaborare soluzioni alternative valide, nella direzione di quel riscatto-recupero che dovrebbe essere il vero obiettivo. Qualcosa si è riusciti a fare solo nelle così dette comunità di recupero, che costituiscono invece un buon passo in avanti nel segno della civiltà. Quanto alla giustizia in sé, resta legata a criteri troppo meccanici e freddi. Intanto, in Italia, le leggi (fatte dai politici in combutta con la malavita) hanno una natura machiavellica che serve a creare smagliature e scappatoie per favorire appunto la delinquenza peggiore. Nel segno dell’ipocrisia. Infatti i politici, quando la magistratura applica le leggi, accusano i giudici della responsabilità… Da noi, si continua in modo utilitaristico a mescolare le carte e a non distinguere. Per cui il ladro di polli viene confuso con il grande faccendiere e il pluriomicida.

Come vedi il rapporto colpa/innocenza? Uno spartiacque facile da infrangere…chiunque può precipitare…

La colpa riguarda tutti, sia pure in forme e sfumature diverse. Le religioni cercano di ricordarcelo, ma noi continuiamo a vedere il fuscello nell’occhio del nostro prossimo e non la trave nel nostro. In ogni caso, tutti precipitiamo, per nostra fortuna fermandoci a un passo dal baratro o dalla catastrofe. Solo i perbenisti si considerano fuori da questa esperienza comune e generale.

La poesia nasce dal dolore?

La poesia nasce anche dalla gioia. Ma il dolore è una molla più potente per la poesia, così come per la conoscenza. E’ uno dei misteri del grande enigma della vita. Del resto, il dolore è la sentinella della vita e come tale, evidentemente, ci manda i segnali di maggiore intensità.

E’ veramente notevole la tua capacità di empatia: è merito della Poesia?

Non so rispondere. Forse è così. Per me agisce un’adesione profonda, una spinta oscura che sfugge a qualsiasi processo di razionalizzazione. Sarà l’indole o la formazione…

Sei dalla parte dei diseredati, come Baudelaire?

Proprio per indole e formazione, non mi pare che si possa stare se non con i diseredati. Non vedo altre possibilità, per me stesso. Sarà che mi sento, oltre ogni apparenza, un diseredato.

E’ possibile “scrivere la storia di un caso” e arrivare alla verità?

Comunque, anche se non si arriva alla verità, si esce dall’appannamento e dall’alienazione. Si va acquistando coscienza, si scoprono ragioni… Si compie, insomma, quel processo di trasformazione che è nella dinamica della vita intelligente. Una vita che si guarda dentro, che si scopre nelle sue parti non evidenti.

Di qua, noi, la prigione (chiuso qua dentro, la parte brutale della vita, dentro la gabbia, fortezze, ecc) e di là, il mondo: cos’è il fuori oltre alla libertà? Quale vita?

E’ forse una radicalizzazione del meccanismo dentro-fuori, in quel percorso che ci vede fin dal principio prigionieri di un dentro e desiderosi di guadagnare il fuori. A partire dall’esperienza del nostro stesso concepimento e del nostro sviluppo dentro l’utero materno, per poi venire alla luce. E, ancora: protetti dalle mura della casa e dai gendarmi della famiglia, aspirare con sempre maggiore desiderio all’uscita nel mondo.

Mistero

Non so spiegare
neppure con me stesso
come possa restare
un animo infantile
all’io di adesso
dentro il suo delitto
e che ostinato
continui a alimentare
dentro la colpa
degli atti suoi di ieri
i sogni, i propositi,
i pensieri…


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