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Intervista
Poetry Lab: AnnamariaFerramosca
Abele Longo
novembre 26, 2010
Neobar
Da dove viene la tua poesia?
Dall’ossessione. Quella di guardare “attraverso”. Ogni essere,
ogni luogo, ogni parola. Dalla voglia di perforare anche il
silenzio. Perché anche il silenzio ha un suo alfabeto. Insomma
sempre ho inseguito la poesia – e ancora la inseguo – come
un’infante insaziabilmente curiosa, che non sa fermarsi di
fronte alla copertina opaca del libro, ma decide di leggerlo
tutto avidamente perché sa che qualche pagina di sicuro farà
scintille.
Per chi scrivi, come
immagini il tuo lettore?
L’impressione, mentre scrivo, è di aver accanto un amico, cui
vorrei fare un regalo. Un regalo che è una piccola scoperta di
bellezza, se vuoi una minima verità da condividere. E l’amico è
anche ironico, e aspetta il verso come un pretesto per uno
scambio di opinioni su noi, sul mondo, come si fa tra amici. E
io mi aspetto, anzi pretendo, che l’amico-lettore mi colga anche
in fallo, e mi critichi. La famosa utile critica onesta,
costruttiva.
Come vivi, con te stessa e con gli altri, il tuo
essere poeta?
Con me stessa: provo una quasi felicità mista a sofferenza,
perché la scrittura è continua estenuante ricerca, dagli esiti
imprevedibili. Può aprirti squarci insospettati di potente
percezione, farti provare l’indicibile gioia della restituzione
efficace nei versi, ma può anche ferirti, perfino insultarti,
mettendo a nudo il tuo balbettare, la tua afasia. Succede per
paralisi da troppo stupore o per l’insondabilità del mistero o
di fronte alle assurde macerie dell’umanità.
Con gli altri: mi piace dilatare la mia dimensione di poesia
soprattutto ai giovani, farli partecipi di sensazioni ignorate,
fatte di parole. Ci provo leggendo loro brevi testi e
consigliando letture, talvolta con i più entusiasti sono
riuscita a far scrivere “pensieri poetici” a più mani, come
piccoli co-poemi. Il primo comandamento per chi si accinge a
scrivere poesia penso sia imparare la distanza dal “narciso”, e
scrivere collettivamente un testo è una lezione efficace. Ho
sperimentato personalmente questa gioia della co-scrittura, che
moltiplica e addensa l’immaginario, scrivendo a 4 mani “dual
poems”insieme alla mia amica Anamaria Crowe Serrano, poi
confluiti in una raccolta dal titolo Paso Doble, edita da
Empiria. Dischiudere la porta delle poesia agli analfabeti
poetici è però un gesto che ha bisogno di grandissima
discrezione e amore. Nella vita quotidiana ci s’imbatte con più
frequenza nell’atteggiamento di compatimento o derisione del
“poeta”normalmente considerato soggetto inutile o di qualche
strana utilità solo post mortem. Da tutto questo mi salvo
immergendomi con tutta me stessa nella vita reale e coltivando
una feroce autoironia.
Come hai iniziato?
Leggendo Leopardi. Avevo 7-8 anni.
Come ti veniva insegnata a scuola la poesia, che
ricordi hai?
La mia è la generazione delle poesie di Pascoli-Carducci da
mandare a mente, poi – al liceo – dello studio letterario noioso,
trasmesso senza passione e approfondimento, senza far sentire,
nei testi degli autori studiati, l’emozione di costeggiare il
mistero della parola, cui sarei poi arrivata da sola, attraverso
autonome letture appassionate. Uno sterminato chilometraggio di
lettura che mi ha convinto che la poesia sia un tratto genetico
comune a tutti. Poesia proprio nel senso di “logos embrionale”,
affondato nella psiche, di cui parla Maria Zambrano, che nei
poeti affiora e si esprime attraverso la capacità visionaria,il
talento di prefigurare perfino l’oltre e restituirlo in parole
memorabili, e che negli altri resta come capacità di riconoscere
la poesia-sul modello primordiale interiore, semplicemente
leggendola /ascoltandola. Così, pur ostinandomi a scrivere, non
finirò mai di voler conoscere-riconoscere, leggendo, i tanti
meravigliosi territori dell’immaginario dei poeti di tutto il
mondo.
A chi fai leggere per primo i tuoi versi?
A qualche amico/amica, meglio se non ”addetto ai lavori”. Per
capire se il linguaggio è capace di “far passare” la
comunicazione, di provocare quello straniamento felice che
indica la presenza di quel minimo segno di qualità alla
scrittura. Sapendo bene che per affermare che una scrittura è
poesia, l’evento dovrebbe verificarsi per larghissimi numeri e
lungo molti anni a venire. Non nutro illusioni, vivere e
scrivere mi basta.
Usi la penna e/o il computer?
Sempre la penna. La penna per molte stesure ristesure. Poi,
quando lo stato di insoddisfazione si è sufficientemente
alleggerito – non sono mai completamente soddisfatta –, passo al
computer per il “salva con nome”(con il suo ironico sapore di
destino). Ripesco poi il salvato anche dopo mesi per verificare
se l’effetto freschezza e memorabilità persiste…
Quanto viene di getto o è frutto di lunghe
elaborazioni?
Dopo che la scintilla emozionale ha provocato il primo verso, la
scrittura si fa imprevedibile: può fluire spontanea o arrestarsi
improvvisamente, come di fronte a un diaframma che chiede di
essere lacerato. Qui è inutile ostinarsi, arrovellarsi, meglio
chiudere il quaderno e ritornare sulla pagina quando avverto di
nuovo quel “tremore preverbale” che preme, che inevitabilmente
mi riporta sulla soglia su cui mi ero fermata, per sfondare la
porta.
A parte le tue, quante poesie di altri pensi di
ricordare a memoria?
Tengo a mente solo pochissimi miei testi, quelli che nelle
letture pubbliche – almeno così mi sembra – hanno coinvolto di
più, toccando le corde più profonde del cerchio umano, il senso
largo della condivisione. Ho mandato a mente in passato – ora non
mi accade più – brani di Saffo, Garcia Lorca, Celan, Pizarnik,
Rosselli.
Un consiglio prezioso da passare agli altri.
Leggere leggere leggere poesia. Prima di provare a scrivere.
Un poeta su tutti.
Non solo uno, ne avrei tantissimi, di poeti esemplari. E non su
tutti, ché tutti non conosco. Dunque non farò nessun nome. E a
tutti sono infinitamente grata del di più che hanno dato alla
mia vita.
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rubrica |
| L'intervista |
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Ferramosca, Annamaria
autore: Abele Longo
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