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Enrico Pietrangeli

Intervista a Enrico Pietrangeli, autore della silloge poetica Ad Istanbul, tra pubbliche intimità, edita da Il Foglio Letterario di Piombino (Livorno).

E' appena uscito il tuo ultimo lavoro, una silloge intitolata Ad Istanbul, tra pubbliche intimità edita da Il Foglio Letterario di Piombino. Ce ne vuoi parlare?

Sì, ma è impresa non facile per tematiche e riferimenti. Molti spunti sono già emersi attraverso l’analisi di chi ha voluto cimentarsi in alcuni scritti critici già inseriti nel libro. Di fatto lo considero il naturale proseguimento del mio precedente lavoro, Di amore, di morte, uscito nel 2000. Da allora non hanno avuto seguito mie ulteriori uscite editoriali nel settore della poesia. Ho avuto modo di pubblicare diversi inediti su più riviste, ma non pensavo assolutamente ad un’altra pubblicazione. Poi ci sono stati i primi contatti con Il Foglio ed il loro successivo interessamento che, man mano, durante il corso della scorsa estate ha concretizzato l’uscita di questo titolo. A dire il vero già esisteva e da lungo tempo un vecchio file così denominato per una futura pubblicazione da fare chissà quando… Il Foglio ha fatto sì che questo avvenisse, che rimettessi mano su quei testi togliendone alcuni ed introducendone altri in una complessiva revisione del tutto. Così è venuto fuori il libro, senza molto entusiasmo da parte mia ma operando un accurato lavoro che altrove, a livello editoriale, non è stato possibile. Un editore diverso, per lo meno da questo punto di vista, nel desolante panorama italiano. Ho spesso trovato ostacoli, menefreghismo abietto, finanche vere e proprie truffe ed incompetenti manipolazioni di fronte alla mia propositiva voglia di fare, ma perché aprire così tante case editrici se poi non si ha voglia d’investire, di creare risorse? Il perché lo sappiamo bene, spesso è malcelato da pubblicazioni a pagamento che ormai hanno contagiato anche lusinghevoli nomi, soprattutto nella poesia. Ma bisognerebbe andare oltre per prendere coscienza che, anche in assenza di contratti capestro per l’autore, ricorrono altrettanti malsani meccanismi dove, a conti fatti, affiora comunque la cancrena che affligge un reale rinnovamento nel mercato editoriale italiano. Qualcosa che di fatto falsifica le regole del libero mercato tanto nel produrre casi letterari quanto nell’essere accondiscendenti e compiacenti verso numerosi autori che dovrebbero, prima di tutto, avere il pudore di leggere, revisionare e farsi domande. Ma torniamo al mio libro dove vorrei, fra le altre cose, mettere in luce tutti quei vizi e vezzi divenuti regole e non più anomale sregolatezze artistiche di taluni scapigliati di altri tempi. Un libro che sento denso di spessore etico nonostante tutti i più diretti riferimenti ad un sesso esplicito e relativo desiderio di consumismo, ovvero quanto porta a fagocitare insensatamente la stessa ricerca di emozioni. Continua, attraverso la poesia, il percorso di una ricerca spirituale. Il punto è sempre quello di saper ritrovare nella poesia autenticità, anche nel moderno. Il riferimento, per quanto mi riguarda, resta sempre quello lasciato nel solco tracciato dai simbolisti. Il malessere generato nell’ipocrisia è sempre più strisciante e dimora stabilmente nelle nostre anime. La vera condanna dell’uomo è la rinuncia alla poesia come condizione di vita. Trovo una prospettiva del genere peggiore di ogni presunta catastrofe e più meschina e lacerante di ogni guerra che, tutto sommato, sa anche riscattare umanità in tanto orrore ostentato. L’orrore che oggi portiamo dentro è tale da essere consolidato in routine.

Prima hai citato i simbolisti e quindi posso presumere che la tua poesia sia densa di spiritualità e di immaginazione. Ti senti più in sintonia con Baudelaire o con Verlaine?

Sentire trovo che sia l’azione più appropriata per accostarsi alla poesia. La poesia o la si sente o rimane del tutto aliena e lontana. La poesia deve compenetrare il sentire del lettore e, soltanto allora, è in grado di sedimentare nuovi e preziosi frutti, perché non è un patrimonio esclusivo del solo autore, ma di tutti. Certo che subentrano anche altri fattori, a partire dallo stile e dalla connotazione, ma di fatto queste non sono altro che pieghe dove lasciare più facilmente adagiare il nostro animo o meno. Percorriamole pure come reputiamo a noi più consono, soprattutto in un momento in cui languono canoni e riferimenti nelle eredità del Novecento, ma la poesia è prima di tutto poesia e tale dovrebbe rimanere, priva di speculazioni come d’improvvisazioni. Tornando più direttamente alla tua domanda, dietro quelle pieghe dove si sviluppano le sintonie, non indugerei a lasciare il posto a Baudelaire, senza dimenticare il grande lavoro fatto da Verlaine non solo come poeta ma anche tramandando testimonianza di un intero movimento, incluso di personaggi molto meno in vista, come Tristan Corbière.

Ci puoi sintetizzare il messaggio portato dalla tua silloge?

Tornerei a sottolineare quanto già detto, è comunque una debita premessa alla lettura. Il messaggio, di conseguenza, lo esporrei partendo per esclusioni. Non badare tanto a ciò che si fa, soprattutto quando sono in molti a farlo e a prevalere è il senso di emulazione, quanto fare attenzione ad ascoltarci dentro ed avere senso ed appagamento dalle nostre azioni come dalle nostre sensazioni. Le “pubbliche intimità” sono specchio di un mondo che le vuole sempre più protagoniste, spiattellate in diretta, ma anche reazione a tutto questo nella personale ricerca, una ricerca in cui farle riemergere debitamente filtrate da un sano pudore ed autenticità, non da rigidi moralismi e neppure da gratuiti libertinaggi. Consapevolezza interiore, storicizzazione del passato e rigenerazione del presente, del qui ed ora, come chiave di accesso all’oltre nella più serena sedimentazione del tempo che resta e non sfugge. Questa, in sintesi, potrebbe essere una delle possibili letture della silloge.

Tu hai già pubblicato un’altra silloge e un romanzo con altri editori. Questa volta il tuo lavoro uscirà per i tipi del Foglio. Come ti sei trovato con questa casa editrice?

Il Foglio sembrerebbe essere una delle poche serie case editrici, forse la prima per quanto mi riguarda.

Progetti per il futuro, ovviamente letterari, ce ne sono?

Ce ne sono, e come! Per ora li coltivo ancora con molta umiltà, tanto lavoro e ferrea costanza, come sono sempre stato solito fare negli ultimi sette anni, ovvero quel lasso di tempo che divide la mia prima raccolta poetica dalla presente. Il resto, neppure a dirlo, non dipende soltanto da me ma da un panorama culturale che, alla stessa stregua di quello politico, farebbe bene a risollevarsi per tempo dai tanti danni prodotti da caste, facili business e trasversalità negative. Certo che non saranno i Beppe Grillo’s a salvarci. Occorre onestà d’intenti, sì, ma per costruire. Questo paese è esausto di tentativi di rivoluzione e più o meno esplicite liste di proscrizione. Rimbocchiamoci le maniche e lavoriamo tutti proponendo un futuro realizzabile, aperto a tutti, questo è possibile! Io stesso, in prima persona, m’impegnerò a farlo proponendo alcuni punti secondo me indispensabili, anzi lo sto già facendo affinché questo avvenga. Certo, non è questo il momento, lo intendo bene, ma anche partendo da un innocuo libro di poesia i segni non mancano. Non è un caso che mobbing, immobilismo del mercato del lavoro, pensioni da versare in contributi che mai torneranno, sono tutti argomenti che, più o meno velatamente, già sussistono tra le righe dei miei versi. Poesia d’impegno sociale? No, grazie. Non è il mio genere. Individualità attive, rispettate e valorizzate in uno stato che si frapponga come garante e non come padrone, questo sì che pone le basi per fare progetti per il futuro, per me come per tutti gli altri, indistintamente.

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