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Delia Morea intervista Monica Florio

Il canto stonato della sirena è la sua prima raccolta di racconti. Un titolo emblematico come una voce fuori dal coro. E in questa raccolta il tema è l'emarginazione. Perché ha scelto questa tematica?

M'interessava parlare delle realtà discriminate come l’omosessualità, l’handicap, il disadattamento - la più sfuggente da cogliere – evitando gli stereotipi. Nei miei racconti i portatori di handicap – spesso prigionieri del loro mondo – sono sempre protagonisti delle vicende narrate mentre spesso, nella narrativa e al cinema, sono solo personaggi secondari. Questo “mondo a parte” non doveva nelle mie intenzioni diventare oggetto di visioni riduttive né ho voluto esasperare l'emarginazione, realtà già di per sé drammatica. Attraverso l’ironia ho cercato, invece, di cogliere la normalità in termini di desideri, sogni e aspirazioni di chi vive in una condizione marginale.

Lo sfondo di questi racconti è Napoli che, si legge nella quarta di copertina, "è come una sirena dal canto stonato, svenduta da un ambiente culturale sempre più cinico e salottiero". Parole forti e d'impatto. Può spiegarmi cosa significano nel profondo?

Il legame tra i personaggi dei miei racconti e Napoli, di cui colgo il declino, è dato dalla comune emarginazione e dalla volontà di riscatto. Critico quegli intellettuali che per ottenere visibilità si svendono strumentalizzando le problematiche della loro città. La Napoli della camorra e della “monnezza”, su cui si è scritto fin troppo, è ormai di moda e fa vendere. Un mio racconto, “L’invito”, è incentrato sulla crisi di un intellettuale che riesce a riscattarsi solo attraverso la fantasia. Rimane però la speranza che questo sogno possa incidere a tal punto da modificare anche la realtà.

La scrittrice Giovanna Mozzillo scrive nella prefazione che in questi racconti c'è una speranza che germoglia tra le righe. Dunque una visione che in fondo apre uno spiraglio all'ottimismo, alla speranza?

Senza la speranza non sarebbe possibile il riscatto: i miei personaggi più che dei perdenti sono degli outsider. Paradossalmente la loro condizione d'inferiorità iniziale li spinge a raggiungere gli obiettivi in un primo tempo negati. D’altra parte, nello scrivere il libro la sfida era proprio quella di conciliare la riflessione e con il sorriso.

La sua prima pubblicazione risale al 2004: un saggio che esamina la figura del guappo. Molti suoi racconti sono stati pubblicati in diverse antologie e finalmente, oggi, una raccolta tutta sua. Perché è trascorso tanto tempo tra la prima e la pubblicazione odierna?

Ho sempre scritto di emarginazione e continuerò a farlo anche in futuro. Nel 2006 ho vinto un concorso letterario con un racconto sul rapporto tra omosessualità e religione, tematica che ricorre spesso nei miei scritti.

Come viene esaminato il ruolo della donna nei suoi racconti dove vi sono anche delle protagoniste femminili?

Nei miei racconti le donne sono raramente protagoniste, tuttavia quando lo sono, le ritraggo come dei personaggi in crescita, protesi a conquistare una propria autonomia sul piano personale ed economico. Il raggiungimento degli obiettivi comporta talvolta un prezzo molto alto: la solitudine. Nel racconto "La scelta di Milla", ad esempio, ritraggo una giovane che da “punkabbestia” conquista uno status borghese e solo alla fine diventa davvero padrona del proprio destino. Le donne dei miei racconti sono figure tormentate, desiderose di essere amate e comprese per quello che sono. L’unico personaggio femminile negativo si trova nel racconto "Come ali di gabbiano": è una donna sgradevole, una madre pedofila. Eppure si tratta di un personaggio scomodo, rivelatore di un fenomeno che, per quanto minoritario, meritava attenzione.

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